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«La misteriosa curva della retta di Lenin»

«Ma la politica assomiglia più all’algebra che alla aritmetica e più ancora alla matematica superiore che alla matematica elementare. In realtà tutte le vecchie forme del movimento socialista si erano impregnate di un nuovo contenuto; davanti alle cifre era perciò comparso un nuovo segno: il “meno”. Ma i nostri sapientoni continuavano (e continuano tuttora) ad affermare a sé e agli altri che “meno tre” è più di “meno due”».

V. I. Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 163-164.

È facile prevedere che il centesimo anniversario della morte di Lenin, che ricorrerà il 21 gennaio, non sarà ricordato nei necrologi storici dei ‘mass media’ borghesi, i quali, se e quando se ne ricorderanno, ne faranno un tema di propaganda anticomunista, né sarà motivo di particolare approfondimento da parte dei gruppi dirigenti degli Stati che nominalmente si ispirano al suo insegnamento.

Altrettanto prevedibili saranno, per il loro carattere supervacaneo e più o meno dottamente occasionale, le discettazioni che si accingono a produrre gli esponenti della cosiddetta “cultura di sinistra”, marxisti a scartamento ridotto e a ritorni mestruali (per citare una pittoresca, ma icastica, definizione di Bordiga).

Dal canto suo, una forza comunista non può evitare di confrontarsi e di fare i conti con Lenin ed il leninismo al di fuori di atteggiamenti di liquidazione aprioristica, di rituale celebrazione o di opportunistico ‘bavardage’. 2

Vorrei perciò indicare quattro punti sui quali il pensiero e l’opera di Lenin mantengono, se non una piena ed incontestabile validità, una portata discriminante, tale per cui, di fronte alle tesi da lui enunciate, si resta obbligati a “prendere posizione”. Si tratta del problema dell’imperialismo e dell’internazionalismo comunista, del problema dello Stato e della democrazia proletaria, del problema del partito e di una nuova pratica (sia teorica che politica) del marxismo.

Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso la letteratura marxista concernente lo studio e l’analisi dell’imperialismo ha conosciuto molti e brillanti contributi teorici (Baran, Sweezy, Gunder Frank, Amin ecc.), sollecitati anche dalla espansione delle lotte di liberazione nazionale in vari paesi del Terzo Mondo: nessuno di questi contributi, pur portando innovazioni ed approfondimenti, come d’altronde quelli successivi, ha sovvertito o modificato, in punti essenziali, il modello di analisi leniniano contenuto nel “saggio popolare” su “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”.

La tesi centrale di questo saggio riguardante «la questione fondamentale, cioè la questione della ‘natura economica dell’imperialismo’», conserva ancor oggi tutto il suo valore: l’imperialismo non è una «politica» del capitalismo (come ritenevano molti teorici borghesi e lo stesso Kautsky), bensì una fase o stadio di esso, ragione per cui fenomeni quali il militarismo, il colonialismo, la guerra, gli antagonismi economici e di classe, la ricerca di mercati di sbocco alla produzione capitalistica risultano, alla luce di tale indagine della matrice strutturale dell’imperialismo, espressioni caratteristiche necessarie di una nuova fase del capitalismo, filiazione a sua volta altrettanto necessaria della fase precedente.

Quali che siano state le modificazioni intervenute in questa realtà economico-sociale imperialistica dopo Lenin (le multinazionali, il carattere transnazionale del capitale finanziario, l’interconnessione tra metropoli e periferia su scala mondiale, il decentramento produttivo, l’anomalia dell’esistenza di società parzialmente sottratte alla logica del sistema capitalistico internazionale ecc.), quattro aspetti di notevole rilievo sono da fissare nell’analisi di Lenin:

  1. l’imperialismo può definirsi fase del capitalismo solo se nell’analisi si parte, conforme al metodo marxista, dal processo produttivo dove si crea il plusvalore, che è il centro d’irradiazione di tutti i fenomeni che caratterizzano l’insieme della struttura economica e delle sovrastrutture (politiche, giuridiche, filosofiche, religiose ecc.): l’acquisizione più preziosa che ci viene da questo punto riguarda dunque il metodo;

  1. l’imperialismo non è soltanto una formazione economica, esso è una formazione economico-sociale ed abbraccia quindi la politica e l’ideologia sia a livello del blocco di potere della borghesia sia a livello delle tendenze fondamentali (marxismo rivoluzionario e riformismo socialdemocratico) operanti nel movimento operaio: anche qui la critica anti-Kautsky di Lenin conserva tutta la sua portata discriminante in relazione sia ai compiti che incombono oggi su una forza comunista sia all’invarianza della rottura tra rivoluzionari e riformisti;

