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Iran, proteste e sanzioni. Quando la crisi economica è una strategia politica

Da alcune settimane l’Iran è attraversato da proteste diffuse. Ancora una volta, il racconto dominante tende a presentarle come l’espressione spontanea di un generico “malcontento contro il regime”, riducendo tutto a una contrapposizione morale tra un popolo oppresso e un potere autoritario. 

In questo racconto trovano ampio spazio le rivendicazioni ideologiche, culturali e politiche che attraversano la società iraniana. Rivendicazioni che non nascono oggi: esistono da decenni, si ripresentano ciclicamente e sono parte integrante della storia del paese.

La crisi economica non nasce oggi.

L’economia iraniana è da anni sottoposta a una pressione crescente. Un punto di svolta fondamentale è il 2018, quando gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente l’accordo sul nucleare e avviato una nuova fase di sanzioni economiche, successivamente rafforzate anche dall’Unione Europea. Da allora il sistema sanzionatorio è stato progressivamente esteso e inasprito fino all’ultimo pacchetto entrato in vigore nel 2025. 

Non si è trattato di misure simboliche o limitate a settori militari o governativi, ma di un insieme di vincoli che hanno colpito il funzionamento complessivo dell’economia iraniana.

Non si è trattato di misure simboliche o limitate a settori militari o governativi, ma di un insieme di vincoli che hanno colpito il funzionamento complessivo dell’economia iraniana. 

Ma cosa colpiscono davvero le sanzioni? Contrariamente alla retorica ufficiale, le sanzioni non hanno inciso solo sugli apparati statali o sulle élite politiche. Hanno colpito direttamente il sistema bancario e dei pagamenti internazionali, le importazioni di beni essenziali e l’accesso a medicinali, attrezzature sanitarie e ricambi industriali. Il risultato è stato un aumento dei costi di produzione, un blocco delle catene di approvvigionamento e una pressione inflazionistica permanente. 

Il crollo dei salari reali: Se si osserva l’andamento dei salari reali prendendo il 2018 come base, il dato è inequivocabile: nel 2025 l’indice scende a circa 46. In termini concreti significa che in otto anni i lavoratori iraniani hanno perso circa il 54% del loro potere d’acquisto. I salari nominali sono aumentati, ma l’inflazione — alimentata proprio dalle sanzioni — è cresciuta molto più rapidamente, cancellando ogni incremento formale. 

Non un effetto collaterale, ma una strategia. Tutto questo non può essere liquidato come un “effetto collaterale”. Il sistema sanzionatorio è costruito per colpire le condizioni materiali di vita della popolazione, nella convinzione che il peggioramento delle condizioni economiche produca instabilità sociale e favorisca un cambio di regime. 

Affermare questo non significa in alcun modo assolvere il regime iraniano. Il sistema teocratico degli ayatollah è odioso, reazionario e profondamente antipopolare. Ma fermarsi a questa constatazione, senza analizzare il ruolo dell’imperialismo occidentale, significa accettare una falsa alternativa: o con il regime, o con le sanzioni. 

Parliamo dunque di autodeterminazione o di un semplice cambio di padrone? La storia insegna che i popoli si liberano da soli. Le pressioni esterne, le ingerenze e le sanzioni — soprattutto quando finalizzate all’asservimento geopolitico — non producono emancipazione. Producono, al massimo, il passaggio da un dominio a un altro. Da una condizione di subordinazione e assenza di autodeterminazione a una diversa forma di subordinazione, mascherata da “liberazione”. 

Mai come in questo momento è dunque necessario tenere insieme le due verità. Le proteste in Iran non nascono solo dalla repressione politica, ma da una crisi materiale prodotta anche dall’esterno. Tenere insieme la critica al regime e la critica all’imperialismo è l’unico modo per non cadere nella propaganda (quale che sia la fonte di questa propaganda) e per restituire centralità alle condizioni di vita concrete delle classi popolari.

*Progettometi.org

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