Se gli Stati Uniti vedessero quello che gli Stati Uniti stanno facendo negli Stati Uniti, invaderebbero gli Stati Uniti per liberare gli Stati Uniti dalla tirannia degli Stati Uniti.
Non è satira politica. Per decenni la Casa Bianca ha esportato guerra e sanzioni con il lessico dei diritti, dei valori, della democrazia a grappolo. Menzogne. Truffe ideologiche. Una copertura morale per bombardamenti selettivi, assedi economici, colpi di Stato ben pettinati. Quel linguaggio serviva a rendere accettabile l’inaccettabile, presentabile la violenza, digeribile il dominio.
Oggi quello schema è finito nelle grinfie di un gangster sociopatico. Non più diplomazia a doppio fondo. Solo brutalità esibita, minaccia diretta, ricatto come prassi. L’America di Donald Trump non sente il bisogno di fingere. Non promette diritti: pretende obbedienza.
Il fantomatico diritto internazionale viene archiviato senza processo. Trattati ridotti a carta straccia, strappati davanti alle telecamere. Le regole valgono finché favoriscono Washington, poi diventano un intralcio da rimuovere. Missili al posto delle risoluzioni, sanzioni al posto della politica, ultimatum al posto del confronto. La legge del più forte non viene più mascherata: viene rivendicata. Prima la violenza imperiale cercava una giustificazione morale. Adesso si autolegittima.
E quando questo metodo rientra in patria, il quadro si chiude. Guardia Nazionale nelle strade, piazze trattate come territori occupati, cittadini osservati come popolazioni ostili. Sicurezza, patriottismo, obbedienza. Chi dissente è un problema di ordine pubblico. Chi protesta è un target. Chi governa per mezzo della forza non sa fare altro.
Questo schema non resta confinato negli Stati Uniti. Viaggia. Si replica. Fa scuola. Ed è qui che entrano in scena le imitazioni di provincia. Un modello da esportazione perfetto per figure politicamente insulse, che compensano il vuoto con la postura, la voce sguaiata, la retorica dell’assedio.
La ducetta di casa nostra – Giorgia Meloni – non inventa nulla. Applica. Per ora cambiano solo i dosaggi. Meno blindati, più decreti. Stesso riflesso autoritario, stessa ossessione per il controllo, stessa allergia al conflitto sociale. Il dissenso non è più una dinamica democratica: è una deviazione da correggere. Le piazze non parlano: disturbano.
L’America trumpiana mostra e addestra. Le sue copie studiano il percorso, lo testano a bassa temperatura, lo normalizzano. Prima l’emergenza lessicale, poi quella normativa. Prima il linguaggio bellico, poi gli strumenti coercitivi. Nessuna rottura plateale. Solo un lento slittamento, reso presentabile dal richiamo costante all’ordine.
Il messaggio è chiaro e viaggia veloce: governare non significa “rappresentare”, ma disciplinare. E quando il centro imperiale smette di fingere, le periferie si sentono autorizzate a fare lo stesso. Basta seguire l’esempio. Basta alzare la voce. Basta indicare un nemico.
Il paradosso iniziale smette di sembrare una provocazione. Se gli Stati Uniti vedessero ciò che gli Stati Uniti stanno facendo negli Stati Uniti, l’invasione partirebbe all’alba, con tanto di conferenza stampa. Liberazione dalla tirannia americana.
* da Facebook
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Gabriele
signori ciò che vediamo è l’imperialismo che per dua natura ha bisogno di furti,saccheggi,violenza,sangue e sparatorie
Trump ne è la quinta essenza