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Brutti, sporchi e soprattutto cattivi

1. I braccianti come proletari.

Il bracciantato agricolo di massa è stato uno straordinario e doloroso fenomeno sociale che ha interessato per quasi un secolo la vicenda economica della Valle padana. Da subito oggetto d’osservazione da parte degli studiosi di questioni agrarie per la sua singolarità e vivacità (se così si può dire), esso ha trovato una prima sistemazione storiografica nelle pagine terminali del libro di Emilio Sereni Il capitalismo nelle campagne pubblicato nel 1947. Esso era il compendio di precedenti studi condotti sotto l’urgenza di una precisa esigenza politica: se il fascismo era stato anche una reazione agraria di classe, quali le ragioni della sua virulenza in quella Padania che doveva esprimere tra i peggiori “ras” del regime, come Farinacci a Cremona, Arpinati a Bologna, Balbo a Ferrara? Per Sereni la spiegazione stava nella particolare struttura sociale delle campagne in cui da decenni si esprimeva la pressione tumultuaria di un bracciantato agricolo di massa giunto, nella convulsa congiuntura del “biennio rosso”, fino al punto di insidiare i “sacrosanti” diritti di proprietà. Da qui quello squadrismo agrario di cui il fascismo si doveva fare volenteroso esecutore.

Ma come si è venuto storicamente a costituire questo vero e proprio proletariato delle campagne, analogo a quello industriale, che nelle “fabbriche d’agricoltura” ha superato la sopportazione individuale dello sfruttamento per acquisire una coscienza di classe capace di porlo, per Emilio Sereni, a «distaccamento di testa del proletariato agricolo italiano»[1]?

Per Sereni questa massa speciale di manodopera agricola era sorta per l’imporsi, nelle larghe zone di bonifica, della impresa capitalistica a salariati: ovviamente un’occupazione saltuaria nelle campagne c’era sempre stata per le caratteristiche stagionali dei lavori agricoli, ma soltanto con la grande azienda capitalistica il lavoro “a giornata” aveva raggiunto una dimensione quantitativa notevole, accompagnandosi col passaggio al pagamento monetario della retribuzione rispetto alle precedenti forme di ricompensa del lavoro contadino in natura o in compartecipazione al prodotto.

E’ stato quindi il rapporto salariale in moneta che ha trasformato l’agricoltore in una forza-lavoro “senza proprietà”: mentre il mezzadro o il colono appartengono ad un preciso luogo di coltivazione, abitano in dimore stabili con la famiglia e sono proprietari di animali e strumenti di lavoro, l’“operaio della terra” possiede appena le sue braccia che vende sul mercato inseguendo nel tempo e nello spazio le occasioni di lavoro dove gli si presentano. Non vive in cascina e in famiglia, ma in “cameracce” quando è occupato oppure in borghi ai margini delle campagne se non lavora, e «non ha amore agli interessi di un padrone che serve per un tempo troppo breve per poi cambiarlo», come si lamentava un osservatore del tempo[2].

Ora per Sereni da tutto questo non poteva che scaturire «un mutamento nella situazione sociale e psicologica del salariato agricolo, privo ormai di ogni stabile legame con la terra, che non resta naturalmente senza conseguenza sulla sua capacità di organizzazione e di lotta»[3].

E qui siamo al dunque perché, a dispetto della condizione estrema di spossessamento lavorativo, il bracciante pur giunge ad acquisire una precisa consapevolezza di classe che prende a esprimere nelle lotte, a partire dal moto de “la Boje” del 1883-1884, nella bassa Lombardia (Pavia, Cremona, Mantova) e poi «verso oriente, verso il Polesine, il Ferrarese e le Romagne; e questo spostamento verso zone ove la bonifica idraulica ha sconvolto o viene sconvolgendo tutti i rapporti tradizionali si accompagna con notevoli mutamenti nelle caratteristiche di un proletariato agricolo»[4] che, sotto la pressione della crisi agraria di fine Ottocento, adesso risulta «dalla fusione degli elementi più disparati, mezzadri espropriati, pescatori e cacciatori delle bassure vallive, artigiani rovinati ecc., che le nuove condizioni di vita vengono rapidamente fondendo in una massa solidale e compatta»[5]. E’ una «muraglia insormontabile»[6] di lavoratori in eccesso che, se nel Veneto sceglie l’amara via dell’emigrazione, lungo le rive del Po rifiuta d’abbandonare la terra d’origine e si batte per rivendicare sul posto l’integrazione del poco lavoro agricolo che rimane con altro lavoro “socialmente utile” (come oggi si direbbe) nelle bonifiche o nella viabilità.

