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Il mondo reale in cui è morto Willy

Adesso sembra che vogliano rimanere in isolamento, si dice loro abbiano una paura fottuta di andare cogli altri detenuti.

Non c’è da stupirsi, perché un conto è prendersela con un ragazzino quando si è in tanti, altro è misurarsi da uomo a uomo. Soffrono la paura che incutevano.

È arrivata la fine del mito “gomorrista” dei superuomini, forzuti, virili, spaccatutto. Ecco che in carcere gli si è aperto il mondo reale.

Una domanda: perché nessuno ha spalancato loro il mondo reale prima che succedesse quella tragedia? Perché nessuno ha mosso un dito quando questi quattro o cinque bandoleros di paese facevano i loro film mentali da ammazzasette? Perché avete subìto, perché li avete sopportati per tanto tempo?

Forse, e ripeto forse, bastava fargli capire come comportarsi da persone, non da personaggi.

Forse, e ripeto forse, il senso della comunità poteva scattare prima, e non semplicemente manifestarsi ai funerali, quando è stato bello l’abbraccio del sindaco ai genitori di Willy; ma forse, e ripeto forse, è successo troppo tardi.

Forse qualcuno doveva decidersi ad andare a parlare con i suoi concittadini per mobilitarli a fermare in tempo le scorrerie che turbavano non solo l’”ordine pubblico”, ma la pacifica convivenza civile delle comunità in quella zona del Lazio.

La politica non è solo amministrare, ma gestire, correggere, progettare e proteggere la qualità della vita.

E lo stesso si può dire per le associazioni di volontariato sul territorio, o i circoli dove si fa politica, e le associazioni dei commercianti, comprese birrerie e discoteche, dove gli imputati amavano scorrazzare facendo i cattivi, come nei saloon dei film western, dove la paura di venire coinvolti, l’indifferenza per ciò che accade intorno, e quel “io mi faccio gli affari miei”, sono sempre complici dei gestacci pubblici.

Ci sono stati tempi in cui sarebbe addirittura intervenuta la malavita locale. I più anziani avrebbero detto loro che dove si vive non si fanno certe cose, che per avere rispetto bisognava portare rispetto, che fare casino fa male agli “affari”.

Quella stessa mala che a Rebibbia sarebbe pronta a fargliela pagare.

Diciamoci la verità: non siamo più abituati ad affrontare i problemi, le contraddizioni, le urgenze della comunità in cui viviamo. Come non fossero problemi nostri, al massimo ci scandalizziamo, ci commuoviamo, ci arrabbiamo, ma alla fine deleghiamo la risoluzione dei problemi alla pura ricerca del colpevole.

Ci interessa più puntare il dito che rimboccare le maniche. Ci piace cantare nel coro delle critiche, ma non facciamo niente affinché la musica finalmente cambi.

Ai funerali, il presidente Zingaretti ha detto che vuole intitolare a Willy una scuola. Va bene. Ma forse, e dico forse, ci vorrebbero alternative a birrerie, discoteche e centri commerciali: servono cinema, teatri e biblioteche. È compito del Comune e della Regione. Che invece le chiude.

 

Da parte sua, il presidente Conte ha chiesto che vengano comminate condanne dure e detenzioni severe. No, avvocato, così si perde la causa più importante: il senso della giustizia.

Non si fanno richieste alla magistratura. È troppo comodo scaricare tutto sulle spalle di uno dei poteri dello Stato. Lasciarsi andare a considerazioni che, sull’onda dell’emozione, assottigliano il confine tra la vendetta e la giustizia è sbagliato.

Sono parole pericolose nella bocca di un avvocato, irricevibili dal Capo del governo.

Anche perché, così si rincorrono le stesse idee di ordine e sicurezza, tanto care ad ambienti molto, troppo, vicini agli imputati – tanto da affrettarsi a prenderne le distanze – quegli stessi ambienti che diffondono paura e propongono leggi che non badino troppo ai diritti dei cittadini.

Ma è propaganda, inconcludente tanto sul piano della sicurezza che sul piano della coesione sociale, ideuzze buone per qualche comizietto elettorale.

I fatti ci dicono che i carabinieri hanno individuato i responsabili in poche ore.

I giudici hanno arrestato e stanno indagando.

I medici legali hanno fornito le prove per elevare l’ipotesi di reato da omicidio preterintenzionale a volontario: cioè le evidenze cliniche hanno dimostrato che volevano uccidere.

Sarà il processo a stabilire la verità. In questo caso, chi doveva fare il suo dovere, lo sta facendo. Pare.

 

Ma possiamo dire con onestà intellettuale che questo basta a fare giustizia? Possiamo davvero guardare negli occhi la mamma di Willy e dirle che il suo dolore sarà risarcito dalla presa di coscienza collettiva delle cause che hanno portato alla tremenda morte del figlio?

No.

Perché giustizia non è solo quella dei codici, dei tribunali, dei carceri.

La giustizia è un fatto sociale e deve essere socializzata.

Mentre la giustizia penale fa il suo corso, c’è forte e urgente una domanda di giustizia sociale cui dare precise risposte.

Non vi sembra che lo smantellamento della qualità dell’istruzione primaria e secondaria; il machismo del discorso pubblico; il bullismo nella polemica politica; lo sfruttamento commerciale del tempo libero; la dissoluzione del diritto al lavoro dei giovani; la banalizzazione del diritto alla cittadinanza, attiva, consapevole e combattiva, siano le cause e insieme i problemi che la tragica morte di Willy ci impongono di affrontare?

Le risposte sono impellenti, ci chiedono per quale società siamo disposti a batterci, e quindi riguardano tutti noi.

Una prima risposta dice chiaro non si può lasciare la società al mercato e ai suoi epigoni politici. Bisogna che si torni all’organizzazione politica e sociale di base.

Anche a noi, come a quei tre nel carcere di Rebibbia, ci si deve spalancare la realtà davanti agli occhi.

Perché – come direbbe De Andrè – per quanto noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Tutti.

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