“Gli acronimi LGBTQIA+, LGBTQQIA+ sono oggi utilizzati per designare sinteticamente l’insieme delle minoranze sessuali…”
Manca il meno: le sessualità negate non tanto e non solo per orientamento, ma per potenzialità, per opportunità, per “contingenze”. Le sessualità della Esclusione, della Sofferenza e della Guerra. Del resto per fare sesso bisogna avere qualcuno consenziente con cui farlo e questa volontà si basa su due fattori: Seduzione e Opportunità. Un carcerato, ad esempio, non può fare l’amore, mentre il suo partner, se libero, può praticarlo, ma a che prezzo in termini di sensi di colpa?
Praticamente una parte molto significativa della pena viene scontata da chi non ha commesso quel reato. Stesso spleen può invadere le sfere emotive di coloro che, pur non essendo direttamente in difficoltà, vivono accanto alla sofferenza. Mi racconta un’amica che lavora in un CAV che molte donne vittime di violenza impiegano anni a recuperare un desiderio sessuale e, spesso, non ci riescono mai del tutto.
Ogni “diversa abilità”, le tante disfunzioni del nostro esistere, vengono tradotte nei meccanismi della cultura del cottimo delle performance, in “nessuna abilità”. Immaginate, ad esempio, di cercare di essere brillanti durante un attacco di diarrea: un malessere, più o meno diffuso, ma che per alcuni è cronico. Trauma che vero o falso, personale o familiare, passato o presente che sia, diventa paralizzante ma anche, specularmente maligno: mostrificante nel come si viene percepiti dagli altri.
Nei labirinti delle Esclusioni occidentali si smarrisce spesso anche la forza seduttiva e diventa arduo fare acchiappanze sentendosi e essendo sentiti trasparenti. Le nuove povertà, proprio perché non vertono su contesti di miseria condivisa, ma alienante e cronicizzante conducono con sé questa pena accessoria della invisibilità, anche sotto le coperte.
La marginalità, dunque, oltre ad essere stigma invalidante diventa anche uno scudo corporale all’incontro con l’altro. Un bambino che va al parco con un pallone prevede o spera di incontrare altri bambini con cui giocare: di per sé il pallone non è sufficiente a fare una partita. Ma, attraverso quel pallone, tutto il contesto interagisce: le mamme prendono un poco di sole o chiacchierano, mentre i papà si fumano una sigaretta.
L’innesco del gioco, quindi, non è mai scelta individuale e non ricade nella responsabilità del singolo. L’isolamento che alcune malattie, come la Sofferenza Oscura, conducono in sé è come un blocco sociale, esattamente come se quel bambino non riuscisse mai a trovare amichetti al parco e, questa forma di solitudine solida, invalida più delle stesse fragilità.
Nei contesti poveri del Terzo Mondo le potenzialità di incontro sussistono nel condividere non solo lo stesso spazio geografico, ma anche lo stesso standard di vita, dove essendo scontato l’essere povero, diventano altri i meccanismi di accoppiamento, rispetto ai riti stanchi delle seduzioni borghesi.
Al tempo stesso, però, il fenomeno della Guerra Mondiale a rate, nei suoi teatri neocolonialisti, pone intere popolazioni in un transito senza meta, nel quale anche la sessualità in molti casi scompare o viene sostituita dai cottimi delle prostituzioni, sia nel praticarla come utente finale che nel farne il proprio mestiere. In quest’ultimo caso, poi, la trasformazione del corpo in merce, stimola a perdere la propria sfera di intimità, diventando algidi/e: un meno, come dire, meno – attivo.
Il meno diventa anche paradigma di auto privazione che si innesca in tanti adolescenti che, dopo aver vissuto una sessualità compulsiva, si trovano completamente abulici rispetto ai temi dell’amore. Vivere il sesso in tenerissima età attraverso gli stereotipi coatti del consumo li annienta, fino a spegnere ogni fiammella di entusiasmo una volta abboffati di coiti ignoti.
Le categorie del meno, quindi, sono molteplici ed è difficile sintetizzarle tutte, ma è evidente che lo stato cannibale del turbocapitalismo, oltre ad uccidere e depredare l’Umanità, ne cancella per una parte il diritto ad amare e essere amati. Alla sacrosanta rivendicazione per i Diritti LGBTQIA+, manca questa sensibilità, che del resto è afona anche nello sguardo che gran parte della sinistra rosé e di quella antagonista dà ai fenomeni delle alienazioni urbane: un buco narrativo, prima che politico.
L’ossessione per il controllo delle masse delle nostre oligarchie si basa anche su questa castrazione di massa alla quale una parte di umanità è costretta. Sono da sempre le élite immorali e libertine a farsi paladine della famiglia tradizionale. Ma, in questa dolorosa parentesi di morte, non è più la famiglia ad essere sponsorizzata dalle massonerie, ma il legame mono – umano: lo schiavo che, per accettare e tollerare questa depravata deprivazione, deve cancellare il ritmo dell’Amore.
