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Il futuro sarà socialista o non sarà

Il mondo per come lo conosciamo si sta frantumando sotto i nostri piedi. Non molte settimane fa, l’economia globale sembrava impassibile nonostante il crescente vento contrario, oggi il capitalismo si confronta con la crisi più profonda dalla Grande Depressione.

La pandemia sta mostrando le debolezze delle nostre catene di distribuzione, la fragilità del sistema finanziario e l’incompetenza sbalorditiva dei nostri governanti. Il capitalismo odierno non sarà in grado di sopravvivere alla sfida fondamentale che si prospetta nei prossimi anni.

Ciò di cui abbiamo bisogno è una rapida socializzazione e una mobilitazione di massa per dare il colpo di grazia alle strutture della finanza globale che si stanno sgretolando, mantenere in vita l’economia e appropriarsi di un futuro per il quale vale la pena battersi.

Nell’ottobre del 2019, ho spiegato che il crescente debito delle aziende, i profitti sempre più bassi e l’aumentare della fragilità finanziaria minacciavano un’implosione dell’economia anche solo nel caso di un calo momentaneo.

Se mi avessero detto che tutto ciò si sarebbe realizzato già a marzo 2020, non ci avrei creduto. Al tempo avevo intuito che la prossima crisi avrebbe costretto le banche centrali a pompare enormi somme di denaro nel pericolante sistema finanziario, e che i governi sarebbero stati obbligati a salvare e nazionalizzare industrie ad un livello mai visto prima. Alcune di queste cose sono già successe e siamo solo agli inizi della crisi.

Le nostre previsioni sulla futura crisi erano basate sull’assunto che si sarebbe sviluppata come altre crisi finanziarie, dove la caduta dei profitti avrebbe causato l’implosione delle bolle di debito, creando uno shock a cascata nel sistema bancario. Ma ora i problemi sono ancora più seri.

La pandemia ha interrotto la normale produzione e la distribuzione di beni e servizi. In sostanza, siamo davanti a uno shock della distribuzione “alla vecchia maniera” – come risultato di una catastrofe quale una guerra, un virus o una carestia- sovrapposto ad un collasso finanziario di tipo moderno.

Per questo motivo, gli strumenti ordinari usati per rispondere a una moderna crisi capitalistica – l’alleggerimento da parte banche centrali, gli stimoli fiscali e così via – sono completamente insufficienti per contrastare la vastità del problema.

Offrire prestiti a basso interesse può aiutare le imprese solo fino ad un certo punto se queste non stanno guadagnando nulla, dare denaro alle persone normali non sarà di molto aiuto se non c’è nulla da comprare. Questo ha spinto anche i capitalisti più convinti ad ammettere che “il capitalismo non funziona con una chiusura totale di un anno e mezzo”

La pandemia di coronavirus si è scontrata con un’economia capitalista globale che sembrava sana solo all’apparenza. Per anni nel mondo occidentale i tassi di crescita sono stati fiacchi, i profitti diminuivano o restavano stagnanti e gli investimenti produttivi erano bloccati.

Tutto ciò è stato nascosto da credito a basso costo e bolle speculative in ogni ambito economico, le uniche aree con problemi conosciuti erano le azioni collegate al debito di società ad alto rischio, del campo immobiliare e delle start up tecnologiche.

Anche gli stati si sono fatti carico del debito per supportare il settore privato in fallimento dopo la crisi del 2008. Insieme, il rapporto tra debito globale e produzione economica è ai massimi livelli dalla Seconda guerra mondiale.

La pandemia ha comportato, in un contesto del genere, l’equivalente di uno sciopero generale involontario, colpendo a cascata tutte le economie del mondo a una velocità notevole. Le aziende sono costrette a chiudere, riducendo drasticamente i propri redditi. Quando le fabbriche a monte sono chiuse, i negozi esauriscono l’inventario da vendere; quando i negozi a valle sono chiusi, le fabbriche non ricevono più ordini.

Quando le fabbriche non lavorano, la domanda di materie prime, prodotte dalle economie in via di sviluppo, si contrae. Moltiplicando questa dinamica nella maggior parte dell’economia globale il risultato sono enormi quantità di imprese fortemente indebitate senza flusso di cassa che non possono pagare i propri debiti.