E così si comprende perchè l’antagonista contrattuale del bracciante non sia più soltanto il proprietario agrario (al quale si richiede comunque di assumere quanta più manodopera possibile), ma anche lo Stato dal quale si esige lo stanziamento dei fondi per l’esecuzione delle opere pubbliche necessarie a dare occupazione a tutti. Perchè qui non è tanto questione di più salario, ma di più lavoro quale unica garanzia per assicurarsi la condizione minima di sopravvivenza (giusti i calcoli di allora, a fronte delle 230 giornate lavorative annue che si stimano necessarie, i braccianti arrivavano a farne a stento 120)[7]. Per questo il bracciante non avanza (non può avanzare) richieste come “la terra ai contadini” oppure “la socializzazione delle campagne” che gli sono estranee; a lui serve solo reddito, ma per ottenerlo non rivendica carità, bensì lavoro, pubblico o privato che sia.

Ovviamente in un simile contesto «il conflitto diventa essenziale per conquistare ogni anno la possibilità di sopravvivere su quelle terre»[8]. Ma per vincere è necessario che questo conflitto si faccia imponente, di massa, così da coinvolgere l’intero universo bracciantile senza defezioni né tradimenti. Da ciò il bisogno di organizzarsi con regole d’appartenenza collettiva rigide e condivise, «la necessità cioè di ‘costruire’ una comunità a partire da quella moltitudine eterogenea che è venuta a costituire i borghi bracciantili»[9]. E va detto che proprio a tanto i braccianti padani sono storicamente arrivati grazie alla forza delle Leghe di resistenza, così che i loro due principali obiettivi – il collocamento di classe e l’imponibile di manodopera – si sono potuti tradurre in istituzioni concrete che nemmeno il fascismo è riuscito a sopprimere. Nella Lega, una straordinaria istituzione di lotta non propriamente sindacato e nemmeno partito, il bracciante padano veniva ad esprimere quella sua «nuova moralità»[10] che sta alla base dell’orgoglio di classe che farà dire nel 1948 al segretario generale della Federbraccianti Luciano Romagnoli, di fronte alla decisione governativa di trasferire il collocamento allo Stato, che «l’ufficio di collocamento rimane nostro, fuori dagli uffici del lavoro. Ci distribuiremo noi il pane e quella miseria che c’è. Noi distribuiremo la nostra fame, noi e nessun altro»[11].

2. I braccianti come precari.

A far data successiva nella storiografia del bracciantato agricolo di massa stanno gli studi, a cavallo del 1980, di Valerio Evangelisti, allora un promettente giovane storico ma poi considerato con sufficienza per la successiva fortuna come romanziere. Eppure quei suoi scritti, confluiti nel volume (peraltro malamente assemblato) dal titolo Il galletto rosso, hanno fatto compiere un salto di qualità alla conoscenza del fenomeno bracciantile.

