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Verso la guerra civile

Provocare e moltiplicare la guerra civile, un elemento strategico, un asse vertebrale nel programma tecno-liberal-populista della cosca che governa a Washington.

Un passaggio ineludibile che abbraccia non solo la «Patria» americana. ma esorta i «patrioti», vassalli, dei paesi minori a prendere parte a tale vasta impresa.

Un’alternativa senza alternanza, o un’alternanza senza alternativa.

La condizione di «guerra interna» si sviluppa in parallelo alla politica estera. aggressiva, bellica e imperiale già in atto e che gli Usa stanno adesso, ancora intensificando.

La principale potenza mondiale, impersonificata da un uomo provvidenza che assomiglia proprio alla caricatura volgare dello speculatore immobiliare senza scrupoli di New York. Un miliardario corrotto e corruttore, un puttaniere, elevato però a simbolo… dell’anti-sistema.

Un sistema accusato di essere parassitato da politicanti insignificanti e «mondialisti» acrobati della mediazione e che delegano a un esercito di burocrati. tecnocrati privi di fede, la gestione di un’America, di un Occidente, in irrimediabile declino.

La filosofia stessa della politica democratica-liberale, dove l’inerzia dell’ipocrisia si nascondeva dietro la legalità procedurale formale, assestata come unica legittimazione del dominio è ormai tutta roba da buttare, vestigi di un’ epoca passata e decadente; da sostituire senza attendere.

L’urgenza esige strategie autoritarie, espressioni di un nazional-populismo radicale, che invocano rozzamente una strumentalizzazione esplicita della legge e uno Stato forte per (re)imporre un modello rigido ed egocentrico di economia di mercato.

Un sistema sbarazzato dalla pesantezza formale che spacciava democratica moralità, quando però questa era da sempre impalpabile nella verticalità arbitraria e assoluta che governava sia le sue istituzioni finanziarie che il suo tessuto industriale.

Una democrazia che aveva già dilapidato la «res publica» nella sconfinata mangiatoia delle privatizzazioni. L’imposizione di un dogma che imponeva la svendita degli attivi pubblici in nome… dell’efficacia speculativa dei fondi privati, quanto al pluralismo era, già, ridotto a un solo bivio.

Un’alternativa senza alternanza, o un’alternanza senza alternativa. A voi la scelta.

Infine, lo Stato di diritto tanto proclamato e con tanta cristiana e socialdemocratica umanità… bisogna ben ammettere che fosse già superato, almeno nel suo contenuto concreto. Si rilevava infatti talmente inflazionato da prescrizioni ed editti particolari, esclusivi, da pervertirne la «norma» ed identificarla, immediatamente, con «l’eccezione». Senza mediazioni.

Un perimetro oppressivo popolato da «esclusi»

I cittadini si trovano confinati dentro ad un involucro sempre più vuoto, ma sempre più ermetico, uno « Stato d’emergenza permanente», un perimetro oppressivo, meccanicamente privatizzato, popolato da «esclusi» privi di ogni riconoscimento politico, a cui ogni istanza di decisone risulta inaccessibile. E’ sbarrata alla base, per postulato.

Chi dice Stato d’eccezione, «Stato di polizia», dice la sospensione delle caratteristiche tipiche di uno Stato di diritto. Quando questa non è però più sospensione temporale, bensì permanente, nuova normalità, la struttura stessa dello Stato, «naturalmente», se ne conforma.

Un nuovo regime emerge, sempre dallo stesso involucro, l’arbitrario è imposto tale un’evidenza e viene dunque infine affermato e rivendicato.

Non è neppure più imperativo decretare lo «Stato d’eccezione», basta semplicemente utilizzarne i mezzi, le armi che sono già in dotazione, e che non cessano mai d’essere aggiunte e «migliorate».

E’ in questo contesto e dentro ad un intreccio internazionale mutevole che differenti fattori convergono fino a suscitare un’ evoluzione estrema di tutto un sistema.

Trasformare il deficit in forza politica

E’ cambiata epoca. Quello che è messo in dubbio, oggi, è proprio il monopolio USA come grande architetto e principale beneficiario dell’economia mondiale.

