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I tre fronti, i comunisti e le elezioni. Un dibattito necessario

Nel corso del mese di febbraio la Rete dei Comunisti ha realizzato sette diverse iniziative di dibattito in altrettante città, da Catania a Napoli, da Senigallia a Teramo, da Pisa a Bologna a Torino. Una decisione non casuale quella di invitare i dirigenti e militanti di varie realtà della diaspora comunista, dei movimenti sociali e sindacali a confrontarsi con la RdC durante una campagna elettorale che, dopo molti anni, ci trova impegnati direttamente attraverso la partecipazione della Piattaforma Sociale Eurostop alla lista Potere al Popolo.

Gli incontri sono stati una utile occasione per riflettere sulla funzione dei comunisti, sulla necessità di dotarsi di modello di organizzazione al passo con le evoluzioni della composizione di classe e sull’approccio che i comunisti devono avere rispetto al momento elettorale.

Al centro della riflessione e del confronto abbiamo voluto mettere la nostra proposta di organizzazione dei comunisti in una fase storica non rivoluzionaria basata sui tre fronti – quello strategico, quello della rappresentanza politica (ed eventualmente istituzionale) del blocco sociale e quello sociale-sindacale – che in questi anni abbiamo praticato e che costituisce senza dubbio un elemento di differenza rispetto a quelle organizzazioni comuniste che aspirano a riproporre il modello del partito di massa o che al contrario si attestano su un livello identitario che a volte scade nel settarismo e nell’autosufficienza.
Abbiamo provato a spiegare quanto, a nostro avviso, entrambi i modelli siano inadatti ad una fase storica e ad un contesto sociale caratterizzati da una estrema atomizzazione sociale e da una scomposizione di classe che opera sia a livello materiale che ideologico. In queste condizioni la riproposizione del partito di massa produce al massimo un partito degli iscritti, che finisce per introiettare le contraddizioni e la subalternità ideologica degli spezzoni di sinistra i quali si rivolge. Allo stesso modo, il partito identitario, basato sulla simbologia e sulla mera propaganda, difficilmente riesce a svolgere un ruolo effettivo all’interno dei settori sociali, delle lotte, della classe il cui livello di coscienza i comunisti dovrebbero elevare e portare su un piano di rivendicazione generale.

I tre fronti della lotta di classe non sono un nostro vezzo, non costituiscono una nostra trovata originale, ma rappresentano oggettivamente una tendenziale scissione tra il livello della rivendicazione strategica – quello proprio dei comunisti – e quelli della rappresentanza politica del blocco sociale e del conflitto sociale-sindacale-territoriale. Questo nodo della relazione dialettica tra i tre fronti della lotta di classe trova le sue radici nel pensiero di Engels e nella elaborazione dei marxisti già nell’800 con la nascita delle organizzazioni del movimento operaio.

Un’organizzazione di quadri con funzione di massa è l’unica, a nostro avviso, in grado di mantenere saldo e anzi rinnovare e ampliare il proprio bagaglio teorico-analitico – la “cassetta degli attrezzi” – e al tempo stesso adoperarsi per innervare il sindacalismo indipendente e di classe e i movimenti sociali e territoriali con una pratica militante e una visione strategica che vada al di là delle singole e specifiche vertenze.

Al tempo stesso i comunisti possono e devono svolgere un ruolo fondamentale nella creazione di una proposta politica che a partire da una strategia di rottura intermedia – che per noi è rappresentata dalla rottura del polo imperialista europeo, la specifica forma che il capitale monopolistico ha assunto nel contesto continentale per affrontare al meglio la competizione con i poli concorrenti – e dall’indicazione del nemico, sia in grado di costruire le condizioni per mantenere aperta la via della rivoluzione in Occidente.

A causa dei madornali errori commessi dalle direzioni dei vari partiti della sinistra, dell’egemonia ideologica dell’avversario seguita all’implosione del campo socialista e ad una forte disgregazione della classe i comunisti vengono spesso considerati dai settori popolari come una parte del problema e non come i portatori di una possibile soluzione ai loro problemi e alle loro aspirazioni. Eppure proprio in una fase caratterizzata dall’aumento esponenziale della povertà, dalla crescita dello sfruttamento e dalla concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di una ristretta oligarchia di capitalisti i comunisti devono e possono trarre le ragioni della loro riscossa. Mai come oggi è chiaro quanto i comunisti abbiano ragione nel contestare e nel voler sovvertire un sistema basato sull’ingiustizia e l’ineguaglianza.

I comunisti devono tornare a rappresentare il motore dell’emancipazione e della liberazione sociale. Per troppo tempo le organizzazioni che si richiamano a questa “famiglia politica” hanno messo da parte il tentativo di costruire un punto di vista generale e organico completamente alternativo a quello imposto dal capitalismo, e ad indicare la via di una rottura rivoluzionaria possibile e non ridotta ad una mera suggestione filosofica e culturale. Le condizioni per una “rivoluzione in Occidente” non possono che essere praticate dai comunisti attraverso lo sviluppo di un’organizzazione in grado di tradurre in funzione concreta all’interno della società la proposta di rottura con l’ordine esistente. Senza rivoluzione e senza organizzazione i comunisti non esistono a meno che non li si intenda come una opzione culturale tra le altre, completamente incapace di incidere sulla realtà.

Nel corso dei diversi incontri abbiamo spiegato quanto per noi le elezioni non abbiano mai costituito il centro e il fine della nostra attività politica, tantomeno l’ultima sponda alla quale aggrapparsi a costo di sacrificare la nostra identità e la nostra funzione come invece è spesso accaduto a sinistra. Ma il momento elettorale, quando ve ne sono le condizioni, rappresenta indubbiamente per i comunisti una preziosa opportunità per accedere a una vasta platea di massa che altrimenti sarebbe impossibile intercettare; per rafforzare e sedimentare organizzazione e militanza; per indicare ai settori sociali un livello dell’analisi e dello scontro superiore a quello offerto dalle forze politiche borghesi. E, lealmente, per condurre una legittima battaglia delle idee con i nostri compagni di strada.

E’ con questo spirito che nell’ambito della mobilitazione della Piattaforma Sociale Eurostop stiamo approcciando la campagna elettorale, concentrando i nostri sforzi nelle periferie urbane, sui posti di lavoro e sui giovani, indicando la necessità della rottura con l’Unione Europea, l’Ue e la Nato come condizione per poter tornare a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei nostri referenti sociali. agendo per la costruzione di una area alternativa euromediterranea. Dobbiamo parlare a strati sociali incolleriti, impauriti, facile preda della demagogia fascista, e dobbiamo farci capire. Non saranno né il perbenismo, né il politically correct né il bon ton caratteristici di una certa “sinistra radicale” ad aprirci un efficace canale di comunicazione con i settori popolari. Ad una campagna elettorale basata sul fair play e sulle ‘strette di mano’ preferiamo i picchetti antisfratto, le contestazioni a chi sdogana e protegge i fascisti, le incursioni nei quartieri popolari, le occupazioni delle sedi istituzionali.

Che Potere al Popolo riesca o meno a superare l’iniquo sbarramento del 3%, dobbiamo adoperarci per arrivare più forti al 5 marzo facendo un passo in avanti verso la costruzione di una offerta e di uno strumento politico al servizio del cambiamento e della rottura.

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