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Verona. Il sindaco Tosi invita alla delazione contro i mendicanti

“Incaricandosi per conto proprio di tutta questa popolazione di poveri e d’incapaci, lo stato o l’amministrazione pubblica preparano una nuova forma di sensibilità alla miseria; sta per nascere un’esperienza del patetico che non parla più di una glorificazione del dolore, né di una salvezza comune alla Povertà e alla Carità, ma che intrattiene l’uomo unicamente nei suoi doveri verso la società e indica nel miserabile, a un tempo, un effetto del disordine e un ostacolo all’ordine. Non si tratta dunque più di esaltare la miseria nel gesto che le porta sollievo, ma, semplicemente, di sopprimerla. Se si rivolge alla Povertà come tale, anche la Carità è disordine”.( Michel Foucault)

La necessità di controllare e perseguire il diverso, di escluderlo dal godimento dei più elementari diritti, trova fondamento in una malintesa idea di sicurezza e di difesa sociale. Il povero, il mendicante, il senzatetto, il rom o l’emarginato vengono a costituire l’orizzonte del potenziale nemico. È in questo passaggio che si afferma la prevaricazione della politica sul diritto, aprendo spazi immensi di arbitrio a politici, ministri e sindaci sceriffi che giustificano trattamenti discriminatori e disumani, mediante pratiche politiche totalitarie.
Se è vero che nel secondo dopoguerra abbiamo assistito alla costituzionalizzazione nonché alla internazionalizzazione dei diritti, con un proliferare di Carte che rimandano alla Dichiarazione Universale, tali conquiste sono state oggi rimesse in discussione dalle logiche neoassolutistiche della politica. Nell’ottica odierna di questa politica securitaria, l’altro è di per sé considerato “tendenzialmente orientato a delinquere”. La diversità è così interpretata come elemento di destabilizzazione, in un ordine politico-sociale che è invece orientato alla stabilizzazione dei privilegi. 
La dinamica che conduce a prassi politiche sempre più autoritarie nelle società odierne è sistematicamente giustificata attraverso messaggi, subliminali e non, che hanno il compito di traghettare il giudizio dei cittadini verso la giustificazione di azioni amministrative, che vengono in tal modo avvertite come utili e socialmente necessarie. Le società appaiono dunque contabilizzate, esattamente come avveniva negli Stati moderni settecenteschi: una pianificazione che consente, dividendo, di controllare, registrare, schedare, identificare e dunque di criminalizzare “pericolose alterità”. E’ quella bio-politica di foucoltiana memoria, che consente agli amministratori di considerare i cittadini non come persone, ma come elementi da iscrivere nei “registri” dell’in o dell’out, di trasformare le città, creando muri, gabbie, luoghi d’internamento e d’internati, ovvero istituzioni totali. Gli out diventano in tal modo delle non-persone, deprivate di diritti fondamentali.
Due sono i principi ispiratori di un tale agire politico: il dominio della paura e l’efficienza tecnica. È tramite tali presupposti che si possono giustificare atti altrimenti inaccettabili. Come far passare l’idea che un uomo colpevole solo di sfuggire a guerre, povertà o discriminazione, possa essere rinchiuso per mesi in centri di sospensione del diritto? 
Come giustificare l’idea che alcuni individui possano addirittura essere pagati per togliersi di torno, come hanno fatto alcuni sindaci con i rom? 
Questo è reso possibile da un’acuta e sottile pedagogia della paura che viene sapientemente diffusa e amplificata per creare uno stato di nevrosi collettiva, in modo da sollecitare la richiesta di sicurezza a qualsiasi costo. In fondo il “diverso” ha un’utilità ben precisa: consente di rafforzare l’identità politica, religiosa, economica o sociale dei gruppi dominanti, favorendo la costruzione di feticismi identitari.
Come giustificare il fatto che alcuni valligiani che si oppongono ad un’opera che minaccia la loro salute, il loro ambiente e la loro qualità della vita vengano considerati dei pericolosi terroristi e sottoposti a forme di repressione violenta e capillare, oltreché a leggi speciali? 
La giustificazione è facilmente rinvenibile nella dimensione tecnocratica e gerarchica, assunta dal politico asservito al grande capitale: chi inceppa il sistema va tolto di torno con qualsiasi mezzo.
Per concludere, nelle odierne società della bio-politica e del bio-diritto, “l’altro” si va sempre più configurando con la categoria dell’ubiquo e potenziale nemico interno/esterno: il terrorista.

* Ross@ Verona

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