La leva strategica che dava gioco forza all’impero, l’assoluto monopolio del dollaro negli scambi internazionali non è più una certezza insuperabile.

Le potenze emergenti del Brics esigono voce in capitolo. Il monopolio del dollaro vacilla e con lui tutto il meccanismo che ha permesso fin dai tempi di Nixon, dagli anni 70 a oggi, agli USA di predisporre il proprio sviluppo ideando e applicando i principi di un’ economia basata sul debito.

Scaricato sugli altri. Pagato dagli altri. Il resto del mondo.

Il deficit colossale americano viene così trasformato in forza politica.

E’ difficile immaginare come sia possibile, col tempo, assicurarsi di un tal prezioso monopolio planetario contando unicamente sui buoni auspici della diplomazia.

E quando la diplomazia non basta, ci vogliono le bombe.

Chi paga riconosce obbedienza.

Che dire del nuovo oggetto misterioso, non meglio identificato, immaginato e inaugurato da Donald Trump? The Board of Peace. Uno strumento di governance mondiale, privato, ma alternativo all’Onu.

Un’istituzione dalle immense ambizioni in cui la funzione di Presidente si confonde con l’ego personale del fondatore.

Questo ruolo, plenipotenziario, oscilla infatti fra il capo di Stato americano e la persona fisica… Donald Trump, il quale non ha perso occasione per rivendicare chiaramente per sé la presidenza del «Board» anche oltre la fine del suo incarico alla Casa Bianca.

Autonominato a vita, ma… a che titolo? Quello della sua sola volontà, e di chi ne è espressione, e della forza di imporla fino a reclamare d’ufficio una quota d’ingresso di un miliardo di dollari ai capi di stato invitati a partecipare in modo sottomesso.

A che fine? «Potremo fare qualunque cosa», garantisce lui.

Un perfetto esempio di come l’interesse strategico e di Stato; la gestione degli affari esteri, delle crisi mondiali, finisca col combaciare con quello, privatissimo, del clan dominante che detiene il comando. Senza più bisogno di imbarazzarsi di parventi formali. Prepotenza pura. Tanto affermata, quanto… ammessa e ormai banalmente accettata. Plebiscitata proprio nelle urne.

Dall’inizio del suo nuovo mandato il signor Trump e famigli sono riusciti così a racimolare, via differenti operazioni finanziarie, rigorosamente private, quasi due miliardi di dollari. Non sono noccioline è arricchimento personale privo di vergogna…come di sanzione. Un tributo, un dazio, pubblicamente ammesso.

«Tutto ha un prezzo, a Washington. Un appuntamento alla Casa Bianca, un perdono presidenziale, anche la politica estera è in vendita. L’amministrazione Trump appartiene già a un mondo autocratico, che opera al margine dello Stato di diritto, al solo fine di arricchirsi.»

Quello che descrive la sociologa reazionaria Anne Applebaum è una Cleptocrazia solo che, contrariamente alle apparenze non «opera ai margini» dello Stato di diritto, poiché lo Stato è ormai d’«eccezione» nella sua normalità, nel suo diritto.

Il capitalismo senza filtri. Senza scrupoli formali.

Egoista, violento, brutale e legittimato come tale.

La prova? Tutti pagano il tributo, la tassa, il dazio.

E chi paga, riconosce… di essere in debito.

Chi paga riconosce obbedienza.

Salvare il capitalismo USA dall’implosione

Nell’immediato, Trump non ha bisogno di intervenire nella costituzione formale dello Stato-Nazione.

Procede piuttosto e senza sosta allo smantellamento autoritario di ogni politica sociale, mentre abbonda in sovvenzioni, facilitazioni, defiscalizzazioni, ed altri vantaggi pubblici attribuiti agli istituti finanziari, ai grandi gruppi industriali, ai colossi e proprietari del settore agricolo e così via.

Ultraliberismo sì, ma ultrasovvenzionato!

Dirottare capitali pubblici per sostenere i profitti privati.

Nel frattempo invece The Donald scardina definitivamente le norme del diritto internazionale e l’assetto concreto del mercato mondiale globalizzato.

Esibisce la forza. Fa la guerra.

