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L’imperialismo “privato” non funziona più

Possiamo prenderla da qualsiasi versante – sanità, guerra, economia, ecc – ma la constatazione non cambia natura. Semmai cambia la dimensione, la tragicità, non il risultato. Negativo, ovviamente.

L’Occidente neoliberista, dopo quasi 40 anni di politiche fondate sul principio “il ‘privato’ sa fare qualsiasi cosa meglio del ‘pubblico’”, si trova oggi in crisi nera. Sia di egemonia sul resto del pianeta, sia come funzionamento interno.

Come se l’efficienza dell’iniziativa privata – insuperabile quando si tratta di produrre un risultato al minor costo possibile da rivendere al prezzo maggiore possibile – diventi un handicap grave nell’affrontare problemi “sistemici” che devono occuparsi non solo del rapporto costi/ricavi, ma anche di tutto il resto che in un sistema sociale complesso ha una qualche importanza per la tenuta dell’insieme.

Facciamo un esempio semplice. Il “privato” può costruire automobili velocissime e dal consumo sempre più basso (insomma…), ma per utilizzare al massimo queste potenzialità occorre una rete stradale ben ingegnerizzata per minimizzare i colli di bottiglia e naturalmente con un fondo privo di buche, dossi, cunette ed altro che possa costringere ad andare piano.

La rete stradale, però, al “privato” non interessa perché non è un business da cui poter ricavare un profitto (le autostrade a pagamento sì, ma solo se le costruisce il “pubblico” a spese della collettività e poi gliele lascia in “concessione”, vedi Benetton e il Ponte Morandi). Il risultato sono gli ingorghi, le rotture di pneumatici e sospensioni, i tamponamenti, le bestemmie e le liti…

Ma è sulla guerra che il fallimento delle “privatizzazioni” si mostra in tutta la sua potenza. Abbiamo visto che poche settimane di attacchi sull’Iran hanno fatto calare ai minimi funzionali le scorte di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc) e d’attacco (Tomahawk) a disposizione del Pentagono.

E’ insomma saltato il “modello militare-industriale” cementato da oltre 30 anni di “guerre asimmetriche”, dove una potenza tecnologicamente superiore poteva agevolmente bombardare un nemico senza difese antiaeree e senza possibilità di risposta missilistica, fino al punto da costringerlo alla resa o affrontare un’invasione di terra in condizione di già forte menomazione.

Armi tecnologicamente superiori, naturalmente molto costose, gestite con una una rete di radar e satelliti senza competitori, fornite da costruttori privati che potevano vendere i loro prodotti migliori in esclusiva alla superpotenza, massimizzando i prezzi per unità e quindi i profitti.

Già con i montanari talebani dell’Afghanistan questo modello aveva dimostrato limiti insuperabili (memorabile la battuta di “Dabliu” Bush: “non possiamo sparare missili da un milione di dollari per bruciare la coda di un cammello”), ma è con l’Iran che il fallimento è diventato conclamato.

E questo chiama in causa lo Stato, quella che un tempo era la “massima concentrazione della forza”.

Ai tempi dello “Stato keynesiano” – quello che interveniva nell’economia sia con decisioni sulle imprese private che con la gestione di aziende controllate direttamente – di fronte ad una difficoltà del genere sarebbe stato relativamente semplice e veloce pianificare un cambio di strategia industriale coerente con le nuove forme della guerra, chiamare a raccolta le migliori menti scientifiche e tecnologiche prodotte dal Paese, disporre ordinativi di produzione alle imprese di tutti i tipi (seguendo l’esempio dello sforzo bellico nella Seconda Guerra Mondiale) e quindi “dare una svolta” anche sul campo di battaglia.

Ora che, invece, lo Stato deve guardarsi bene dall’intervenire nelle decisioni aziendali, e davanti a gruppi multinazionali e/o piattaforme con bilanci simili o superiori a quello di quasi tutti gli Stati, tutto ciò è impossibile. Al massimo si possono sottoscrivere nuovi contratti, per quantitativi superiori o per nuove armi, ma subendo i prezzi, i tempi e le scelte dei produttori privati.

L’Occidente neoliberista si trova del resto oggi a seguire un presidente degli Stati Uniti – ancora la massima superpotenza – che fa insider trading a Wall Street producendo lui stesso le “notizie” e i fatti che possono influenzare le dinamiche dei mercati finanziari.

Un presidente, insomma, che usa il suo “potere pubblico” – fare guerre, invadere paesi, rapinare risorse (o anche soltanto tweet), ecc – per arricchirsi in quanto “privato”. Al punto da aprire una piattaforma che “vende” anticipazioni riservate agli investitori sulle decisioni o le dichiarazioni che farà, al modico prezzo di 100.000 dollari.

La logica è completamente rovesciata. O, per lo meno, le aree di sovrapposizione tra interesse “privato-familiare” (i membri del clan Trump sono tutti coinvolti in prima persona nella fattura della “politica degli Stati Uniti”, a partire dal genero sionista Kushner) e interesse “pubblico imperiale” sono così vaste e numerose da diventare un groviglio inestricabile. 

Ed inefficiente. Perché inibisce soluzioni che non rappresentino anche un vantaggio per il numeroso gruppo di “privati” – i boss delle piattaforme, i finanzieri d’assalto, le compagnie petrolifere, la “famiglia” e “gli amici degli amici”, ecc – che guida l’astronave imperiale.

Un impasto pericolosissimo, quanto un esplosivo che trasuda nitroglicerina in un contenitore traballante…

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