Con le imprese e i proprietari immobiliari che non ricevono i pagamenti, le banche perdono liquidità, mentre questi stessi debitori hanno bisogno di linee di credito ancora più ingenti per sopravvivere. Così la domanda di credito sale alle stelle mentre i pagamenti diminuiscono e il sistema finanziario si blocca, costringendo gli istituti in difficoltà a vendere tutto il possibile per ottenere liquidità.

Con lo sviluppo della crisi legata all’epidemia, lo stesso processo si svolgerà con gli Stati: le imprese senza utili non pagheranno le tasse, ma i pagamenti del debito pubblico saranno comunque dovuti.

I problemi causati dal coronavirus andranno avanti ancora per mesi, se non di più. Ma anche uno shock più piccolo sarebbe probabilmente bastato per scatenare una nuova crisi. Il capitalismo globale all’inizio del 2020 era un mucchio di rametti secchi in attesa di un fiammifero; il virus ha fornito un lanciafiamme.

In risposta, le banche centrali di tutto il mondo e i governi più potenti hanno versato migliaia di miliardi di dollari (leggi: milioni di milioni) alle banche in difficoltà e imprese in fallimento.

Anche se molti commentatori hanno detto che questi interventi hanno lo scopo di sostenere i mercati azionari e salvare l’attività economica, il loro scopo principale è molto più modesto: prevenire il congelamento totale del sistema finanziario globale consentendo agli istituti di convertire i titoli in denaro liquido.

La politica monetaria e gli strumenti standard di stimolo di tipo keynesiano possono evitare il peggior scenario possibile durante una crisi, ma non molto di più. Massicce iniezioni di denaro nel sistema finanziario e salvataggi diffusi non sono stati sufficienti per salvarci dalla recessione nel 2008, e non faranno il miracolo ora.

Cosa sarà più facile osservare con l’evolversi della crisi? In primo luogo, i paesi in via di sviluppo dovranno affrontare il default e la crisi della loro moneta per la fuga del capitale straniero e per la scomparsa della domanda di esportazione. Gli investitori si sono ritirati dai mercati in via di sviluppo a una velocità record, mentre le compagnie in questi Paesi sono state spinte a convertire gli asset locali in dollari USA.

Tutto ciò esercita una forte pressione sul valore delle valute locali in un momento in cui le entrate dei governi sono in forte calo. La crisi del debito libanese degli ultimi mesi fornisce un esempio pacifico di come andrà a finire. Decine di paesi, dall’Ecuador al Mozambico, saranno spinti al default man mano che la recessione si aggraverà.

In secondo luogo, l’Eurozona e le sue banche subiranno una nuova crisi sistemica. Come ha sottolineato Jerome Roos, è una ” ironia crudele” che l’Italia, il paese che è meno in grado di resistere a uno shock economico, sia anche quello che ha subito gli effetti peggiori del diffondersi della pandemia in Europa. Le banche italiane erano già sull’orlo del fallimento negli anni migliori della bolla.

Il cosiddetto “doom loop” – il rischio che una svendita del debito pubblico italiano affondi le banche del Paese, trascinando con sé l’economia italiana – incombe. Se le banche italiane falliscono, anche i loro creditori francesi falliranno, portando a un’ondata di default che attraverserà tutto il sistema finanziario europeo.

L’Italia è solo il primo di molti Paesi che vedranno una fortissima pressione del debito nei prossimi anni. Senza un salvataggio diffuso di tutta l’Europa, finanziato attraverso l’emissione di titoli europei e l’assunzione collettiva del debito dei Paesi in difficoltà e delle loro banche, la disgregazione dell’Unione Europea è una possibilità tangibile.

In terzo luogo, l’enorme bolla di debito societario nata negli Stati Uniti inizierà a sgonfiarsi. Dopo il 2008, le società statunitensi hanno usufruito di credito a basso interesse per gonfiare i prezzi delle proprie azioni e finanziare fusioni e acquisizioni, mentre le società non redditizie sono state tenute in vita comunque.

Ora, le stesse società stanno bruciando liquidità, affrontano declassamenti del debito e devono fare affidamento su un mercato del credito che è messo fortemente alla prova. Senza entrate nemmeno minime, i fallimenti delle aziende sono solo una questione di tempo, anche se nel breve termine le società sono in grado di prendere in prestito denaro per pagare vecchi debiti.