A livello geo-politico l’azione di Trump non ha nulla, se non marginalmente, del folclore fascista storico.

Uno solo l’obbiettivo: salvare il capitalismo statunitense dall’implosione.

In gioco non c’è solo la salute dell’economia USA, ma la possibilità del crollo dell’intera macchina economico-politica del capitalismo finanziario.

Quanto al fronte interno, il clan dominante possiede i mezzi e le risorse per plasmare il sistema, imponendo un divenire fascista a ogni aspetto della società.

Provocare disordini, moltiplicare le umiliazioni, sguinzagliare milizie come l’Ice, trasformato con l’iniezione di 75 miliardi di dollari in un importante corpo armato di 25 mila effettivi con licenza d’uccidere e a sangue freddo… fino a raggiungere il dipinto di un clima di guerra civile, magari anche solo figurata, ma percepita come tale via l’eco mediatico, in perfetta sincronia con l’asse strategico perseguito.

La scelta «neoliberale» di fomentare una guerra interna che sia di alta o di bassa intensità, anche solo strisciante o addirittura fittizia, obbedisce non solo ad una esigenza sistemica di repressione verso il «popolo», gli sfruttati, i proletarizzati, gli impoveriti «la classe operaia in sé», ma anche di vera e propria contro-insorgenza preventiva di fronte al pericolo di una rivolta possibile di una classe operaia, proletaria, sfruttata, precaria, ma che potrebbe pretendere d’organizzarsi «da sé» e sopratutto… «per sé».

Trasformare la paura in soluzione

«L’obiettivo attuale di Donald Trump è incutere timore negli americani affinché si sottomettano e gli obbediscano», analizza su le Monde la sociologa Arlie Hochschild. «Potenzialmente, tutte le azioni attuate negli Stati Uniti dal secondo insediamento Trump – i tagli al bilancio, i dazi, il rilascio dei sostenitori che hanno preso d’assalto il Campidoglio nel 2021, la retorica violenta che designa capri espiatori per la condanna pubblica, le umiliazioni pubbliche – devono essere interpretate come tentativi di fare della paura l’unica soluzione razionale tra la popolazione.»

Questa “disinibizione” rende possibile la distruzione del vecchio ordine morale e politico e l’instaurazione di uno nuovo.

Rimodellare tutto il meccanismo e mobilizzare non solo i mezzi militari, ma politici, giuridici e culturali per annientare i «nemici».

Due limiti concreti

La nuova fase, dopo il collasso capitalista del 2008, conduce alla guerra aperta e non solo economica, ma proprio, già, militare.

L’economia di guerra corrisponde d’altronde a l’unica prospettiva immediata per garantire ancora dei profitti. Per imporla, senza contrasti significativi, diventa essenziale la neutralizzazione radicale di qualunque forma generatrice di dissenso, di contestazione concreta, di «contropotere di massa», di possibile rivolta.

Non esiste neppure più il bisogno di delegare a un regime dichiaratamente fascista il compito di annientare ogni forma di resistenza.

L’ingranaggio Stato-Capitale ha dimostrato di essere talmente malleabile da poter direttamente incaricarsene fino a partecipare in prima persona a delle operazioni di sterminio.

Che si tratti di migranti, o che sia il genocidio del popolo palestinese, alcun bisogno di delega «fascista».

Il dispositivo attuale è di un’adattabilità tale da fronteggiare ogni evenienza.

Una polizia giuridica e giudiziaria funzionalizzata alla preservazione dell’ordinamento del mercato, abbinata ad una politica di mantenimento dell’ordine adatta alla creazione di un «diritto contro-insurrezionale» per anticipazione, al fine di rendere illegale ogni contestazione anche solo in potenza.

Allo stato attuale esistono dunque solo due limiti concreti al totalitarismo capitalista: la guerra mondiale, ossia la guerra totale, o la guerra di classe, la rivoluzione.

Dobbiamo dunque interrogarci sull’attuale evanescenza del concetto stesso di rivoluzione, sulla differenza tra rivolta e rivoluzione e tra emancipazione e rivoluzione, e sulla necessità di combinare questi diversi elementi in un’unica strategia. Rivoluzionaria.

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