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In Donbas e a Gaza l’Occidente è finito

Tra le tendenze storiche individuate da Marx e successivamente elaborate dal pensiero marxista, una in particolare sembra venire confermata dagli eventi degli ultimi decenni, e dell’ultimo anno soprattutto; si tratta dell’ipotesi secondo cui ogni fenomeno umano, nel suo processo di sviluppo nella realtà storica, genera e contiene i presupposti per il proprio rovesciamento.

Le radici di tale acquisizione affondano nella dialettica hegeliana, per la quale lo spirito, nel suo divenire Spirito Assoluto, procede per continui auto-superamenti. Merito di Marx è quello di aver realizzato (reso reale) questa intuizione integrandola pienamente nel divenire storico concreto, concependola come fondamento del proprio materialismo dialettico; de-spiritualizzando così la Storia, Marx l’ha resa materia viva, animata dall’azione delle classi sociali tra loro in perenne lotta e frutto dei continui superamenti e avvicendamenti che tale lotta comporta nel divenire storico.

È stato poi Antonio Gramsci ad approfondire tale tendenza, fornendone una lettura in chiave di esercizio del potere; sono le forze egemoniche stesse che, perpetrando il proprio dominio su quelle subalterne, costruiscono le condizioni del proprio sovvertimento.

Calando adesso la teoria nella prassi, possiamo notare come il capitalismo imperialistico post Seconda Guerra Mondiale a guida USA, egemone negli ultimi 70 anni, stia adesso entrando nella fase terminale del declino, a causa della sua stessa struttura e delle modalità di esercizio del potere sul mondo; queste sono infatti le fondamenta della globalizzazione di matrice occidentale, che con la guerra, lo sfruttamento e la disuguaglianza imposte al Sud del mondo, si trova oggi nel pieno della deflagrazione delle insanabili contraddizioni congenite all’ordine mondiale così costituito (tramite violenza economica, politica e militare).

Dopo oltre mezzo secolo di arbitrio euro-atlantico sconsiderato, le vittime dell’imperialismo occidentale mostrano oggi capacità di contrasto impensabili fino a solo a quindici o vent’anni fa. La sensazione di perdere il controllo (e il potere), come vedremo, scatena un’isteria incontrollabile nei paesi occidentali, che negli ultimi due anni stanno dando il peggio di sé in due “partite” fondamentali come la guerra in Ucraina e il nuovo, ennesimo, capitolo della pulizia etnica perpetrata da Israele verso i palestinesi.

È nel sangue del Donbas e di Gaza che l’Occidente volge al tramonto

Relativamente al contesto ucraino, individuiamo il primo segnale dell’inasprimento ideologico americano ed europeo nel mancato riconoscimento dell’Euromaidan del 2014 come principio del conflitto in essere; imputare la responsabilità del conflitto unicamente alla Russia, nonostante le oltre 15.000 vittime registrate nella Repubbliche di Donetsk e Lugansk prima del febbraio 2022, è un inequivocabile indice di aperta ostilità verso la Federazione guidata da Vladimir Putin.

Tale ostilità ha interrotto due decenni di tentativi di normalizzazione dei rapporti. L’approccio mantenuto dal blocco euro-atlantico dall’Operazione Militare Speciale in poi, evidenza in modo più netto la (ancora più) violenta curvatura assunta dell’Occidente: nessuno si azzardi a parlare di pace, o si verrà tacciati di putinismo, e men che meno si provi a introdurre brutte parole come “diplomazia” o “negoziati”, l’unica via possibile è quella delle armi, dell’estensione spaziotemporale del conflitto, della distruzione totale del nemico.

Il fatto che tali obiettivi si siano rivelati illusori di fronte alla solidità dell’economia russa e ai fallimenti ucraini sul campo di battaglia, rivela come gli USA non siano più nelle condizioni di fare il bello e il cattivo tempo come e ovunque vogliano; l’Afghanistan aveva già dato un triste assaggio in tal senso, con un peso di vite umane semplicemente inaccettabile.

Allo stesso modo la tanto celebrata controffensiva ucraina, da sola, ho provocato almeno 70.000 vittime fra le fila ucraine. Morti più che evitabili, un popolo devastato mentre i complessi industriali bellici e i relativi fondi d’investimento registrano profitti esorbitanti.

Riguardo alla questione palestinese, nonostante l’ovvietà oggettiva dei fatti e della storia, tocca sottolineare la schifosa – non mi viene in mente altro termine – reazione occidentale alla nuova ripresa del genocidio del popolo palestinese ad opera di Israele, a seguito dell’attacco di Hamas del 6 ottobre scorso: indiscusso sostegno diplomatico e – se servirà – militare, al governo sionista guidato dal criminale Netanyahu.