Questo processo avrà luogo nei prossimi due anni, nel frattempo la montagna di obbligazioni garantite da collaterali (CLO) e altri derivati ​​legati al debito ad alto rischio dovrà affrontare una resa dei conti tanto attesa. Anche questa è una bomba a orologeria per il sistema finanziario globale.

Nei decenni precedenti, il capitalismo globale ha risposto alla caduta dei profitti creando delle bolle sempre più grandi le cui inevitabili implosioni hanno avuto conseguenze sempre più disastrose per la classe lavoratrice.

La crisi che si sta stagliando all’orizzonte sembra molto più vicina alla Grande Depressione degli anni Trenta che alla Grande Recessione del 2008. Anche nei paesi più ricchi con una significativa capacità di intervento da parte del governo, la possibilità di una disoccupazione al 20-30% è molto seria. Per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo sarà anche peggio.

Ma i picchi che questa catastrofe potrebbe raggiungere non sono economicamente necessari. Non c’è scarsità di bisogni dell’uomo, non c’è scarsità delle nostre capacità di produrre beni e non manca la nostra creatività e intelligenza come specie. Siamo semplicemente incatenati da un sistema che è vissuto più a lungo della sua utilità. È tempo di prepararsi alla transizione verso un nuovo sistema economico e a un cambiamento fondamentale nel nostro modo di vivere.

La soluzione capitalistica standard alla crisi sarebbe relativamente semplice: lasciare che le aziende in difficoltà e le banche sovraesposte falliscano, abbassare i salari e i benefici servendosi della pressione esercitata dalla disoccupazione di massa, distruggere la ricchezza accumulata.

Quando il danno fatto sarà abbastanza grosso, ci sarà spazio per i sopravvissuti –monopoli sempre più potenti e accentrati- di rinascere dalle ceneri. Ma i politici e i banchieri sono consapevoli del fatto che consentire alla crisi di fare il suo corso garantirebbe virtualmente la violenta fine del loro potere.

Per questo motivo, vedremo gli Stati rispondere alla crisi in modi che ricorderanno fortemente gli anni ’30. La politica monetaria verrà portata al limite, con ingenti somme di denaro emesso e utilizzato per inondare il sistema finanziario di liquidità e riacquistare debito pubblico. Le banche centrali compreranno il debito e le azioni delle società per sostenere la ricchezza privata.

Gli Stati saranno costretti a salvare e nazionalizzare le aziende in crisi su una scala che non si vede da generazioni. Senza avere piani coerenti, i governi, con sciagure costruite ad arte, inciteranno al razzismo e al nazionalismo per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti. Ma anche questa nuova “svolta keynesiana” non sarà sufficiente per riavviare il motore del capitalismo – fatto di investimenti privati ​​a scopo di lucro – senza un’enorme distruzione del capitale accumulato.

La vera tragedia della crisi è che il dolore e lo stravolgimento che provocherà sono completamente inutili. Il problema del capitalismo non è che non c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, è che c’è troppa ricchezza perché la produzione rimanga redditizia. Il fatto che siamo già in grado di produrre quantità apparentemente illimitate di tutto, dall’acciaio al cibo, significa una rovinosa concorrenza e mancanza di opportunità di investimento per i capitalisti.

Paradossalmente, questo produce privazioni per la classe lavoratrice in un mondo di abbondanza. Ma la ricchezza accumulata dell’uomo non ha bisogno di essere distrutta in toto per salvare l’umanità, è il capitale privato che ha bisogno di questo. Al contrario, quella ricchezza deve essere usata per fornire prosperità per tutti e risolvere la crisi climatica.

La via socialista per uscire dalla crisi è molto semplice: il sistema finanziario deve essere socializzato. Gli investimenti pubblici devono prendere il posto della speculazione privata come forza trainante nell’economia. Il debito deve essere cancellato dai libri mastro. I salari devono essere aumentati, l’orario di lavoro deve essere ridotto e robusti sistemi di welfare vanno ricostruiti.

Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio tra le ore di lavoro, quanto consumiamo e le risorse naturali disponibili per poter vivere una vita degna e sostenibile su questo pianeta. Questi, comunque, dovrebbero semplicemente essere dei momenti di passaggio per la transizione verso un mondo in cui tutti i beni sociali sono prodotti e fruiti in comune.

