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Attenti al soft power israeliano

“L’articolo firmato da Goldstone rappresenta un grande successo per Israele” ha scritto  l’editoriale del quotidiano israeliano Maariv. “La ritrattazione del giudice rende nulle e inefficaci tutte le decisioni su Israele prese dal Consiglio Onu per i Diritti Umani” ha commentato il ministro degli esteri israeliano Lieberman. “Oltre a scrivere il suo articolo, il giudice Goldstone dovrebbe assicurarsi che le conclusioni a cui è arrivato vengano recepite dagli organismi internazionali che sono stati influenzati dal suo rapporto infondato e distorto, solo così si avrebbe davvero una riparazione perlomeno parziale del danno causato” ha sottolineato il ministro della Difesa israeliano Barak.

Le autorità israeliane stanno dunque cercando in ogni modo di capitalizzare la “ritrattazione” sulle pagine del Washington Post del giudice sudafricano Goldstone, il quale aveva dato il suo nome al rapporto dell’Onu che accusava Israele di crimini di guerra per i più di 1.400 palestinesi (più della metà civili inerti) durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza tra il 2008 e il 2009. In realtà Goldstone non dice proprio quello che gli israeliani vorrebbero diventasse la verità ufficiale, dice solo che le truppe e l’aviazione israeliane non hanno sparato intenzionalmente sui civili, che hanno condotto decine di inchieste interne che sono approdate a questa conclusione e che questa conclusione oggi –diversamente che due anni fa – persuade lo stesso Goldstone, il quale poi accusa Hamas di non aver fatto altrettanto. Ma né Goldstone nè Israele possono far scomparire il dato di fatto che 1.400 palestinesi sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani su Gaza, né che più della metà fossero civili, bambini inclusi o che le vittime israeliane sono state 19. L’asimmetria è fin troppo evidente. Intenzionalmente o no, questo è un fatto che non si può né si potrà mai cancellare in sede storica o nelle istituzioni internazionali, tribunali inclusi.

Il basso profilo sulle rivolte nel mondo arabo

Ma il dato rivelatore di questa vicenda, non è tanto il successo che le autorità israeliane stanno cercando di ottenere dalla ritrattazione di Goldstone, quanto l’escalation degli ultimi mesi del soft power di Tel Aviv sul piano delle relazioni internazionali. Certo, non si può essere sicuri di quanto siano stati “soft” gli argomenti usati dagli israeliani con Goldstone per farlo ritrattare, ma questo potrà dirlo solo lui, magari con un altro articolo.

Occorre sottolineare come anche in questi mesi, le autorità israeliane non abbiano solo fatto opera di convincimento delle proprie ragioni o di “dissuasione dolce” dal disattenderle. Infatti abbiamo verificato come in molti siano rimasti assai colpiti dal basso profilo adottato da Israele mentre tutta la mappa politica del Medio Oriente viene scossa da rivolte, proteste, cambiamenti di regimi e governi. La diffidenza israeliana per gli esiti democratici delle rivolte in corso nel mondo arabo è assai forte.

Nel caso dell’Egitto ad esempio “Le libere elezioni in Medio Oriente rischiano di portare ad un regime islamista di tipo iraniano…. Bisognerà attendere ancora a lungo prima di assistere ad una inversione di tendenza” sostiene Amnon Rubistein sul Jerusalem Post. (1)

Gli fa eco Ray Hanania secondo il quale “Davanti alla scelta tra gli estremisti religiosi e la tirannia che attualmente controlla paesi come l’Egitto, la Giordania e anche la Siria, la tirannia sembra di gran lunga il meno peggio” (2).

Secondo parecchi commentatori Israele dunque ha fatto bene a tenersi fuori dalla mischia, anche se qualcuno teme che l’Unione Europea possa alzare un po’ la voce con Tel Aviv sulla questione palestinese per recuperare un po’ di credibilità nel mondo arabo dopo la guerra scatenata in Libia (3).

Ma se Netanyahu ha avuto occasione di ribadire che in nessun caso rinuncerà alla Valle del Giordano come linea di difesa irrinunciabile per Israele, il ministro della Difesa Ehud Barak, in una intervista al Wall Street Journal, ha battuto cassa agli Stati Uniti chiedendo 20 miliardi di dollari in armamenti al posto dei 3 miliardi annui che vengono versati ad Israele. Motivo? “Una Israele forte e responsabile può diventare un fattore di stabilizzazione in una regione così turbolenta” (4).

