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Maieutica dell’inflazione

E se l’inflazione svolgesse un ruolo provvidenziale – come una rivelazione, un disvelamento, un lampo di verità che fa giustizia dell’ipocrisia della “scienza triste”? 

Lei, l’inflazione, poverina, ufficialmente non piace a nessuno. Le classi dirigenti l’hanno sempre coltivata con estrema cautela, senza dare troppo nell’occhio; in una certa misura può fare bene ai profitti, ma si è rivelata spesso imprevedibile e pericolosa come un barbecue in mezzo al bosco.

Perché cos’è, alla fine, il processo inflattivo – e la celebre “spirale prezzi salari” che gli economisti temono come la peste? E’ l’estrema brutale sintesi del conflitto di classe – nella sua dimensione più vera e immediata, quella che si gioca sul terreno distributivo.

Possiamo dire che l’inflazione incarna la potenzialità pedagogica del rapporto di classe: i percettori di profitti alzano i prezzi delle merci per ricostituire i margini, i salariati alzano il prezzo della forza-lavoro per tutelare il potere d’acquisto. Io tiro di qua e tu tiri di là. Semplice da spiegare e da capire.

E se investimenti e produttività restano stagnanti, più profitto padronale corrisponde a più miseria operaia. Ecco la nuda, scandalosa verità che sta dietro tutte  le montagne retoriche di economia politica, sociologia, diritto ed etica: classe contro classe – anche senza nessuna visione generale, nessuna prospettiva o coscienza o ideologia, solo come mero istinto di sopravvivenza.

Tra il 1992 e il 1993, mentre si consuma il tracollo della Prima Repubblica, il movimento sindacale commette il suo secondo grave peccato capitale, dopo la svolta dell’Eur.   Accetta il patto del diavolo che i governi tecnico-politici della transizione  impongono, sempre con la pistola della “responsabilità nazionale” puntata alla tempia: lo scambio consiste nel concedere una generosa e duratura moderazione salariale in cambio della “politica dei redditi” e del riconoscimento di un ruolo para-istituzionalizzato alla concertazione tra le parti.

Che significava, sul piano legislativo, eliminare qualsiasi meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni e costruire un nuovo modello salariale e contrattuale che regolasse le relazioni industriali nel lungo periodo.

Politica dei redditi” è categoria omnibus, in cui ognuno ha infilato desideri, attese, obiettivi ed elementi programmatici: nelle aspettative sindacali voleva dire controllo di prezzi, tariffe, investimenti pubblici, tassi di interesse – in un quadro di equità fiscale e mantenimento della progressività.

Lo scambio poteva apparire vantaggioso: esorcizziamo lo spettro dell’inflazione (che ci costringerebbe ad una defatigante rincorsa contrattuale) e in cambio i lavoratori potranno accedere a mutui a tassi contenuti e ad una generale compressione del regime dei prezzi.

L’imbroglio è dietro l’angolo: l’essenza della Seconda Repubblica in fieri è la cessione di buona parte degli strumenti di intervento e controllo del ciclo economico – le famose “sacche di socialismo reale” contro cui inveiva Cossiga.

Nel 92/93 gli investimenti pubblici e privati sono in drastico calo e tali  rimarranno per un quarto di secolo; il debito pubblico cessa progressivamente di essere strumento di politica macroeconomica per diventare “colpa nazionale”; la sovranità sulla moneta viene rapidamente devoluta, man mano che si stringono le tappe forzate che separano Mastricht dall’Euro.

L’impossibile politica dei redditi si convertirà in semplice prassi della concertazione: non c’è più ciccia, concentriamoci sul “metodo”. Lo scambio del ’93 si tradurrà in: moderazione salariale contro riconoscimento politico del ruolo della triplice.

La fine della scala mobile rappresenterà simbolicamente la madre di tutte le controriforme: si tirerà dietro le privatizzazioni dell’industria e del credito pubblico, l’aziendalizzazione della sanità, il passaggio al calcolo contributivo dei trattamenti pensionistici, la fine dell’equo canone – e allungherà la sua stagione infinita fino alla soppressione dell’art.18.

Dal craxismo al renzismo, senza soluzione di continuità: tra Tangentopoli e il “contratto a tutele crescenti” si snoda un percorso di coerenza liberista che, al di là dei cambi stagionali di ceto politico e le retoriche nuoviste, tratteggia la nuova Costituzione materiale di questo paese.

Vale la pena chiedersi: perché tanto accanimento contro la scala mobile, in quegli anni di stabilizzazione moderata che precedono la crisi della Prima Repubblica? Perché agli inizi degli anni 80 tutte le partite decisive convergono su quel terreno?

Il craxismo, con gli accordi di S. Valentino e l’accettazione della sfida referendaria, aveva “correttamente” individuato nella scala mobile – al di là del modesto impatto economico della prima forma di sterilizzazione -, il campo privilegiato su cui riprendere e sviluppare la controffensiva antioperaia che era cominciata con la marcia dei 40.000. 

Craxi raccoglie la staffetta partita dai cancelli della Fiat e la consegna, stremato, prima del suo crollo finale, a Giuliano Amato. Il quale, con gli italiani già in spiaggia, la notte del 31 luglio 92, manda in soffitta il benemerito istituto di tutela delle retribuzioni – e provoca una (non duratura) crisi di coscienza in Bruno Trentin.