  1. la concezione congiunta dell’imperialismo come «meccanismo unico» e come sistema mondiale, cioè estensione a tutto il mondo del modo di produzione capitalistico, costituisce la base reale ed oggettiva dell’internazionalismo comunista: i problemi internazionali cessano di essere un livello separato rispetto a quelli nazionali;

  1. l’esistenza della catena imperialistica mondiale, lo sviluppo ineguale del capitalismo e la teoria dell’«anello debole», che emergono quali aspetti di una visione integrata dell’imperialismo come formazione economico-sociale, fondano il carattere socialista delle rivoluzioni che si verificano nei «punti bassi» del sistema capitalistico, in quanto queste agiscono come fattori di disgregazione e di rottura di tale catena con effetti rilevanti sull’insieme della formazione (si pensi alla rivoluzione cinese, alla rivoluzione cubana, alla guerra di liberazione vietnamita e alla resistenza palestinese contro il sionismo): qui è operante una lezione particolarmente attuale la cui essenza è anti-evoluzionistica ed anti-meccanicistica, poiché rompe le concezioni eurocentriche del processo rivoluzionario e fa emergere il ruolo antagonistico che lo sviluppo dell’imperialismo ha attribuito alle lotte dei popoli del Terzo Mondo per l’indipendenza e la sovranità.

Ha avuto una certa voga negli anni passati, in quanto accreditata da volgarizzazioni che traggono origine dalla sociologia grande-borghese (Weber, Schumpeter ecc.), l’opinione secondo cui il marxismo sarebbe una concezione priva di una propria teoria politica, quindi impossibilitata, in quanto tale, a fondare una propria problematica istituzionale della transizione.

Questa opinione è falsa e nasce da un fraintendimento, poiché Marx e Lenin non si posero mai il problema dello Stato borghese se non nella forma della sua distruzione e della sua sostituzione con un «semistato» socialista basato su istituzioni, definite di «democrazia proletaria», del tutto diverse in linea di principio e in via di fatto da quelle su cui si articola il tipico Stato borghese.

D’altra parte, sarebbe vano cercare nei classici (in Marx, Engels, Lenin) qualcosa che, integrando i limiti della nozione dello ‘Stato-gendarme’ o dello ‘Stato-comitato d’affari della borghesia’ o dello ‘Stato-macchina burocratica’, si avvicini alla nozione dello Stato neocorporativo contemporaneo e alle molteplici funzioni che esso svolge nel quadro di un sistema che è stato definito, per l’appunto, come “capitalismo monopolistico di Stato”. Qui i marxisti se la debbono cavare da soli e i ‘collages’ di citazioni dai classici possono sempre servire, ma fino ad un certo punto.

Tuttavia, pur con tutte le modificazioni di prospettiva e con le innovazioni di analisi che la nuova situazione storica richiede, il Lenin di “Stato e rivoluzione” resta un essenziale punto di riferimento rispetto a due questioni cruciali: a) la necessità della «rottura» della macchina statale borghese, come prodotto della conquista del potere politico da parte delle masse proletarie (giacché, riguardo alla irrecuperabilità dello Stato della borghesia da parte del proletariato, le lezioni, opposte ma complementari, del Cile del 1973 e del Portogallo del 1975 non devono essere dimenticate); b) la consapevolezza che, essendo lo Stato «una forma particolare di repressione», la distruzione dello Stato della borghesia e la dittatura del proletariato fanno tutt’uno, poiché stanno fra loro come sostanza e forma, sono, cioè, funzioni assolutamente complementari.

Da qui scaturisce l’importanza decisiva della creazione di un sistema consiliare di democrazia diretta, fondato sulla partecipazione, sul protagonismo e sull’autodeterminazione di classe del proletariato e degli altri strati sociali oppressi.

Non v’è dubbio che queste indicazioni, in cui si riassume una profonda consapevolezza e conoscenza delle basi materiali della sovrastruttura statuale, rimangano fondamentali per una forza comunista che, pur ponendosi sul terreno di una riflessione strategica post-leniniana, non intenda perdere di vista le ‘grandi ragioni’ della sua iniziativa politica e ideale.

Sulla concezione leniniana del partito non è possibile soffermarsi, nell’ambito di queste sintetiche riflessioni, tali e tante sono le interrelazioni teoriche, strategiche e tattiche di una simile tematica, che talora ha quasi ‘fagocitato’ altri aspetti del pensiero e dell’opera di Lenin, i quali vanno pur tenuti distinti da questa tematica.