Certamente Evangelisti riconosce che i braccianti sono lavoratori salariati come gli operai di fabbrica, però sottolinea che, a differenza di questi, essi non godono della continuità dell’occupazione, essendo le opere agricole scandite nell’arco dell’anno dal ritmo delle stagioni. Per questo il giornaliero di campagna soffre della brevità temporale dell’impiego, a cui poi succedono lunghi periodi d’inattività. Ora è proprio questa condizione di precarietà che sta alla base, per Evangelisti, della durezza di una lotta che si rivolge non solo verso i padroni (come si può ben capire), ma pure nei confronti degli stessi mezzi di produzione. Infatti se l’operaio di fabbrica difende e conserva, e alle volte perfino occupa, il luogo di lavoro che considera, tutto sommato, come “suo”, il bracciante al contrario arriva a spingrsi fino al danneggiamento dei raccolti, all’incendio dei fienili e delle stalle (anche con gli animali dentro). E’ questa la tecnica del «galletto rosso» che è l’«arma crudele ma efficace»[12] di cui egli si serve non tanto perchè in preda ad una furia inconsulta, bensì per «l’uso ragionato»[13] che fa di un’arma di lotta così volutamente feroce allo scopo di piegare più in fretta possibile la controparte. Infatti egli sa che, se non arriva a chiudere le controversie al momento dei grandi lavori, sarà poi disarmato durante il tempo lungo della disoccupazione e così cerca di chiudere la partita con la manifestazione della cattiveria più spaventosa.

A monte resta comunque la precarietà del lavoro svolto che «è la chiave di tutto» perchè «precarietà significa estraneità, ed estraneità significa aggressività rivolta contro gli stessi mezzi di produzione, oltre che contro i loro possessori»[14].

«Abbiamo così dissepolto la radice prima del “galletto rosso”. Solo un lavoratore del tutto indifferente alle sorti dell’impresa, alla produttività, al contenuto della propria opera può giungere ad odiare così intensamente strumenti, luoghi e forme del temporaneo lavoro da ricorrere senza scrupoli ad un’arma tanto devastante come l’incendio delle messi o il taglio delle viti. Non lo farebbe il piccolo proprietario, conscio del valore dei beni prodotti, anche se di appartenenza altrui. Non lo farebbe il mezzadro, che del prodotto del proprio lavoro partecipa in più o meno rilevante misura. Lo fa il bracciante avventizio che non considera il proprio sforzo altro che come fatica arbitrariamente ed occasionalmente estortagli»[15].

Non è dunque soltanto proletario, il bracciante, ma soprattutto precario e quindi con un rapporto del tutto anomalo con la terra su cui lavora: si prenda lo “scarriolante”, lo sterratore, il terrazziere, che non è tanto un contadino che saltuariamente diventa un operaio di bonifica, ma una forza-lavoro salariata che nelle opere pubbliche trova «la propria occupazione primaria, pur essendo pronto a volgersi all’agricoltura quando la domanda di manodopera agricola si fa più acuta o quando la prima fonte d’impiego si inaridisce»[16].

Per questa ragione egli non può che sentirsi estraneo ad un mondo contadino di cui ha la consapevolezza «di essere definitivamente tagliato fuori»[17].

E siccome «a un terrazziere, ad uno scarriolante non si richiedono doti particolari, se non un’adeguata capacità fisica (nemmeno tanto elevata, dal momento che simili attività vengono talora svolte anche da donne)»[18], egli non può trovare nella sua fatica “senza qualità” alcuno stimolo per attribuire valore alla terra su cui lavora. Per di più, indifferente all’autorità padronale con cui non ha rapporti di continuità, e sradicato dalle comunità locali per la mobilità geografica a cui è costretto dovendo rincorrere il lavoro dovunque si presenti, egli può soddisfare il proprio bisogno di socialità soltanto nella solidarietà con gli identici compagni di pena, da cui discendono le rivendicazioni dogmaticamente egualitarie e classiste, e la lotta di massa contrassegnata dall’abbandono simultaneo del lavoro sui campi e dal corteo minaccioso in città per reclamare migliori condizioni di occupazione, ma anche altro lavoro e alle volte perfino il salario per quelle bonifiche che ha svolto spontaneamente senza che nessuno gliele commissionasse (i c.d. “scioperi alla rovescia”).

[…]

4. La fine dei braccianti.

Eppure oggi di questi braccianti non c’è più traccia. E dire che con l’avvento della Repubblica le leghe avevano ripreso aveva ripreso la loro piena agibilità politica e nel 1948 era fondata la Federbraccianti, il braccio più numeroso della CGIL. E lo sciopero del 1949 fu il più grande che la storia ricordi nelle campagne: «per 36 giorni si avrà uno scontro aspro, muro contro muro, con oltre ottocentomila partecipanti (di cui quasi settecentomila nella valle del Po) e poco meno di otto milioni di giornate di lavoro perdute  (più di sette milioni nella valle del Po)»[19].