Mentre i filosofi del post-moderno imperversavano in ogni campo – la “vecchia” figura del salario veniva individuata come cardine politico di quella stagione di revanscismo padronale, e su quel tasto bisognava battere: perché eliminare la scala mobile significava aggredire la rigidità salariale e quindi destabilizzare il potere del sindacato – al di là delle sigle, inteso come attore imprescindibile delle società uscite dalla seconda guerra mondiale, come principio della coalizione operaia, come agente contrattuale indipendente.

L’accanimento contro la scala mobile stava al centro di una controffensiva di classe generale che si giocava a tutto campo; sfondare gli elementi residui della cultura del salario come “variabile indipendente”, voleva dire passare su tutto il resto: fu controffensiva economica, culturale – con la marea crescente del revisionismo anticomunista e l’annichilimento suicida del Pci.

E controffensiva politico-militare, con la distruzione dell’intero quadro dirigente e delle organizzazioni del campo rivoluzionario, che nella prima metà degli anni 80 è già pienamente compiuta.

Si è detto spesso che l’Europa a trazione tedesca, ancorata per vent’anni al dogma deflazionista, è nata condizionata dal trauma della memoria di Weimar. E i fantasmi italiani, invece, in quale memoria si annidano?

Secondo i padroni nostrani, la “nostra Weimar” si colloca proprio negli anni che vanno dal 1969 ai primi anni ’80. Gli anni delle grandi conquiste sul terreno del salario diretto e indiretto. Gli anni del protagonismo di classe che dalle fabbriche proietta la sua ombra minacciosa sulla società. Gli anni del potere operaio con cui anche il sindacato generale deve fare i conti.

Quello è il “trauma storico” della borghesia italiana. La rincorsa prezzi salari – di cui oggi il Governatore Visco paventa lo spettro – incute timore perché è sommamente istruttiva per la masse; insegna che dietro la scenografia della pace sociale – il bene più pervicacemente perseguito dal dopoguerra – esiste la ruvida realtà del gioco a somma zero che è il capitalismo. 

Le aree forti prosperano su quelle deboli; ad ogni deficit corrisponde un surplus; e profitti e salari si “rincorrono” naturalmente, a  meno che i secondi, com’è successo in Italia dal ’92, non vengano artificiosamente zavorrati.

L’inflazione fa paura non solo per i suoi effetti destabilizzanti o imprevedibili sul ciclo economico, ma soprattutto perché scatena pulsioni anarcoidi nella società, mette classi, ceti e corporazioni in fibrillazione, rende impossibile ogni velleità di programmazione, scatena nel corpo sociale una febbre che può diventare devastante: l’inflazione insegna ai proletari a farsi i conti in tasca.

Quando si parla di moderatismo salariale, non si fa riferimento solo all’esito di stagioni  contrattuali deboli o complici. E’ la struttura del salario in sé che conduceva obbligatoriamente verso quegli esiti contrattuali – i due livelli,  il recupero ex post dell’inflazione reale, l’adozione successiva del famigerato indice IPCA che si è tradotto in una perversa scala mobile alla rovescia.

Il dispositivo era stato studiato proprio per produrre gli effetti di deflazione salariale che tutti gli indicatori internazionali oggi possono attestare. E a questo meccanismo generale, si sono aggiunte le mille forme che la creatività padronale italiana ha saputo inventare – l’epopea degli appalti interni, il lavoro in affitto, le finte partite Iva, i contratti pirata, i diversi contratti di “primo ingresso” -, che hanno ulteriormente eroso il già ferreo meccanismo di controllo salariale.

La fine della scala mobile e l’adozione del famigerato “modello contrattuale” contenuto nel Protocollo del 23 luglio ’93, hanno prodotto anche il disastro di una generazione di dirigenti sindacali cresciuta all’ombra di un moderatismo contrattuale scambiato per “naturale”, oggettivo, non discutibile.

Gli accordi del ’93 hanno fornito l’alibi per accettare cristianamente il declino della condizione salariata. A nessuno è venuto in mente che, esaurita la fase dell’inflazione, già nella prime metà degli anni ’90, continuare a non mettere in discussione quel modello, avrebbe portato ad uno spostamento ineluttabile di quote crescenti di reddito nazionale dai salari ai profitti – e alla conseguente grave lacerazione del rapporto sindacato/lavoratori.

Con ingenua innocenza, gli attuali dirigenti della CGIL, quando si parla di tutele automatiche, allargano le braccia: se ci fosse il ripristino della scala mobile e l’introduzione del salario minimo, noi che ci staremmo a fare?

Bella domanda. Vale la pena porsela. È una brutale e franca ammissione di impotenza, di perdita di un qualsiasi ruolo.

I tavoli di concertazione sono ormai vuoti o tuttalpiù si limitano a comunicare quanto deciso dai governi di turno. Il rapporto con la platea degli iscritti è al minimo storico, l’insediamento sociale drasticamente ridimensionato.

Alla vigilia di una nuova tornata congressuale – che si consumerà con i suoi rituali barocchi, ma anche nel pericoloso faccia a faccia con i lavoratori, a cui un qualche elemento di bilancio nelle assemblee di base bisognerà pur presentarlo -, si avverte tra i vertici sindacali la strisciante consapevolezza, per la prima volta nella storia repubblicana, di non avere più alcuna funzione generale, neanche consociativa o moderatrice: la disintermediazione che ti entra nella testa.

Intanto l’inflazione danza beffarda tra le linee, seminando panico, sofferenza sociale e qualche insegnamento…

* da Carmilla online

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