Qui la sollecitazione di Lukács 3 a considerare in modo dialetticamente consapevole i termini storici in cui Lenin affrontò e risolse il problema della costruzione del partito, resta del tutto valida, al fine di non cadere in una sorta di ipostatizzazione della forma-partito leninista che, astraendo la teoria del partito dalle condizioni storiche e di composizione tecnica, sociale e politica del proletariato, tende ad assumerla come modello assoluto, indipendentemente dalle congiunture concrete della lotta di classe e dello sviluppo economico.

Resta nondimeno fondamentale il primo concetto di Lenin a questo proposito, e cioè che l’organizzazione è la condizione fondamentale della strategia, poiché essa è il momento nel quale non solo si viene determinando la forza del proletariato, ma soprattutto la sua consapevolezza, in quanto attraverso l’organizzazione il proletariato si ricompone nella sua autonomia di classe rivoluzionaria. Questo concetto, assolutamente fondamentale in Lenin, va ribadito nel suo legame con il concetto di formazione storica e con la sua analisi della situazione proletaria: situazione, esattamente come ai nostri giorni, di dispersione, di precarietà, flessibilità e mobilità, che può risolversi solo in virtù della funzione trainante dell’avanguardia in quanto coscienza e, quindi, momento di riunificazione interna del proletariato. Si manifesta qui la duplice dialettica, oggettiva e soggettiva, ìnsita sia nel rapporto tra cicli economici e lotte di classe sia nel rapporto tra avanguardie di massa e avanguardie organizzate: dialettica che un partito leninista deve analizzare con la massima esattezza e utilizzare con la massima decisione come leva potente dell’azione rivoluzionaria.

Prende così forma e corpo, nella elaborazione di Lenin, il nesso teorico-pratico, dal cui vario e complesso articolarsi nasce quella “forma-partito vivente” di cui le masse abbisognano in vista di una lotta che, per essere all’altezza della situazione storica, non può mai essere azione puramente economica o semplice rivolta spontanea, ma deve ricomprendere la multiforme ricchezza e la polifonia degli antagonismi esistenti in un vettore unificante che ha come oggetto l’insieme dei rapporti di forza tra le classi, condensato nello Stato borghese e nei suoi apparati, e ha come obiettivo la loro distruzione-trasformazione: il partito come mezzo per «scuotere tutti i rami dell’albero sociale».

Il leninismo, pertanto, acquista pienamente il suo significato come massima esemplificazione storica del rapporto teoria-politica nel marxismo, rapporto che non è solo d’integrazione reciproca o di scorrimento biunivoco, ma anche d’interconnessione dialetticamente contraddittoria, sì che l’essenza del metodo leniniano è, da un lato, in virtù di tale interconnessione dialettica, «l’analisi concreta della situazione concreta», da cui sorgono soluzioni nuove ed originali dei problemi che la presente congiuntura pone a chi intende agire per trasformare il mondo; dall’altro lato, tale metodo non dimentica mai che il nuovo, per legge dialettica, nasce, si sviluppa e progredisce dal vecchio e che perciò l’analisi delle caratteristiche di un fenomeno non può mai prescindere dall’analisi della struttura fondamentale e del suo divenire storico (si pensi all’opera del 1899 che Lenin pose alla base della sua azione di dirigente del movimento di classe, “Lo sviluppo del capitalismo in Russia”).

Lenin compì nel suo tempo un’operazione esplicitamente ‘continuista’ rispetto al marxismo, eppure sappiamo quanto egli abbia innovato ciò che si proponeva di restaurare. La bussola e il sestante di questa operazione ci sono offerti da due tesi, la prima delle quali (formulata in modo paradigmatico da Giuseppe Stalin) afferma la necessità di assumere il leninismo in quanto unico punto di vista correttamente fondato da cui è possibile operare la sintesi rivoluzionaria di teoria e politica; 4 la seconda (enunciata con grande chiarezza da György Lukács e condivisibile da qualsiasi marxista intenzionato ad evitare gli opposti e complementari pericoli del dogmatismo e del revisionismo, che è quanto dire dell’opportunismo di sinistra e dell’opportunismo di destra), afferma che, per ciò che concerne il marxismo, l’‘ortodossia’ si riferisce esclusivamente al ‘metodo’.

