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Se bombardo “non reagite”, sennò crollo

Il petrolio viaggia verso i 100 dollari al barile, mentre le riserve strategiche Usa – nonostante la rapina a mano armata compiuta in Venezuela – sono scese al livello più basso dal 1982, a causa dei continui prelievi di emergenza volti a far fronte alla carenza energetica globale. La notizia viene da CBS News, che peraltro cita dati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

La causa vicina è la ripresa dei bombardamenti statunitensi su Hormuz e altri obiettivi militari – assicura il Pentagono – oltre che contro due petroliere iraniane nel Golfo Persico. Ma intanto è stata colpita anche una festa di nozze, provocando cinque morti civili, tra cui una bambina, nella città di Kuhestak, vicino Minab, teatro della strage di bambine a scuola, sei mesi fa. Come successo in Afghanistan pare che i “missili intelligenti” non riescano proprio a distinguere tra una festa e un concentramento militare…

Quasi paradossale l’intimazione di Donald Trump dopo questa nuova ondata di attacchi (la seconda in due giorni): “Non reagite o sarà peggio”. Non servono teorici della guerra per sapere che, di fronte a un qualsiasi attacco, un Paese sia costretto a reagire. A meno di non alzare la bandiera bianca e chiedere pietà…

E l’Iran – non solo in questi ultimi sei mesi, ma soprattutto in questi – ha dimostrato ampiamente di essere non solo in grado di rispondere, ma di volerlo fare in modo “simmetrico”; ossia senza alzare il livello di scontro, ma cercando di pareggiare sempre i conti. E infatti anche questa volta sono partite raffiche di droni e missili balistici verso le basi Usa nella regione: a Erbil, nel Kurdistan irakeno, in Kuwait, Bahrein e Giordania.

Proprio qui sarebbe stata presa di mira la base di Camp Tabetin, sede dei marines che si pensava “non conosciuta” da Tehran.

Inutile dar conto delle rispettive propagande (“gravi danni e alte perdite” secondo le agenzie iraniane, “tutti i missili intercettati” secondo il CentCom), perché il centro della questione riguarda l’esercito Usa e quella “strana intimazione” di Trump.

Tutte le analisi più attendibili riferiscono da settimane che la disponibilità di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc) è ridotta ai minimi termini, quindi attacchi prolungati e sistematici, che “stimolano” la risposta missilistica iraniana, sono problematici per scarsità di difese.

In questo caso la battuta di Trump sembrerebbe più che altro un messaggio del tipo “non vi incazzate troppo, stiamo facendo un po’ di casino, ma senza vole andare troppo in là”. Ci sono le elezioni di midterm alle porte, negli Usa, e questa guerra è forse la più impopolare della storia, viste le conseguenze per il prezzo dei carburanti (alfa e omega del consumatore americano). Arrivare alle urne con la benzina a 6 dollari per gallone (quasi 4 litri) sarebbe catastrofico per i repubblicani.

Dall’altra parte si lascia filtrare che sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di usare armi nucleari – il massimo della “pressione” possibile – ma anche che “non serve”. Solo il fatto che se ne sia parlato, però, dimostrerebbe che sul piano delle armi convenzionali il limite è vicino o è stato già superato.

Sta di fatto, comunque, che nel frattempo le cose cambiano, sia sul terreno che nelle relazioni internazionali. In questi giorni si sono riuniti sia il G20 (concentrazione dei paesi occidentali, in gran parte), sia l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), ossia l’alternativa asiatica con al centro Cina, Russia, India e molti altri paesi.

La Cina, peraltro, siede in entrambe le assemblee e appare significativo che abbia votato contro una risoluzione finale del G20 che chiede la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz e il “passaggio libero e gratuito”. Come prima dell’attacco Usa-Israele del 28 febbraio…

Parallelamente, secondo il Financial Times, Mosca avrebbe segretamente aiutato l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici. Il programma di sviluppo sarebbe iniziato nel 2023 e ora abbastanza sviluppato, in grado di attaccare portaerei e altre navi statunitensi in Medio Oriente. Questo sarebbeuno dei più significativi trasferimenti di tecnologia militare strategica da Mosca a Teheran“, anche se finora non si hanno prove concrete (resti di missile lanciati su obiettivi Usa nel Golfo).

Se è così (anche il FT “sfarfalla” quando si muove fuori dell’ambito economico-finanziario) significa che a sostegno materiale di Tehran si va configurando un insieme decisamente potente di forze che non apprezzano affatto – diciamo così – il “dispotismo americano” a migliaia di chilometri da casa propria. Una risposta simmetrica al supporto Nato verso Kiev e Tel Aviv, insomma.

Al contrario, la credibilità della potenza Usa sta mostrando più di qualche crepa. Si è infatti dimesso il Segretario all’Esercito Dan Driscoll, praticamente il vertice civile della struttura militare, secondo solo al segretario “alla guerra”, Pete Hegseth. Driscoll era considerato vicinissimo al vicepresidente J.D. Vance e l’ultimo della “vecchia guardia pragmatica” al Pentagono.

Il suo messaggio d’addio è stato peraltro poco confortante: Non possiamo sostenere la guerra“. Un parere tecnico-militare, non politico, che lo aveva convinto a fare un tentativo – finito male – di aprire un dialogo con la Russia per ridurre al minimo l’impegno americano diretto in Ucraina.

Contemporaneamente il Washington Post ha rivelato parte del “registro degli ordini” del 14 agosto, contenente le obiezioni scritte di quattro alti comandanti contro il piano di Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente fino al 2027.

Si tratta dell’mmiraglio Daryl Caudle (Operazioni Navali), che obietta l’insostenibilità dei ritmi di impiego delle unità navali senza una data di termine della missione (su almeno due portaerei ci sarebbero stati episodi di sabotaggio, autolesionismo e semi-ammutinamento). Nonché dell’ammiraglio Samuel Paparo (responsabile dell’Indo-Pacifico), secondo cui il drenaggio continuo di cacciatorpediniere e gruppi portaerei verso il Medio Oriente stia privando gli Usa della deterrenza necessaria in altre parti del mondo.

Ma anche dei generali Grynkewich (Comando Europeo) e Donovan (Comando Sud), che confermano la scarsità di numerose dotazioni-chiave (a cominciare dai missili intercettori) e quindi il rischio di scarsa copertura di altri fronti strategici.

Forse il “non reagite” di Trump ha anche un altro significato…

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