La terribile realtà dei paesi più ricchi del mondo che appoggiano acriticamente lo schiacciamento di un popolo poverissimo e vessato da decenni, ridotto ormai alla cattività, è lo specchio di un blocco di potenze interessato unicamente a mantenere la propria egemonia, anche se, come in questo caso, dovesse significare avallare il sistematico omicidio e l’esodo di massa di civili e bambini.

Il modo in cui i principali media strombazzano le ragioni di Israele, testimonia chiaramente quanto i gruppi di cui sono proprietà spalleggino quest’ulteriore svolta violenta dell’imperialismo occidentale.

Ma non è tutto qui, perché come nel caso della guerra in Ucraina, anche in Medio Oriente le mire occidentali potrebbero essere frustrate da una situazione sul campo difficile, vista la possibile apertura del fronte di Hezbollah, la reazione decisa dell’Iran, e il compattamento del mondo arabo di fronte al massacro in atto a Gaza e in Cisgiordania. In sostanza, gli obiettivi americani nella regione, finalizzati al controllo dei flussi di petrolio, potrebbero semplicemente non essere raggiunti.

L’elefante nella stanza che spiega nei termini marxisti utilizzati in apertura l’inasprimento e l’estremizzazione bellicistica dell’egemonia occidentale, e quindi il suo declino, è il nuovo ruolo della Cina nello scacchiere internazionale.

Tanto nello scenario caucasico quanto in quello mediorientale, infatti, la posizione assunta dal paese asiatico è il vero ago della bilancia: la partnership tra Mosca e Pechino (riconfermata ed estesa durante l’ultimo incontro bilaterale) ha permesso alla Russia di reagire con successo alle sanzioni economiche euro-atlantiche, così come l’intensificazione dei rapporti commerciali e politici tra i paesi arabi e la Cina ha reso l’ecosistema attorno ad Israele molto più complesso e meno passivo e accondiscendente.

Se avviene tutto ciò è perché gli USA e i gli stati vassalli hanno disseminato in giro per il mondo i semi del proprio fallimento egemonico; neo-colonialismo, appropriazione militare (diretta e indiretta) di risorse, terre e intere nazioni, impoverimento, instabilità politica e sudditanza economica, ricerca unilaterale del proprio vantaggio senza cura alcuna delle conseguenze.

Ecco un elenco parziale e non completo del lascito della globalizzazione di matrice occidentale presso la quasi totalità di popoli e nazioni del Sud del mondo con cui è entrata in contatto.

Non è dunque perché non capaci di discernimento o troppo corrotti – come i già citati media sostengono – che i paesi del Sud del mondo stanno virando verso un allontanamento dell’orbita occidentale, ma è propriamente perché appartenere a tale orbita ha significato per la stragrande maggioranza di queste nazioni (sudamericane, africane e asiatiche) un peggioramento generale delle condizioni di vita, un controllo quasi azzerato sulle proprie risorse e istituzioni, un’enorme dilatazione delle disuguaglianze.

È il modo in cui l’egemonia occidentale ha esercitato il potere che ha creato le condizioni del proprio rovesciamento.

Un rovesciamento ancora in fase di sviluppo, ma che si può individuare con precisione nelle avvisaglie dell’ultimo anno e mezzo. Un rovesciamento che, come si può intravedere dalla recente espansione dei BRICS, potrebbe prendere la forma di un mondo multipolare a trazione cinese.

È la Cina infatti che, dopo la pausa dal “secolo dell’umiliazione” e il recupero dell’autonomia, della coesione, e dello slancio economico tramite il “Socialismo con caratteristiche cinesi” rappresenta oggi il “magnete” più attrattivo per tutte quelle regioni del pianeta stanche del dominio mortifero e unilaterale dell’Occidente euro-atlantico. Basti pensare all’aumento esponenziale delle relazioni tra la quasi totalità dei paesi africani (i più destabilizzati dall’egemonia occidentale) e la Cina, in ottica di cooperazione e tramite un approccio win-win.

Certo, bisognerà vedere fino a che punto la declinante forza egemone americana arriverà ad estremizzare l’isteria della propria reazione di fronte al fallimento autoindotto a cui stiamo assistendo; non è detto che il sangue degli ucraini e dei palestinesi sia l’ultimo che vedremo scorrere sull’altare del potere occidentale.

*Centro Studi “Domenico Losurdo”

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