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Siamo noi, la collettività, a creare i nostri tiranni

Quando il popolo si consegna al “padrone” e chiama sicurezza la propria servitù.

Derubricare figure quali Donald Trump, Benjamin Netanyahu, o i multiformi e cangianti leader del populismo europeo contemporaneo a grottesche nemesi hollywoodiane del “male”, rigorosamente contrapposte a un presunto bene incarnato da un “popolo”, puro e incontaminato, impone una seducente, ma fatale, inerzia intellettuale.

Questa narrativa, propalata a spron battuto da ogni “fazione” politica che si ritiene l’unica intelligente, l’unica foriera di valori, è ampiamente diffusa nel dibattito pubblico e mediatico e proietta i leader autoritari come scorie aliene, incidenti di percorso piombati all’improvviso dal cielo per guastare un ecosistema democratico che, fino a un attimo prima, si credeva perfettamente sano e funzionale.

Simile lettura, tuttavia, rasenta l’idiozia civile e tradisce un profondo analfabetismo strutturale. Essa costituisce una lusinga psicologica e retorica atta, primariamente, ad amnistiare il vero soggetto storico che andrebbe trascinato senza sconti sul banco degli imputati, assieme ai leader: la collettività stessa.

Il despota, il capo “criminale” e barbaro, l’indifferente, l’oligarca, non è mai un’anomalia del sistema, né una deviazione imprevedibile della storia; egli si palesa inesorabilmente quale esito matematico di un lungo, sedimentato e metodico assenso sociale.

Le istituzioni governative e le sovrastrutture economiche hanno lungamente e sapientemente preparato il suolo su cui germina simile violenza politica e istituzionale.

I mezzi di comunicazione di massa, oggi radicalmente trasmutati in ecosistemi algoritmici, lavorano all’unisono per addomesticare le parole del sopruso, anestetizzando la percezione pubblica e abituando la mente all’inaccettabile.

L’efferatezza assurge a prassi neutra, a mera procedura amministrativa, nel momento esatto in cui gli apparati burocratici dello Stato la tramutano in una direttiva ben calcolata e legalmente inattaccabile. Il terreno di preparazione è lungo.

In Italia il G8 di Genova nel 2001 ci aveva già fornito i dati della direzione violenta, prima nazionale e poi globale.

Oggi Israele agisce da nazione genocida supportata da un tacito patto di sangue con i propri cittadini. Le bombe sganciate a Gaza e i raid aerei nel sud del Libano trovano il loro carburante in una volontà profondamente condivisa. Oltre novemila palestinesi marciscono nelle carceri israeliane mentre le bombe nel sud del Libano si fermano per soli dieci giorni.

Questo intervallo, imposto da Washington, Benjamin Netanyahu lo accetta con stizza. Egli continua a sognare l’occupazione permanente dei territori oltre il fiume Litani. Prima del silenzio forzato delle armi, i caccia hanno colpito il ponte di Qasmieh per isolare i civili e i bulldozer hanno spianato interi centri abitati.

Questa ferocia scaturisce dal basso. Risponde alla volontà di un popolo che baratta la propria integrità per una repressione percepita come salvifica. Concentrare lo sdegno esclusivamente sul vertice della piramide garantisce una comoda via di fuga morale. La tendenza collettiva punta ad autoassolversi occultando la complicità dei molti.

Negli Stati Uniti Donald Trump proclama vinta una guerra contro l’Iran che la realtà rifiuta di confermare. Definisce ragionevole il nuovo corso di Teheran guidato da Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader da lui assassinato.

Le folle americane accettano questa distorsione finché non aumenta la benzina. In Europa il collasso energetico sembra accolto come nella prima fase del lutto: negandolo. Tanto, noi che possiamo fare? E mentre il presidente mette blocchi navali nello Stretto di Hormuz già bloccato, l’impero americano resta privo di egemonia, ridotto a pura forza bruta sostenuta da una massa che cede la propria agenzia politica all’oppressore, ovvero a se stesso.

In Europa la caduta di Viktor Orbán dopo sedici anni di potere viene salutata come un evento isolato. Si preferisce ignorare che la spinta autoritaria rimane intatta nelle viscere delle popolazioni, pronta a manifestarsi nel successo di partiti come l’AfD in Germania.

Giorgia Meloni si muove in un perenne equilibrismo, sospendendo accordi militari con Israele ma subendo gli attacchi di Washington mentre il suo governo sforna DDL che diventano DL a profusione per reprimere lo stesso popolo che vuole più sicurezza a costo di chiudersi in casa e buttare la chiave. Il comando oppressivo risponde a un radicato bisogno sociale di sottomissione.

La tendenza è quella di autoassolversi con indignazione performativa, occultando la complicità del basso, la connivenza silente e l’attiva partecipazione delle masse. Esiste, al contrario, un lavorio collettivo, incessante e pervasivo, che crea i propri tiranni.

Le comunità nutrono questa genesi spinte da uno zelo dettato dal panico, dalla precarietà esistenziale (accettata supinamente) e dal calcolo del tornaconto personale. I popoli barattano volentieri le proprie garanzie umane, civili e costituzionali pur di ottenere in cambio una repressione che percepiscono, illusoriamente, come salvifica. Emerge, nelle pieghe del tessuto sociale in crisi, una pulsione feroce verso la delega punitiva: il comando oppressivo non è quasi mai un’imposizione esterna, ma risponde a un radicato e inconfessabile bisogno sociale di sottomissione.

I vertici del comando fioriscono rigogliosi laddove la moltitudine decide deliberatamente di specchiarsi nel tiranno, riconoscendo in lui l’esecutore materiale delle proprie pulsioni inibite. La massa cede il proprio vocabolario, la propria complessità cognitiva e la propria agenzia politica all’oppressore, fabbricando attivamente le giustificazioni logiche, etiche e giuridiche necessarie a garantirne l’ascesa incontrastata.

Una collettività compie un atto di suprema miseria morale qualora si proclami estranea, sorpresa o vittima del padrone che ha appena incoronato con il proprio consenso (attivo o passivo che sia). La connivenza viene camuffata come se l’ascesa di un’intera “classe dirigente” fosse una mera sciagura imprevedibile.

In realtà l’analisi sociologica dimostra che quello strano accidente temporale rappresenta, al contrario, l’esito logico e implacabile di una pulsione diffusa. Gli appetiti di dominio trovano una forma visibile e un corrispettivo istituzionale solo e unicamente grazie a una viltà profondamente condivisa.

L’equilibrio geopolitico rifugge le banali rassicurazioni del cinema commerciale; manca del tutto lo scontro epico tra il singolo individuo spietato e la folla innocente. Le macchine di potere amalgamano gli interessi materiali alle funzioni burocratiche fino a forgiare l’autorità suprema, e quest’ultima agisce da puro e semplice catalizzatore per passioni latenti, istinti gregari e violenze già pienamente mature nel grembo sociale.

* da Facebook

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