Il cancro metastatico che è il sistema finanziario globale deve essere sottomesso. Banche, asset manager e assicurazioni dovrebbero essere socializzati e rafforzati, mentre le banche centrali dovrebbero essere sottoposte al controllo popolare diretto. Tutto ciò creerebbe risorse senza precedenti da utilizzare per il bene comune: bilioni in denaro e altri beni, centinaia di migliaia di case e condomini e partecipazioni di controllo nelle più importanti società di ogni economia. Le attività inquinanti potrebbero essere razionalmente eliminate senza il timore di innescare contagi finanziari e collassi.

Invece di implorare gli investitori privati ​​di creare posti di lavoro, la ricchezza pubblica potrebbe essere utilizzata per riavviare l’attività economica, investire in produttività e beni necessari anziché in speculazioni finanziarie e provvedere alla transizione verso una società ecologicamente sostenibile. Un sistema finanziario socializzato fornirebbe il controllo della gestione ai lavoratori, consentendo una trasformazione democratica delle dinamiche e della cultura sul posto di lavoro.

Il debito, che è cresciuto molto più rapidamente del reddito, deve essere cancellato in un modo o nell’altro. L’irrazionale strategia capitalista è quella di rimandare il problema fino a quando il default diventa inevitabile. Per un sistema socializzato la risposta razionale è di cancellare gradualmente i debiti in un processo controllato, eliminando il pericolo delle cosiddette spirali della morte finanziarie.

Gli individui e le famiglie hanno bisogno di essere assolte da ogni tipo di debito, a partire dai mutui fino alle spese mediche; le imprese devono ridurre la leva finanziaria in modo da poter investire in modo produttivo; le economie periferiche hanno bisogno della cancellazione dei debiti da parte dei creditori internazionali.

Le esigenze dei lavoratori devono essere al centro del nuovo modello economico. I salari devono essere aumentati per garantire un livello di vita confortevole in ogni contesto. Dei servizi pubblici solidi devono garantire assistenza sanitaria gratuita, di alta qualità, istruzione, alloggio, assistenza all’infanzia, indennità di invalidità e pensioni di anzianità. La settimana lavorativa dovrebbe essere ridotta in modo significativo per poter condividere il lavoro disponibile ed eliminare la disoccupazione.

L’obiettivo degli investimenti non dovrebbe essere una crescita senza limite fine a se stessa, ma aumentare la produttività e l’efficienza per eliminare i lavori più pesanti e gravosi e raggiungere un adeguato equilibrio ecologico.

Queste raccomandazioni devono essere adattate al contesto locale e nazionale in cui vengono attuate. Data la natura globale delle filiere odierne e una situazione ambientale comune, nessun Paese a lungo termine può farcela da solo. Dovremo anticipare uno sforzo globale, con nuovi Paesi e regioni che si uniranno a un sistema alternativo ancora in costruzione quando le circostanze politiche lo consentiranno.

Ma, affinché queste considerazioni siano anche solo prese in considerazione, abbiamo bisogno di una strategia efficace per organizzare i non organizzati e prepararci per le battaglie che verranno.

Questi sono tempi difficili. La paura è una risposta naturale all’incertezza che tutti noi affrontiamo, poiché siamo preoccupati per il nostro futuro e per i nostri cari. Ma, ad un certo punto, la paura deve essere sostituita da un piano d’azione. Stiamo entrando in un mondo le cui condizioni renderanno il cambiamento sistemico e radicale una possibilità reale.

Un cambiamento radicale è, in effetti, una necessità; è semplicemente una questione di stabilire secondo quali termini il nuovo sistema sarà costruito. Al fine di sfruttare lo slancio politico, abbiamo bisogno di una strategia per l’organizzazione le masse, per ottenere una leva strategica e costruire il potere per rovesciare l’ordine mondiale in decadenza.

Nell’immediato, dobbiamo usare tutti i mezzi a nostra disposizione per mettere in campo le risposte alla crisi economica e alla pandemia in corso. Gli attivisti hanno formato brigate di volontariato e gruppi di mutuo soccorso per prendersi cura dei loro vicini, hanno organizzato scioperi autoconvocati per fermare la produzione o per ottenere un bonus del salario per il rischio che corrono e stanno lottando per sospendere gli affitti oppure con gli scioperi dell’affitto, in caso non siano concesse le sospensioni.