La cautela e la spregiudicatezza con cui Israele sta seguendo e intervenendo in questa fase di rilevanti cambiamenti nella regione mediorientale, contiene però qualcosa di più e di diverso dall’esercizio del soft power israeliano nella ridefinizione dei rapporti regionali in una fase così tumultuosa (5).

Approfittare del caos

Innanzitutto se mettiamo in fila alcuni recentissimi fatti possiamo verificare come Israele abbia approfittato del caos politico in Medio Oriente per agire indisturbata (e illegalmente) al di fuori dei propri confini, senza subire alcuna conseguenza, né sul piano legale (sanzioni) né politico (rottura  della relazioni diplomatiche). E’ decisamente invidiabile come Israele continui a poter approfittare del doppio standard che gli consente una sostanziale impunità.

1)      Il 19 febbraio un commando del Mossad ha sequestrato in Ucraina un ingegnere palestinese – Dira Abu Sisi – e lo ha portato in Israele dove è stato sottoposto a processo il 4 aprile;

2)      Il 14 marzo ha sequestrato nelle acque internazionali del Mediterraneo una nave, la Victoria, battente bandiera liberiana partita da un porto della Turchia e l’ha ormeggiata in un porto israeliano, nel carico vi erano armi. Israele sostiene che fossero dirette a Gaza, altre fonti che invece fossero destinate in Libia;

3)      Il 4 aprile un elicottero israeliano è arrivato fino in Sudan e ha sparato alcuni missili contro un esponente di Hamas che si è salvato per miracolo.

4)      A Gaza sono ricominciati i bombardamenti pesanti sui palestinesi. In poche ore ci sono stati 17 morti in continuità e in nome di quella “supremazia della deterrenza” invocata da molti opinionisti israeliani che ispira quasi religiosamente ogni ragionamento sulla sicurezza di Israele (6)

I sequestri, i raid, gli atti di pirateria delle forze di sicurezza israeliane, sono passati quasi sotto silenzio, ma soprattutto senza reazioni significative da parte di quella comunità internazionale che sembra essere inflessibile solo con i paesi deboli, i quali vengono sottoposti a sanzioni, deferiti rapidamente al tribunale internazionale e poi magari attaccati “democraticamente” con i bombardamenti e l’invio di truppe dei vari paesi occidentali.

Depotenziare le campagne internazionali contro Israele

Ma le autorità israeliane stanno lavorando anche su altri fronti internazionali, anzi soprattutto su questi e per un motivo molto preciso. Israele approfitta spudoratamente del doppio standard e dell’impunità che ne deriva, ma teme immensamente i danni di immagine e di consenso sul piano internazionale. Può contare sulla complicità dei governi, ma non riesce a persuadere la società civile nei vari paesi che la sua bandiera e la sua politica siano emblemi di libertà e democrazia. Nonostante campagne stampa favorevoli, intrusive e aggressive e un collaudato apparato ideologico e mediatico, l’immagine di Israele nel mondo non riesce proprio a “bucare” in positivo, anzi.

Nasce da questa presa d’atto la preoccupazione, quasi una isteria consolidata, verso tutte le campagne internazionali o le iniziative che puntano ad “internazionalizzare” la questione palestinese ed a impedire che questa venga ingabbiata in uno squilibrato e perdente rapporto a tre tra Israele, Anp e Stati Uniti. Un triangolo nel quale i palestinesi non hanno e non avranno mai alcuna possibilità di negoziare seriamente – e i fatti da Oslo a oggi lo confermano – né di ottenere un risultato tangibile e duraturo sul piano dell’autodeterminazione.

