C’è un caso che rischia di passare inosservato ed è quello del Liceo Minghetti di Bologna, su cui invece conviene porre la massima attenzione per chi si occupa di scuola e non. L’istituto bolognese ha infatti bloccato un corso di formazione con l’Accademia Militare di Modena rivolto al corpo studentesco, scelta in assoluta controtendenza rispetto al trend nazionale che registra un po’ ovunque l’intensificarsi della militarizzazione delle scuole.
La notizia di questo progetto aveva innescato la protesta di studenti e studentesse – organizzati con Osa – che lo scorso venerdì 27 marzo avevano scioperato. Dopo essere stati ricevuti dalla presidenza la loro istanza è stata accolta, senza che mancassero peraltro le proteste dei fascio-delatori di Azione Studentesca a cui evidentemente il fatto è bruciato e non poco. Aspettiamo di vedere se arriverà e quale sarà la risposta di Valditara, la cui idea di scuola classista e reazionaria si confà perfettamente alla militarizzazione in atto su scala europea, e non solo.
Il blocco del corso di formazione con i militari al Minghetti di Bologna è importante perché il No giovanile al Referendum ha fra le sue concause la guerra (tanto per gli effetti quotidiani che produce, quanto per il futuro catastrofico che evoca) ed è stato un risultato clamoroso ma rischia di esaurirsi in una “rabbia breve” se non trova pratiche di lotta efficaci con cui esprimersi, darsi continuità oltre che fiducia, costruire quel tessuto connettivo chiamato “Organizzazione” in una generazione cresciuta a pane e depoliticizzazione, alla ricerca di alternative.
Nei prossimi giorni sono previste assemblee giovanili e studentesche in tutta Italia sul No giovanile al Referendum dal titolo emblematico di “Nessuno ci rappresenta”. Che succederebbe se i giovani che hanno bocciato il governo al Referendum si organizzassero in modo stabile? Se all’atomizzazione rispondessero unendosi, alla passività inventando nuove pratiche di lotta? Sono queste domande ambiziose ma urgenti che hanno spinto a convocare questi incontri cittadini. Che si possono e devono svolgere facendosi forza di queste vittorie, che ne possono ispirare a loro volta altre.
Nel capoluogo bolognese, alcune settimane fa, era stato il turno del Dipartimento di Filosofia dell’Università a bocciare un corso di laurea per ufficiali militari che stravolgeva il programma didattico per confarlo alle necessità di formazione strategico-militare richiesta dall’Esercito.
Si creò una grossa bufera mediatica ma ora ne sono più chiare le ragioni. Se questi casi di blocco di progetti che militarizzano la formazione infatti si moltiplicano, si creano dei precedenti di lotta utili, da spendere contro la trasformazione militarista e bellicista del “fronte interno”.
Come non solo i militanti di OSA e Cambiare Rotta ma anche gli studenti sanno, la colonizzazione della formazione da parte di scuole militari, esercito, aziende della filiera bellica e think-thank guerrafondai è oramai all’ordine del giorno.
Il fatto non è di poco conto e anzi è particolarmente insidioso, perché questi agenti non si limitano al “classico” lavoro ideologico a favore della narrazione atlantista intrinsecamente guerrafondaia, ma vengono a sponsorizzare la carriera militare come prospettiva di impiego stabile post-diploma.
Il tentativo evidente è quello di avvantaggiarsi della crisi di prospettive che vivono le giovani generazioni per arruolare nuova carne da macello per la guerra fomentata dall’Occidente che, altrimenti, tutti percepiscono come estranea e anzi contraria ai propri interessi.
Si tenga inoltre conto che, come rilevato all’assemblea internazionale del 21 marzo a Milano della Campagna giovanile “We Do Not Enlist – War on War!”, il ritorno della leva militare in Europa non sta riscuotendo particolare successo o entusiasmo fra le giovani generazioni, tutt’altro. Ne consegue allora le classi dirigenti continentali faranno di tutto per suscitare favore attorno a questo progetto, giocando anche sporco se serve, con il ricatto economico. Verso la data di mobilitazione giovanile e internazionale dell’8 maggio indetta dalla compagna sarà allora opportuno sviluppare ulteriormente ragioni e pratiche della lotta giovanile contro la militarizzazione, come fatto bene dai compagni al Mighetti di Bologna.
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Marco Fiorentini
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