Ognuna di queste lotte risponde a un’esigenza urgente, costruisce legami con i nuovi leader della classe operaia e crea un senso di solidarietà e speranza. Tuttavia, qualsiasi motivo per formare un gruppo organizzato con i nostri amici, vicini e colleghi è buono. Abbiamo visto negli ultimi decenni come gli ultras del calcio e altri gruppi organizzati possono contribuire alla lotta quando nasce un movimento sociale.

Questo è un momento in cui serve l’aiuto di tutti. Ogni attivista disponibile deve essere coinvolto in un qualche tipo di attività per stabilire legami con la propria comunità.

Nel medio termine, la parola per la sinistra è “federazione”. Dobbiamo raggiungere le nostre brigate, i gruppi di mutuo soccorso e così via connettendoli fra loro in reti sempre più ampie in modo che possano collaborare e coordinarsi. Il nostro obiettivo è quello di costruire una rete in grado di mobilitare il maggior numero possibile di lavoratori nei prossimi mesi. Dobbiamo anche concentrarci sulla costruzione di legami con gruppi che hanno posizioni strategiche – come i lavoratori in nodi logistici vitali come magazzini, autotrasporti, ferrovie, porti e aeroporti.

Allo stesso modo, i gruppi e le organizzazioni di sinistra radicale devono accantonare le controversie futili ed egoiste. Non vi è alcun motivo per avere più organizzazioni con piattaforme quasi identiche che operano con scopi simili nelle stesse città e nazioni. Se le fusioni definitive non sono né possibili né desiderabili, i gruppi dovrebbero quantomeno sviluppare reti per la comunicazione, il coordinamento e il processo decisionale collettivo.

L’obiettivo è sviluppare un’organizzazione in grado di esercitare il potere di veto sull’economia capitalista. Francia, Libano e Cile hanno già dimostrato come gli scioperi diffusi possano fermare completamente gli affari. Ciò che è mancato, in ogni caso, era la capacità di passare dal rifiuto alla costruzione di un nuovo sistema. Dobbiamo predisporre le basi per un processo decisionale collettivo, dobbiamo sapere come far funzionare i sistemi logistici alle nostre condizioni e dobbiamo essere in grado di difendere le nostre conquiste e minare l’unità dei nostri nemici.

I prossimi mesi di quarantena rappresentano un’opportunità per mappare la situazione locale, entrare in contatto con i nostri amici e immaginare piani accurati per le sfide inevitabili che abbiamo di fronte.

Va bene lottare per dei passaggi intermedi sulla strada della socializzazione: stiamo lottando per tirare avanti mese per mese e dobbiamo conquistarci ogni concessione possibile. La sospensione degli affitti e dei mutui, la cancellazione del debito, il sostegno salariale e le indennità di disoccupazione ci daranno abbastanza ossigeno per sopravvivere in modo da goderci il futuro per il quale stiamo lottando.

Ma dobbiamo sempre tenere presente che un nuovo compromesso di classe non è sostenibile dato che la profittabilità capitalista è già in difficoltà. Una vittoria duratura è possibile solo quando la forza del capitalismo sarà spezzata mettendo il controllo economico e politico nelle mani degli oppressi per sempre.

La lotta finale tra la classe operaia e i suoi oppressori sta bussando alla nostra porta. Questo processo richiederà anni e il vecchio ordine mondiale dispiegherà tutti gli strumenti di repressione che ha accumulato nei decenni precedenti. Ma abbiamo una visione, i bisogni e la speranza dalla nostra parte. Se saremo in grado di diffondere le semplici promesse di solidarietà e libertà alla nostra gente e se riusciremo a organizzarci con i neo-radicalizzati, avremo davvero un mondo da conquistare.

L’orizzonte si sta chiudendo per la classe dominante, ma per la nostra classe ha appena iniziato ad aprirsi. Dobbiamo sconfiggere la vecchia menzogna. Il capitalismo è alla frutta.

Non c’è alternativa al futuro socialista.

Traduzione redazionale – Link originale https://roarmag.org/essays/the-future-will-be-socialist-or-will-not-be-at-all/

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