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No al pareggio di bilancio in Costituzione

Dopo il risultato favorevole della Camera dei Deputati del 30 novembre 2011, anche il Senato ha approvato, con 225 sì (79%) e 14 astenuti, la revisione costituzionale per l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione.
Il DDL costituzionale torna quindi alla Camera per essere votato nuovamente non prima di tre mesi.
Se nelle due successive votazioni si ripeterà la larga maggioranza che ha sancito questa sorta di “completa cessione di sovranità agli Stati uniti d’Europa“, così come l’ha definita il Senatore Morando in sede di dichiarazione di voto per il PD, la riforma verrà approvata definitivamente, senza alcuna possibilità, per i cittadini, di poter esprimere il proprio parere attraverso la richiesta di un referendum confermativo. Per le leggi di revisione costituzionale, infatti: “Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti. (art. 138 Cost.)”

C’è dunque da registrare un primo elemento di preoccupazione, determinato dalla larga convergenza parlamentare che, quasi all’unanimità, ci sta conducendo verso una delicata e profonda revisione costituzionale che prevede un’ulteriore cessione di sovranità ad un organismo che non ha un Parlamento comunitario con reali poteri e senza che, soprattutto, la questione sia stata in alcun modo sottoposta al vaglio degli elettori.
Cessione di sovranità e vincoli costituzionali che per il futuro costringeranno il nostro Paese a nuove e più severe politiche recessive e di sacrificio.
Non c’è nulla di virtuoso, infatti, nell’impedire le scelte di politica economica subordinando la legge di bilancio a rigidi parametri di equilibrio finanziario, tenendo peraltro conto di una situazione, quale è quella italiana, di una spesa primaria sostanzialmente sostenibile e nella media europea, ma sempre più da contenere perché oppressi dalla spesa per rinnovare, con interessi elevatissimi in confronto agli altri paesi europei, l’alto debito pubblico accumulato.
Anziché intervenire, quindi, per rimediare ad una situazione che si protrae sin dall’inizio degli anni ’80, l’attuale Parlamento sta sostanzialmente abdicando in favore di quegli interessi da lungo tempo dediti al furto di parti importanti del PIL italiano, agevolando così il trasferimento di ricchezza dai settori meno garantiti ai possessori del debito pubblico italiano.
Tutto ciò in una fase politica ed economica che ha già dimostrato l’inutilità delle politiche di austerità.
Comunque la si pensi sui modelli di società e di sviluppo da adottare, e anche se convinti dei poteri miracolosi del Dio Mercato, ha del paradossale (secondo logica, ma non secondo i desiderata degli interessi egoistici che ne possono trarre vantaggio) continuare nell’errore di essere penalizzati dai mercati per “scarsa capacità di sviluppo” a causa delle politiche lacrime e sangue perseguite negli ultimi 30 anni.
Una sorta di serpente che si morde la coda e che non permette di gestire il rientro dal debito accumulato: poca crescita = scarsa affidabilità = tassi di interesse più alti rispetto alla media europea = altro debito che si accumula = altri sacrifici da fare = ulteriore poca crescita = …

Al di là di ogni altra considerazione, si preferisce però concludere con il rendere visibile l’anomalia italiana attraverso la fredda verità dei numeri: di un sistema Paese che occupa i posti più arretrati quando si tratta di spesa per i servizi; ma sempre ai primi posti quando si tratta di risparmiare (avanzo primario) o della spesa per interessi, di quella spesa, cioè, che potrebbe ben essere utilizzata per le politiche di sviluppo, ma che invece va a finire nelle tasche degli usurai del debito pubblico italiano.

*sul sito www.riforme.info le argomentazioni di questo intervento sono arricchite da una serie di grafici e tabelle comparative

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