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I megafoni di guerra de “il Corriere della Sera”

Il militarismo, l’interventismo imperialista, il nazionalismo e il patriottismo sono, da sempre, fattori costitutivi della moderna forma stato del capitale e rappresentano il collante usato per alimentare l’attaccamento agli interessi, storici ed immediati, del proprio paese e del proprio capitale.

Un legame non astratto o meramente ideologico ma fondato – in una economia di scala e globalmente intersecata – sui profitti imperialistici derivanti dall’esplicitarsi delle dinamiche con cui il neo/colonialismo disegna la sua azione generale di spoliazione e di rapina.

Tale premessa costituisce il prologo obbligato a tutti gli interventi che, periodicamente, si susseguono sui grandi mezzi di informazione quando si approcciano i temi afferenti la dimensione internazionale del capitalismo tricolore.

Quando, poi, capita che qualche soldato lascia la pelle dentro un Lince sulle grandi strade degli altopiani afghani allora i toni usati assumono una tonalità lirica e pregnante di stucchevole esecrazione tendente a creare, artificiosamente, un clima di isteria collettiva e di compattamento reazionario verso l’esercito, i suoi simulacri culturali e la politica imperiale del governo.

Come interpretare, altrimenti, l’editoriale di Paolo Giordano su “la Lettura” di domenica 16 giugno (Non dimenticare il soldato numero 53) nel quale l’estensore dell’articolo rimprovera ai mezzi di comunicazione, alle istituzioni, ai corpi sociali tutti ed all’insieme della società italiana di ignorare le morti italiane in Afghanistan e la funzione del nostro esercito.

Paolo Giordano – questo novello talebano del pensiero unico occidentale – prova a far percepire ai suoi lettori il dolore intimo dei soldati italiani, le lesioni dei feriti e i traumi psichici di chi ritorna dal fronte proponendo una sorta di paranoica catarsi collettiva in cui ognuno dovrebbe calarsi per assaporare, almeno una volta, le sofferenze e le tribolazioni quotidiane dei parà della Folgore o dei marò del Consubim.

Paolo Giordano – questo vero e proprio megafono della guerra umanitaria – assurge consapevolmente ad una funzione di suscitare una colpevolizzazione coatta dall’alto del popolo italiano reo, a suo parere, di non sostenere abbastanza i nostri ragazzi in armi in giro per il mondo.

Come atteggiarci nei confronti di questi tromboni militaristici e guerrafondai?

E’ evidente, come è dimostrato dal corso della crisi, che il tema dell’interventismo militare sarà una costante fissa di ogni forma di governance capitalistica e che l’Occidente tutto, pur con modalità contraddittorie al suo intervento, dovrà sostenere questo sforzo bellico e neo/coloniale.

Si tratta, dunque, per quanti sono impegnati nel lavorio di una possibile ricostruzione di una soggettività anticapitalistica, incardinata all’autonomia ed all’indipendenza da ogni subalternità alle compatibilità del mercato e del capitale, di rimettere al centro della propria agenda sociale il tema culturale e politico della lotta alle politiche di aggressione imperialistica a cominciare da quello di casa nostra: quello tricolore!

Solo, infatti, una riorganizzazione/ricostruzione di un movimento di lotta per la pace all’altezza della fase della competizione globale potrà porre un deciso argine anche all’offensiva culturale e mediatica di quanti auspicano un paese blindato, con l’elmetto sempre pronto ed un clima cupo di paura generalizzato in ogni interstizio.

In questa intrapresa le compagne e i compagni della Rete dei Comunisti non faranno mancare il loro contributo anche attraverso la socializzazione politica e la sperimentazione sociale di alcune idee forza contenute nel Documento approvato dalla recente seconda Conferenza Annuale della RdC dello scorso 21 aprile: http://www.retedeicomunisti.org/index.php/documenti/62-dseconda-conferenza-nazionale-della-rete-dei-comunisti-roma-21-aprile-2013-il-documento-politico

* Rete dei Comunisti

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