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Pianificazione e rottura sociale. Una prospettiva da rimettere in campo

Il manifestarsi – a scala globale – della Pandemia Covid-19 sta producendo effetti che travalicano il pur drammatico costo umano e sanitario. Improvvisamente le magnifiche e progressive sorti del capitalismo sembrano conoscere una pesante battuta d’arresto e persino il futuro prossimo delinea cupe ombre che alludono a scenari catastrofici e da fine della civiltà.

Crisi sanitaria, crack economici, ripresa delle guerre monetarie e finanziarie, crisi degli organismi sovranazionali, costituiscono il combinato disposto di una miscellanea di fattori che si stanno centrifugando, configurando una nuova turbolenza internazionale.

Nel corso della storia moderna e contemporanea il mondo – particolarmente a ridosso dell’imporsi delle prime forme di colonialismo e di saccheggio delle Terre Nuove – aveva conosciuto altre rovinose forme pandemiche, ma nessuno – tra i cantori della globalizzazione e del moderno turbo-capitalismo imperialista – immaginava che da un mercato di animali vivi di una provincia cinese potesse mettersi in moto uno tsunami che sta provocando morte, distruzione di economie e un evidente scompaginamento negli assetti di dominio geopolitico internazionali.

E’ accaduto praticamente come altre volte nella storia dell’umanità che il diavolo fa le pentole e non i coperchi!

Ed è in questa inedita vicenda che si è materializzata l’attitudine a ricoprire la funzione di apprendista stregone da parte del capitalismo stess,o il quale si mostra avviluppato nel suo convulso procedere.

Del resto il segno distintivo e caratteristico del modo di produzione capitalistico è dato dalla molteplicità dei capitali in reciproca conflittualità tra loro. Senza tale molteplicità conflittuale – come anche una illusoria compatta unicità – esso neppure sarebbe concepibile.

Da tali contraddizioni – come afferma il marxismo – deriva la caducità, sia ricorrente che tendenziale, del sistema e lo stesso antagonismo di classe tra borghesia e proletariato che è l’altro, e il più esteriore e apparente, segno distintivo.

Ma lasciamo alle parole di Karl Marx descrivere questa caratteristica costitutiva del capitalismo: “I differenti settori della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio. Ma questa tendenza costan­te della produzione a equilibrarsi si attua soltanto come reazione contro la costante distruzione di questo equili­brio. La regola opera soltanto a posteriori nella divisione del lavoro all’interno della società, come necessità naturale interiore, muta, – sostiene Marx – percepibile negli sbalzi dei prezzi del mercato, che sopraffà l’arbitrio sregolato dei produttori di merci. La divisione sociale del lavoro contrappone gli uni agli altri i capitalisti in quanto produttori indipendenti di merci, i quali non riconoscono altra autorità che quella della concorrenza, cioè la costrizione esercitata su di essi dalla pressione dei loro interessi reciproci: “come anche nel regno ani­male il bellum omnium contra omnes preserva più o meno le condizioni di esistenza di tutte le specie”.

Come spiegare altrimenti il fallimento di un sistema sociale che non è in grado di difendere la vita delle persone, come argomentare la evidente follia di smantellare i servizi sanitari di prevenzione e di cura, come comprendere – in una sana logica di tutela generale e non in una parossistica bramosia di valorizzazione dei profitti ad ogni costo – la privatizzazione della ricerca, l’abbandono di qualsiasi attenzione per l’ambiente, per la biodiversità e per il complesso dei temi e delle questioni che attengono al rapporto della specie umana con la natura.

Siamo di fronte ad una dimostrazione concreta, materiale e dolorosa dell’anarchia del capitale e dell’insensato sviluppo antisociale delle forze produttive, che mostrano il proprio limite se indirizzate unicamente all’accumulazione capitalistica nell’ambito di una sfrenata competizione tra potenze, blocchi monetari ed alleanze politiche/militari.

Una deriva che oggi è oscenamente visibile nel palesarsi della Pandemia ma che potrebbe anche manifestarsi, in un prossimo futuro, tramite un conflitto bellico generalizzato o nelle forme di una crisi finanziaria ed economica dalla portata rovinosa.

In tale quadro – in Italia, in Europa e nel mondo intero – si distinguono per accertata capacità di gestione, per modalità di democraticità dei processi e per una sostanziale efficienza a fronte dei problemi tutte le varie esperienze di governo che si richiamano al Socialismo, o quanto meno ad una governance della società in cui l’appropriazione privatistica è sottoposta a limiti e/o a condizionamenti.

