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Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì: https://laviniamarchetti.substack.com/…/archivio…

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il piano d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto.

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica“, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica.

Eterotopie del privilegio. l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio“, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione.

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

Non servano controlli: La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

L’isolamento sia la prigione: Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto“. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione: Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione: La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili: La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo): Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura: L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione: La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.

La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” — come Riccardo Terzo — per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1.3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative) .

Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di cash” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale.

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso.

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano.

Bibliografia minima

Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

 * da Facebook

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2 Commenti


  • ugo

    Perché coprire di fumo postmoderno una faccenda chiarissima? Questo signore procurava ragazzine ai ricconi americani, tutte persone rispettabilissime che ora non si possono più nascondere dietro parole come “rivoluzione digitale”, “imprenditorialità”, “catena del valore”, “competenze”. C’è bisogno della fuffa?


    • Redazione Roma

      Perchè oltre l’albero occorre smascherare la foresta, altro che fuffa, quella stanno cercando di diffonderla a piene mani i mass media mainstream che evitano accuratamente di scavare più in profondità.

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