Sono proprio gli zozzoni del 1% che detiene il 99% della ricchezza che impongono la strada di una dolorosa castità a chi vive ai margini: aggiungendo alla sofferenza insita nelle difficoltà, qualunque esse siano, anche la pena accessoria della bruttezza, della irricevibilità, dell’abbandono. Non penso che bisogna immaginare una specie di certificato medico sulla “chiavabilità” degli Ultimi e dei Penultimi, ma è anche vero che è nella tenerezza che si lenisce la fatica di vivere.
Il neo puritanesimo onanistico delle oligarchie si avvale di questo controllo cibernetico che sostituisce, almeno nel brandello di occidente che resta, il puritanesimo del sogno americano che, quello sì, era fatto di bimbi sorridenti e case colorate. Oggi il marginale deve restare solo: perché una camicia di forza che realmente funzioni, impone che ogni volo deve essere spento sul nascere. Dal telefonino, traslando la stessa funzione dell’aggeggio in braccialetto elettronico delle detenzioni universali.
Ma, se non basta, dallo psico farmaco contenitivo o dall’internamento in una delle nuove prigioni della contemporaneità, compresi i lager delle periferie. Se dieci milioni di italiani, statistiche alla mano, non nasceranno un motivo ci deve essere: si tromba meno e si tromba sempre in termini di performance di consumo e, conseguenzialmente, senza stabilire quei legami che portano a mettere su famiglia.
Del resto i 20 milioni di italiani poveri, quasi poveri o a rischio povertà, senza tutto questo bromuro fascioliberale, farebbero la rivoluzione entro fine settimana. Solo gli eletti hanno diritto ad amare e, dispiace dirlo, anche parte dei movimenti di rivendicazione sessuale hanno per riferimento una libertà “parcellizzata” che, senza Uguaglianza, diventa mera espressione corporale di élite.
Esattamente come in temi di “Utero in affitto” o di “diritto alla prostituzione”, laddove è chiaro che è lo squilibrio economico che diventa stupro, anche senza i connotati penali del reato. Perché se “senza consenso è stupro” lo è anche quando questo consenso è estorto dalla fame.
In tal senso al neo schiavo tocca non solo diventare indesiderabile, ma subire lui stesso una torsione nel quale il suo desiderio si astrattizza, diventa indistinto, intraducibile. La fame, il dolore, la violenza creano alterazioni psichiche, quel buio nella mente che standardizza l’Uomo in cosa: un vuoto dove tutto scivola via, perché tutto prende forma di bisogno. La strada verso le crocchette di cane per uso umano diventa, così, molto breve. Mentre quella di appagare gli appetiti sessuali attraverso macchine è già realtà.
Un desiderio indistinto, infatti, paralizza la mente tanto quanto un’assenza di desiderio: entrambi non determinano azioni “sociali”. Un desiderio reale, molto oltre la sua praticabilità, crea immaginazione, quella gioia illogica che è volano di emancipazione. Viceversa il desiderio indistinto crea nevrosi, pornografia isterica e non innesca meccanismi reali per la sua realizzazione.
Si atrofizza la sfera della passione, mano mano che si chiude il sipario delle prigioni universali che impongono: celle/trincee che, naturalmente, devono contenere singoli alienati, ammassati ma non collegati tra loro, se non attraverso l’odio e il fetore. Cancellare il pericolo che un sorriso storto, dentro una folla impaziente e anonima, possa ricordare a noi truppa di essere vivi.
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Gianfranco Santoro
articolo molto coraggioso per essere pubblicato su questo giornale, finalmente si getta uno sguardo su quelle “banalita” quotidiane e “private” che spengono la vita di moltissime persone ovunque. Spesso stigmatizzate negli stessi ambienti “antagonisti” col marchio razzista e insultante di inceldom (che porta con sé tutta una serie di accuse infamanti e su cui invece bisognerebbe fare una seria riflessione). Probabilmente questo articolo sarà una meteora fugace: non è facile sperare che il Sacro Totem dei femminismi e filiazioni varie e delle liberazioni sessuali (il cui principale orizzonte a livello di seguito di massa di fatto si traduce nel libertinismo nichilista e compulsivo, sempre, beninteso, per i “degni” che possono permetterselo) e il loro mondo di “rivoluzionari” col marchio registrato, abituati a dare pagelle di sinistrità a destra e a manca, venga finalmente visto in modo lucido e laico anche da sinistra. Mi aspetto quindi che cada nell’indifferenza o affoghi in un oceano di distinguo in cui farlo sparire.. Anche per la Rivoluzione, dopotutto, bisogna essere fotogenici, e chi è rifiutato e solo lo sa.
Gianfranco Santoro
p.s. il fatto che un articolo come questo abbia trovato la strada per essere pubblicato anche su un giornale come il vostro dovrebbe farvi intuire che continuare semplicemente a cancellare i commenti non adesivamente allineati non è una strategia che può andare molto lontano….compagni.
Redazione Roma
Hai fatto tutto da solo, e sbagliando