Di fronte alla storia, il potere ha gettato la maschera. Non siamo più di fronte alle rassicuranti finzioni del contratto sociale, né alle promesse teleologiche del progresso liberale, molti hanno finalmente capito come funziona il diritto, sia internazionale, sia interno: a favore di pochi, ovvero di coloro che lo stabiliscono.
Ciò a cui assistiamo, dall’Ucraina a Gaza, dai centri di detenzione dell’ICE negli Stati Uniti fino alle piazze italiane, è la rivelazione della natura necropolitica del potere moderno. La deriva autoritaria è l’esito logico di un sistema che, sentendosi minacciato dall’estinzione o dalla perdita di egemonia, reagisce divorando i propri stessi principi.
Il primo scricchiolio: il covid
Come osservava Franco “Bifo” Berardi, la pandemia è stata sia un evento sanitario globale, sia un collasso psichico globale, una “psicodeflazione” che ha preparato il terreno per una nuova forma di controllo. Il virus ha mostrato l’impotenza della politica tradizionale e ha aperto la strada a uno stato di eccezione permanente.
Abbiamo accettato la sospensione delle libertà in nome della nuda vita, ma una volta passata l’emergenza virale, il meccanismo non si è arrestato; si è semplicemente trasferito sul piano bellico. La guerra russo-ucraina e la devastazione di Gaza purtroppo non sono semplici anomalie, ma la manifestazione di quella “guerra perpetua” che Michel Foucault individuava come il sottostrato nascosto delle istituzioni politiche.
Diceva Foucault: “La legge non è pacificazione, poiché dietro la legge la guerra continua a infuriare all’interno di tutti i meccanismi di potere, anche dei più regolari. È la guerra a costituire il motore delle istituzioni e dell’ordine: la pace, fin nei suoi meccanismi più infimi, fa sordamente la guerra. In altri termini, dietro la pace occorre saper vedere la guerra: la guerra è la cifra“. (1)
La politica non è più la continuazione della guerra con altri mezzi; la guerra è diventata la forma stessa della politica. In questo scenario, la verità non è universale, ma diventa un’arma partigiana, una produzione strategica necessaria per giustificare la dominazione. Ecco perché viviamo in un mondo psicotico indotto dall’esterno, da imbonitori e propagandisti.
Gaza, l’abisso morale dell’Occidente
Il punto di non ritorno morale dell’Occidente si è consumato sulle macerie di Gaza. Per un anno e mezzo, il mondo ha assistito in diretta a quello che molti esperti e corti internazionali hanno definito un genocidio, avvolto in un silenzio assordante o, peggio, in una complicità attiva.
La propaganda ha lavorato instancabilmente per disumanizzare le vittime, riducendole a “animali umani” o “danni collaterali“, in una perfetta applicazione della logica coloniale che nega l’umanità dell’altro per legittimarne la cancellazione.
L’apice di questo cinismo è rappresentato dal “Board of Peace” dell’amministrazione Trump, un organismo che pretende di sostituire il diritto internazionale con transazioni commerciali, dove un seggio permanente costa un miliardo di dollari.
Il piano di trasformare Gaza in una “Riviera”, previa espulsione della popolazione autoctona, non è solo una pulizia etnica: è la mercificazione totale della geografia, dove la memoria e l’esistenza di un popolo vengono cancellate per far posto a investimenti immobiliari. Questo è il vero volto del potere che non riconosce più l’altro come soggetto politico, ma solo come ostacolo fisico da rimuovere.
Deriva autoritaria trumpiana e panottismo digitale
Se Gaza è il laboratorio della distruzione, gli Stati Uniti del secondo mandato Trump sono il laboratorio del controllo interno. E le due cose sono collegate, come ICE e IDF.
La “mass deportation” è una ristrutturazione dell’ordine sociale attraverso il terrore e la sorveglianza. L’uso di tecnologie come quelle fornite da Palantir e Zignal Labs per sorvegliare la popolazione e identificare il dissenso crea un nesso transnazionale di controllo che lega le tattiche dell’IDF a quelle dell’ICE.
Assistiamo a ciò che Simone Weil temeva, ovvero la trasformazione delle strutture politiche in macchine per la produzione di passione collettiva e soppressione del pensiero critico. L’autoritarismo non ha bisogno di abolire le elezioni; gli basta svuotarle di senso, sostituendo il dibattito con la violenza spettacolare e la persecuzione del “nemico interno”, sia esso il migrante, lo studente che protesta, l’attivista climatico, o sparare in faccia a una donna che non si ferma o in testa a un infermiere che filma gli abusi.
Il piano inclinato: la deriva autoritaria
Oltre la Fine.
Siamo di fronte a una biforcazione evolutiva. Da un lato, c’è la strada del tecno-totalitarismo, della guerra perpetua e dell’estinzione, dove l’umanità viene ridotta a dati biometrici e forza lavoro sacrificabile. Dall’altro, c’è la possibilità, per quanto remota, di una resistenza etica.
Il declino dell’Occidente non sta nella perdita della sua potenza militare, ma nella perdita della sua anima, seppellita sotto le macerie di Gaza e dietro i muri di filo spinato delle frontiere. Riconoscere questa deriva è il primo, doloroso passo per tentare di fermarla.
Come suggeriva Bobbio, non possiamo permetterci il lusso del pessimismo; la storia non è finita, ma sta a noi decidere se il prossimo capitolo sarà scritto dagli oppressori o da chi, nonostante tutto, resiste. Bobbio ci aveva avvertito dicendoci che la democrazia è fragile e il fascismo non è un fossile storico, ma un’onda che può sempre ritornare se si perde la vigilanza civile.
I recenti disegni di legge sulla sicurezza (ddl sicurezza) che mirano a criminalizzare il dissenso e a restringere gli spazi di protesta sono sintomi di uno Stato che ha paura dei suoi cittadini.
Vi è un filo rosso che lega la repressione delle proteste universitarie per la Palestina alla militarizzazione dei confini e alla retorica della sicurezza: è il rifiuto della complessità e la scelta della forza come unico linguaggio. Come notava Pierre Clastres, lo Stato tende naturalmente verso l’Uno, verso l’accentramento che nega la molteplicità. La “guerra alla società” di cui parlava Foucault è ora una guerra preventiva contro ogni forma di alterità che sfidi l’ordine costituito.
(1) M. Foucault, Bisogna difendere la società.
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