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Vittorio, il nostro “Che” mite

C’è bisogno della sua capacità di stare davanti all’orrore, piangere senza chiudere gli occhi e provare a raccontarlo a chi non lo vedrà mai. Almeno finché non se lo troverà davanti, improvviso.

C’è bisogno della sua dirittura morale per distinguere tra l’immensità della causa che aveva scelto di difendere e l’ignobile piccolezza dei suoi assassini. Per i mandanti, siamo in attesa di prove più certe.

 

Portiamo con noi la domanda di Marwan Barghouti: “Chi può avere interesse a rapire un cooperante italiano che lavora in un contesto difficile come Gaza?”. La lista può essere lunga come una fila di formiche, o breve come una passaggio di denaro. Chi ha qualche anno di vita sulle spalle sa che in mondi disaastrati può accadere di tutto. Anche – come nella Napoli delle guerre di Camorra dei primi anni ’80 – trovare un killer under 16 disposto a “fare il lavoro” per 50.000 lire (forse 400 euro, oggi).

Portiamo con noi il ghigno perverso dei siti dei coloni israeliani che hanno gioito della sua morte come di una propria vittoria. Quelli che chiedevano a Tsahal di trattare Vittorio – nome e cognome indicati esplicitamente – come “un terrorista”, un “obiettivo legittimo”, uno che “lavora come scudo umano di Hamas”. E che ora si sentono persino “sollevati” dal fatto che la mano dell’”esecutore finale” sia addirittura di uno “sporco arabo”.

Portiamo con noi la consapevolezza che “restiamo umani” se riusciamo a guardare le miserie dell’umanità presente con gli occhi di chi già vede – a dispetto dell’empiria – gli “uomini nuovi” che dovranno popolare il futuro. Altrimenti non ci sarà il futuro.

Quegli “uomini nuovi” che non restano attaccati alla propria pelle e si mettono in gioco per far vedere nella pratica un altro modo di stare al mondo. Che vivono il proprio momento come un dono che merita d’esser rispettato donando se stessi. Con il sorriso di chi sa che la morte è dietro l’angolo, ma che morirai come un verme se quell’angolo non lo giri davvero. Perché non c’è peggiore morte di quella che vivi ogni giorno nel cervello, in attesa che arrivi quella del corpo.

Un “uomo nuovo” come Vittorio, un Che mite e disarmato ma, come quello, inflessibile. Uno di noi, uno che non mente, uno che ascolta il grido, uno che non accetta l’orrore. E lo guarda in faccia. Perché non riesce proprio a sentirsene sopraffatto.

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