Per questa ragione e con questa preoccupazione di fondo, le autorità israeliane stanno approntando tutta una serie di contromisure e di operazioni tese a neutralizzare e isolare le campagne internazionali che attivisti palestinesi e negli altri stati stanno conducendo con successo negli ultimi anni. Una di queste è la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) che è partita nel 2005 per volontà di una vasta coalizione di associazioni palestinesi, ma che è dilagata a livello internazionale soprattutto dopo il massacro dell’operazione Piombo Fuso a Gaza all’inizio del 2009. Il rapporto Goldstone e l’accusa a Israele per crimini di guerra, hanno dato indubbiamente una spinta a questa campagna che – oltre ai nervi degli ambasciatori e dei ministri israeliani – sta facendo saltare numerosi investimenti e accordi commerciali tra Israele e altri paesi. E’ una campagna talmente efficace che comincia a funzionare anche in un paese restìo come l’Italia. Il danno economico per gli interessi israeliani in alcuni casi è consistente in altri meno, ma il danno di immagine pesa maledettamente per uno Stato che ha costruito sulla propria immagine di baluardo della democrazia occidentale in Medio Oriente il proprio destino.

Fermare gli attivisti…con ogni mezzo necessario

E’ ovvio che le autorità israeliane cercheranno di usare in ogni modo il “successo della ritrattazione di Goldstone” per contrastare anche questa campagna, ma non si stanno limitando solo a questo. Il 15 febbraio infatti, la Knesset ha approvato un provvedimento repressivo contro coloro che appoggiano o agevolano la campagna BDS in Israele ma che punta ad estendere questo apparato giuridico e sanzionatorio anche negli altri paesi dove ci sono attivisti impegnati nella campagna. In Francia ad esempio la cosa ha visto strascichi giudiziari contro alcuni attivisti del BDS (anche se in tribunale le accuse sono crollate), negli Stati Uniti si ricorre all’ostracismo organizzato da parte della potentissima “Israel lobby” efficacemente denunciata da Walt e Mersheimer ne loro libro o da James Petras in diversi saggi.

L’altro fronte su cui le autorità israeliane stanno cercando di esercitare il soft power (almeno per ora) è quello delle navi che da tempo cercano di rompere via mare l’assedio a cui è sottoposta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Negli anni scorsi alcune imbarcazioni avevano cercato di forzare il blocco navale israeliano. Altri attivisti avevano invece cercato di frozare l’assedio via terra facendo pressione sul versante egiziano del valico di Rafah. In alcuni casi e con piccole iniziative vi sono riusciti. Quando la campagna contro l’assedio di Gaza ha assunto invece una dimensione internazionale più ampia, con centinaia di attivisti e con decine di paesi, ambasciate, mass media coinvolti, ha prevalso una dolorosa linea di sangue. Lo scorso anno era toccato alla polizia dell’Egitto di Mubarak bloccare al Cairo centinaia di attivisti della “Gaza Freedom March”. A maggio invece l’epilogo – stavolta gestito direttamente dalle forze armate israeliane – è stato assai più sanguinoso con l’arrembaggio alla Freedom Flotilla diretta a Gaza,  l’assalto alla nave turca Mavi Marmara e l’uccisione di nove attivisti turchi. Anche in questo caso Israele ha pagato un salato prezzo politico in termini di immagine e di ripercussioni nelle relazioni internazionali, soprattutto con la Turchia.

Tra poco più di un mese, esattamente un anno dopo, una nuova Freedom Flotilla cercherà di rompere il blocco navale israeliano e di raggiungere via mare i palestinesi assediati a Gaza. Nella flotta ci sarà stavolta anche una nave degli attivisti italiani, la”Stefano Chiarini”. Le dimensioni della coalizione internazionale che muoverà flottiglia stavolta saranno assai superiori a quelle dello scorso anno, e questo per Israele sta diventando un serio, serissimo problema.

Il governo israeliano ha cominciato a muoversi a tutto campo per impedire che questa campagna internazionale raggiunga il suo obiettivo. Almeno in due dei meeting internazionali preparatori della Freedom Flotilla sono state intercettate cimici e microfoni nascosti. Il 22 marzo scorso, il vice-ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, ha convocato gli ambasciatori dei paesi da cui è previsto che partiranno le navi ed ha invitato i rispettivi governi ad adoperarsi per impedire che questo avvenga.

Un servizio dell’agenzia Nena News, riporta che “L’intelligence israeliana ha messo a punto nuove unità speciali per spiare e infiltrare i gruppi antisionisti. Il nome delle nuove strutture è top secret ma si sa che sono state ideate quest’anno dall’unità di ricerca del Mid (Military Intelligence Directorate) con l’unico scopo di monitorare e controllare i movimenti che organizzano le proteste contro Israele e propongono il boicottaggio ed il disinvestimento della sua economia. Il quotidiano di Tel Aviv  Ha’aretz cita ufficiali del Mid secondo i quali queste campagne ‘selvagge’, legate a loro dire ‘ai gruppi terroristi palestinesi’, delegittimano Israele ed il suo diritto di esistere” (7).

