Quest’anno la giornata dell’8 marzo si colloca all’interno di un contesto nazionale e internazionale in continuo e rapido cambiamento. Abbiamo visto, nei mesi precedenti, prima le manifestazioni contro la guerra e il riarmo, poi gli scioperi e le mobilitazioni oceaniche per la Palestina e contro il governo Meloni e, più di recente, le manifestazioni a difesa degli spazi sociali: momenti che hanno portato in piazza numeri senza precedenti e mostrato un risveglio radicale delle coscienze. Una condizione che rappresenta un cambio di paradigma che fa paura a questo governo, come dimostrano le pesanti strette repressive degli ultimi giorni.
La maggioranza della popolazione ha infatti espresso un concetto semplice ma potente: il genocidio in Palestina, le guerre e le aggressioni militari, così come le politiche del governo Meloni, che condannano soprattutto le donne e persone queer non privilegiate a vivere con l’acqua alla gola e in condizioni sempre più precarie, non avvengono in nostro nome. E non avvengono nemmeno realmente in nome delle donne e delle persone queer, le cui istanze e battaglie sono storicamente strumentalizzate dall’Occidente nelle cosiddette “esportazioni di democrazia”.
È in questo contesto che il convegno di dicembre “Sulla linea del fronte femminile: contro guerra, riarmo e genocidio in Palestina” ha preso forma. Donne e persone queer che si sono riunite per rimettere al centro la necessità, più impellente che mai, di costruire un fronte femminile e queer proprio qui in Occidente, nella “tana del leone”, contro ogni guerra che l’imperialismo vuole esportare per i suoi interessi. Il genocidio in Palestina, le ingerenze in Iran, l’aggressione militare in Venezuela, sono solo alcuni esempi.
Ma a fronte di una guerra “esterna”, c’è anche un “campo di battaglia” tutto interno a questo paese, combattuto anche sulla pelle di donne e persone queer.
Da un lato assistiamo a una trasformazione generale verso un’economia di guerra, dall’aumento delle spese militari alla possibile introduzione di una leva militare “volontaria” che riguarderà gli uomini ma sempre più donne, persone trans e non binarie. Dall’altro abbiamo una realtà dove milioni di persone vivono nella precarietà, dove famiglie e vittime di violenza sono sfrattate di casa senza alcuna soluzione abitativa.
È stata approvata una legge di bilancio in cui si definanziano ancora più di prima i servizi pubblici, innanzitutto i CAV e la sanità, mentre l’istruzione crolla a pezzi. Intanto i consultori accolgono i pro-vita, l’educazione sessuo-affettiva è ostracizzata e le cure ginecologiche, così come quelle legate ai percorsi di affermazione di genere, sono sempre più inaccessibili e ostacolate, le lavoratrici e le studentesse non ricevono alcun sostegno o tutela rispetto alle violenze e discriminazioni alle quali sono sottoposte. Le conseguenze più dure le viviamo nei quartieri popolari che sono abbandonati e dove vengono cancellati spazi sociali e culturali.
Un processo avviato dal centro sinistra ma che oggi con il governo Meloni trova la sua massima espressione. E su questa stessa linea si colloca il disegno di legge sull’articolo 609bis: si rimuove il concetto di “consenso” per arretrare la legislazione sulla violenza sessuale a una mera questione di “volontà contraria”. Un attacco a tutte le vittime di violenza, che mette in condizione di dover provare paradossalmente di avere espresso un “dissenso” esplicito all’attuazione di un reato. Purtroppo noi non possiamo dirci stupite, a differenza di Schlein e di tante “democratiche” che pensavano di poter fare accordi con Meloni: l’ennesimo teatrino politico sulle spalle delle donne.
Se allora vogliono il nostro “dissenso” noi lo daremo, ma contro di loro! Contro il governo Meloni, contro la violenza di questo sistema, contro la precarietà a cui ci costringe, contro le loro guerre, contro il genocidio del popolo palestinese. E il nostro percorso verso la costruzione di un fronte di donne e persone queer passa dall’organizzazione di questo dissenso, a partire anche dall’8 marzo: una data nata sul grido di “pane e pace” nell’“assalto al cielo” del 1917, ma che potrebbe essere il grido anche del momento in cui viviamo.
Verso e oltre l’8 marzo abbiamo quindi un progetto che passa dal nostro lavoro quotidiano: diffondiamo, costruiamo e rafforziamo questo dissenso, dai posti di lavoro, ai nostri quartieri popolari, alle scuole, alle università. Costruiamo il nostro fronte contro guerra e genocidio, verso un’alternativa a questo sistema di violenza, oppressione e precarietà.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