Far avanzare, con Lenin ed oltre Lenin, attraverso una ripresa della pratica marxista, un processo di ricomposizione teorica del marxismo funzionale alla costruzione del partito nuovo del proletariato, è il compito immediato che sta di fronte ai comunisti, nel mezzo di un crinale decisivo della nostra epoca, in cui un intreccio di mediazioni contrappone e sovrappone l’una all’altra le alternative guerra-pace, sopravvivenza-sterminio, capitalismo-socialismo.

Certo, a fronteggiare contraddizioni così esplosive non basta Lenin, ma non v’è dubbio che, se perdessimo di vista il suo metodo dialettico e la sostanza conoscitiva delle sue posizioni fondamentali in materia di analisi dell’imperialismo e dello Stato borghese, di autonomia politica e ideale del proletariato nella sua lotta anticapitalistica, nonché in materia di costruzione del socialismo, ci priveremmo di strumenti essenziali per prevedere, orientare e dirigere l’azione del movimento di classe nella realtà drammatica e complessa del nostro tempo.

Tempi terribili ci stanno davanti: l’uso terroristico della crisi da parte del capitale, la trasformazione repressiva dello Stato, una sempre minore agibilità politica per il conflitto sociale, la mobilitazione reazionaria delle masse, l’oscurantismo e la guerra imperialistica nelle sue molteplici manifestazioni: tutto questo lo vediamo e lo vedremo rivolgersi sempre più pesantemente contro il movimento di classe. Bisognerà, come comunisti e come rivoluzionari, resistere e riscoprire tutte le armi del proletariato, che vanno utilizzate alla luce del metodo e della scienza messi a punto da Lenin e dal leninismo: soprattutto quelle che una storia di sconfitte, di cedimenti e di tradimenti più pesantemente ci nega.

Ecco perché il centesimo anniversario della morte di un protagonista della fusione tra il marxismo e il movimento di classe, di un tenace assertore dell’“attualità della rivoluzione” e della solidarietà internazionalista, quale è Lenin, anziché essere passato sotto silenzio o ricordato sottovoce può e deve stimolare la riflessione e la lotta delle forze comuniste, può e deve contribuire a mantenere aperta la prospettiva della liberazione del proletariato e di tutti gli strati popolari oppressi.

 

1 L’espressione del titolo, la cui paternità si deve allo scrittore russo Isaak Babel’, esprime con efficacia il carattere dialettico e ‘algebrico’ del metodo di ricerca, dell’analisi scientifica e della politica rivoluzionaria sviluppati, sulle orme di Marx e di Engels, da Lenin.

2 Non è difficile prevedere, data la gamma pittoresca degli oratori convocati per l’occasione (che comprende personalità e personaggi quali Balibar, Canfora, la Castellina, la Di Leo e Marramao), che sarà questo il caso dell’iniziativa organizzata dalla Fondazione Basso e intitolata “Lenin, a cento anni dalla morte”.

3 Lukács è l’autore di un magnifico profilo del pensiero e della personalità del grande rivoluzionario russo. Egli non esitava a dichiarare, riferendosi a Lenin, la propria ammirazione per «la catena scientificamente infrangibile dei suoi argomenti».

4 Tale sintesi deriva dalla congiunzione di due tesi fondamentali, che costituiscono le due facce della stessa medaglia. Tesi n. 1: «Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente: il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare» / Tesi n. 2: «…il leninismo è cresciuto e si è rafforzato nella lotta contro l’opportunismo della II Internazionale…La lotta spietata contro l’opportunismo non poteva non essere uno dei compiti più importanti del leninismo» (G. Stalin, Questioni del leninismo, Feltrinelli Reprint, Milano s.d., pp. 10-11).

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1 Commento


  • avv.alessandro ballicu

    oggi più che mai Vladimir Lenin è attuale, perchè lui già nel 1917 ammoniva contro i pericoli della plutocrazia.
    ora purtroppo quella plutocrazia- grazie ai danni causati da Gorbaciof- si è talmente ingigantita e globalizzata al punto di dispiegare la brutale dittatura dell’alta borghesia occidentale, sulla maggior parte del globo, attraverso società segrete politico mafiose- quali Bilderberg e altre- ove politici, giornalisti, scienziati, economisti e finanzieri- tutti prezzolati- impongono colla forza dei miliardi una visione unica faziosa, menzognera e antidemocratica della realtà e del mondo, producendo disastri, morti, malattie etc.
    solo una rivoluzione comunista, ben più forte di quella realizzata dal grande Vladimir nel 1917, possibilmente mondiale, restituirebbe tutto il potere ai popoli, sottraendolo a banchieri, finanzieri, usurai e ai loro servi.

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