 

Nei primi giorni di aprile, lo stesso Netanyahu aveva investito del problema il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon per fargli presente che “nella organizzazione della nuova Freedom Flotilla ci sarebbero anche gruppi islamici estremisti, i quali intendono destabilizzare la situazione”.

Il tentativo israeliano è piuttosto evidente: fare il vuoto politico, diplomatico, mediatico, solidale intorno alla Freedom Flottilla che farà rotta su Gaza e avere dunque tutti i margini per poter scegliere il soft power (se sarà sufficiente) o l’hard power (se non darà sufficiente).

Dopo aver operato a vario livello sulle istituzioni internazionali (Onu, Commissione Goldstone, governi europei etc.), dopo averne legittimato alcune e delegittimato altre (vedi il Consiglio Onu per i Diritti Umani), dopo aver verificato che gli Usa in sede Onu sono l’unica potenza che ricorre sistematicamente al diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza quando ci sono risoluzioni non gradite a Israele (come avvenuto il 18 febbraio scorso), si ha l’impressione che le autorità israeliane cesseranno di esercitare il loro soft power per rimettere in campo lo strumento che conoscono e praticano meglio: l’hard power e l’aggressione militare. In questi giorni la consuetudine all’hard power ha già ricominciato ad operare a Gaza uccidendo 17 palestinesi in meno di trentasei ore.

Tra meno di un mese se le ingerenze israeliane sui vari governi o le attenzioni “preventive” dei servizi di sicurezza israeliani non avranno fatto danni eccessivi, qualche centinaio di attivisti internazionali provenienti da una ventina di paesi, cercheranno ancora una volta di “internazionalizzare” la questione palestinese attraverso la Freedom Flotilla 2 e di rompere l’assedio materiale di Gaza e l’assedio politico di tutta la Palestina. La posta in gioco si sta facendo altissima e l’aria pesante. Occorre augurarsi che nessuno – nella sinistra che ragiona e nei movimenti – sottovaluti tutti questi fattori, in particolare nel paese europeo che si ritiene “il miglior alleato di Israele in Europa” e nel quale gli apparati israeliani e i loro complici potrebbero sentirsi particolarmente impegnati a “soddisfare le aspettative delle autorità di Tel Aviv”. La missione internazionale  della Freedom Flotilla 2 così come la campagna internazionale BDS, hanno bisogno di tutto il sostegno che in ogni singolo paese – e ci auguriamo anche nel nostro – si riuscirà a mettere in campo per neutralizzare la consuetudine all’hard power israeliano nelle acque del Mediterraneo o dentro casa nostra.

Note:

(1)   Amnon Rubinstein su Jerusalem Post dell’1 febbraio 2011

(2)   Ray Hanania su YnetNews del 19 gennaio 2011

(3)   Herb Keinon sul Jerusalem Post del 23 marzo 2011

(4) Intervista di Ehud Barak sul Wall Street Journal del 5 marzo 2011

(5)   Nel caso della Libia sono circolate alcune notizie su giornali arabi e israeliani sulla partecipazione della società di sicurezza israeliana Global Cst al reclutamento di mercenari per sostenere Gehddafi contro i ribelli di Bengasi. Molti ambienti dell’intelligence israeliana, tra cui Debka files, sono convinti e preoccupati che tra gli insorti di Bengasi sia forte la componente islamista e non vedono affatto di buon occhio una loro affermazione. In Libia Israele potrebbe essere impegnata a giocare la stessa partita spregiudicata che giocò nella guerra Iran-Iraq fornendo armi all’Iran (non arabo) contro l’Iraq (arabo e membro del Fronte del Rifiuto verso le trattative con Israele). La spregiudicatezza si rileva anche dalla crescente convergenza di interessi tra Israele con l’Arabia Saudita in funzione anti-iraniana. Un vertice tenutosi il 25 marzo a Mosca ha reso pubblica questa alleanza apparentemente “spuria” tra Riad e Tel Aviv.

(6)   Yoaz Hendel su Ynet News del 21 marzo 2011

(7)   Stefania Limiti su NeNa News del 25 marzo

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