La vigenza e l’uso delle strategie di Pianificazione economica e produttiva, di studio, di previsione e di anticipazione dei rischi, di attenzione verso i bisogni sociali dei settori popolari e – soprattutto – di presenza dell’azione dello Stato (che non agisce al pari del padrone o della multinazionale di turno) nell’economia e nella previdenza sociale, sono strumenti che possono difendere i ceti subalterni dal rullo compressore della centralità del mercato e del profitto.

E non è un caso poi che se si paventa una emergenza – come quella del Covid 19 – questi paesi e queste esperienze governamentali sono più attrezzate ad affrontare in una forma meno anarchica e disperata gli scenari di crisi riducendo, massicciamente, i costi umani, sociali e materiali.

Per una opzione comunista come la nostra tale premessa è indispensabile per collocare nella giusta dimensione politica la discussione che si sta aprendo, anche nel nostro paese, circa l’accertata superiorità delle forme della Pianificazione in economia e nella società.

La crisi generata dalla Pandemia sta provocando e causerà, ancora di più nei prossimi mesi, una distruzione di capitali ed una generale svalorizzazione del lavoro. Già in questi giorni il padronato e l’insieme dei poteri forti stanno predisponendo nuovi cicli di ristrutturazione selvaggia del mercato del lavoro e di uso antipopolare della cosiddetta fase di “fuoriuscita dall’emergenza pandemica”.

Bene, quindi, la riapertura di un dibattito – a partire dai contributi che stanno arrivando dal Sindacalismo Conflittuale, da forze politiche indipendenti e da intelletuali non asserviti al pensiero borghese – sulla ripresa, culturale e politico/pratica, del concetto di “Pianificazione e di Nuovo Intervento dello Stato in economia”.

Si tratta, indubbiamente, di obiettivi e di paradigmi interpretativi che per affermarsi nell’agenda politica necessiteranno di un forte e riqualificato scontro sociale nei posti di lavoro, nei territori e nell’insieme della società. Su tali questioni – ed è bene ricordarlo a tutti noi – Confindustria e il padronato opporranno un diniego ferreo perché vogliono continuare ad avere mano libera sul lavoro e la vita delle lavoratrici e dei lavoratori.

L’intera cultura del conflitto sindacale e sociale dovrà riconnettersi a tale elaborazione programmatica la quale – specie nel nostro paese – ha conosciuto, nei decenni alle nostre spalle, la vigenza di strumenti di intervento dello Stato come, ad esempio, l’IRI, la Cassa del Mezzogiorno o lo stesso istituto del Ministero delle Partecipazioni Statali.

Un insieme di strumenti che – sicuramente – erano il frutto di un avanzato compromesso tra Capitale e Lavoro risultato, prima di tutto, di una poderosa stagione di lotte operaie e popolari ma anche di una diversa funzione della forma/Stato in una congiuntura politica di altro tipo.

Non a caso, con l’avanzare della costruzione del polo imperialista europeo e con l’imposizione dei dispositivi di centralizzazione innestati da questa costruzione autoritaria ed antipopolare, si è realizzato prima lo svuotamento e poi l’abolizione di questi strumenti di intervento dello Stato in economia e nella società.

Salutiamo, quindi, e sosteniamo attivamente questa discussione la quale oggettivamente colloca il complesso dell’azione rivendicativa, sindacale e sociale su un piano più avanzato dove l’elemento della politicizzazione delle contraddizioni costringe tutti ad affrontare contesti prima non considerati o presi in esame.

Certo da comunisti siamo consapevoli – ed operiamo nell’agire reale del divenire storico – che bisogna concretamente evitare ogni scorciatoia economicistica e che quindi la Pianificazione (o meglio la politica di Piano) non è di per sè la realizzazione della fase storica computa del Socialismo. Parimenti non intendiamo, semplicisticamente, tale fattore come un automatico viatico verso un processo unico ed esclusivo di rottura immediata del modo di produzione capitalistico.

Ma se pianificazione economica socialista non significa già vivere una fase di “Socialismo compiuto”, certamente tale condizione ne costituisce un passaggio possibile, nella costruzione di percorsi che si dirigono nella direzione della transizione storica verso il Socialismo e quindi della riappropriazione della proprietà sociale dei mezzi di produzione.

Il campo dell’economia, dell’organizzazione del lavoro, delle sue finalità e dell’insieme del vivere sociale è, sicuramente, uno dei punti cardine su cui accumulare coscienza, forza ed organizzazione di classe!

*Rete dei Comunisti

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