Ma la storia stava decidendo altrimenti: quel bracciantato agricolo di massa doveva scomparire dalla scena, ma non per qualche controffensiva padronale bensì per lo sviluppo agricolo che lo stesso mondo bracciantile aveva da sempre invocato. Con il “miracolo economico” nazionale anche sui campi arrivava la coda lunga della meccanizzazione a spezzare definitivamente quel circolo vizioso che fino ad allora aveva tenuto strette «cerealicoltura capitalistica, controllo sindacale del mercato del lavoro, sistema della compartecipazione e interventi pubblici nella bonifica a sollievo della disoccupazione»[20]. Con trattori e le mietitrebbie, invece, i braccianti diventavano improvvisamente superflui sui campi e quindi avrebbero dovuto adattarsi, essi pure, all’emigrazione, ma questa volta, per loro fortuna, ad una emigrazione a breve raggio: nell’inurbamento nelle città  del “miracolo” oppure negli impieghi delle nuove industrie conserviere e turistiche oppure ancora (per i più vecchi) nei libri paga dell’INPS. Né va dimenticato l’effetto dirompente della diffusione dello scooter e della televisione, il primo ad estendere lo spazio percorribile senza fatica e la seconda a mostrare quale altro mondo ci fosse al di là del vita contadina. Per questo, come ha scritto Guido Crainz, la fine definitiva dei “proletari delle campagne” è cominciata quando la diversità del mondo bracciantile ha iniziato «a non essere accettata più come tale (subìta che fosse o addirittura assunta come marchio orgoglioso di diversità) e progressivamente è apparsa anche come condanna da cui era possibile sottrarsi»[21].

Così sulle pianure della Bassa, un tempo rumorose di uomini e donne e animali impegnati nelle mietiture estive oppure nell’arginatura delle valli ma anche, più semplicemente, nelle feste sull’aia, è venuto a calare il silenzio del progresso. Quella straordinaria retorica di classe che aveva dato storicamente voce ai bisogni di una comunità agraria istituzionalmente chiusa, ve li aveva però anche rinserrati, così che i loro odi e i loro sdegni, le loro fatiche e la loro fame, le solidarietà e i sacrifici, mai giunti a stabilizzarsi in un sentimento universale condiviso, sono scomparsi quando i loro portatori sono scomparsi. A mo’ di quegli antenati poco raccomandabili di cui ci si vergogna, l’ingombrante presenza di quei braccianti agricoli “brutti, sporchi e soprattutto cattivi” è così scivolata fuori dalla memoria, lasciando soltanto agli storici (se possono) il compito di rinverdirne almeno il ricordo.



[1] E. SERENI, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Einaudi, Torino, 1968, p. 344.

[2] G. CRAINZ, Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne, Donzelli, Roma, 2007, p. 4.

[3] E. SERENI, op. cit., pp. 338-339.

[4] Idem, p. 340.

[5] Idem, p. 342.

[6] P.Puglioli, cit. in G. CRAINZ, op. cit., p. 42.

[7] F. CAZZOLA, Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, Bruno Mondadori, Milano, 1996, p. 165.

[8] G. CRAINZ, op. cit., p. 85.

[9] Idem, p. 114.

[10] Idem, p. 116.

[11] Cit. in F. CAZZOLA, op. cit., p. 170.

[12] V. EVANGELISTI, Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna 1880-1980, Marsilio, Venezia, 1982, p. 4.

[13] Idem, p. 5.

[14] Idem, p. 6.

[15] Idem, p. 7.

[16] Idem, p. 11.

[17] G. PROCACCI, La lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 83.

[18] V. EVANGELISTI, op. cit., p. 17.

[19] G. CRAINZ, op. cit., p. 241.

[20] F. CAZZOLA, op. cit., p. XII.

[21] G. CRAINZ, op. cit., p. 235.

 

* docente dell’università di Bologna, collaboratore storico di Contropiano

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