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Breve viaggio senza navigatore nelle discariche sociali

Precipitare in un burrone è evento possibile in ogni esistenza. Pozzi neri, di origine e profondità diverse, ma che pongono l’individuo dentro meccanismi di reclusione o auto reclusione.

Trauma fatto, subito, persino inventato, disfunzionalità, malattie invalidanti, incidenti, dipendenze, sofferenze oscure, reclusioni amministrative, psichiatriche o penali…: le patrie galere hanno nomi e dinamiche diverse, ma tutte inchiodano ad una intermittenza dell’esistere che contagia ogni ambito identitario.

Tutte che creano un alone di vergogna attorno alla caduta, anche quando questa è causata da casualità o dalla cattiveria e imperizia altrui. Il caso delle donne vittime di violenza è quello più lampante: “se l’è cercata”, che sintetizza una forma vile di difesa della collettività davanti all’orrore.

Questo tentativo di analisi di questi mondi, dunque, non si concentra sul fatto, in questo caso lo stupro, ma su quello che avviene dopo e che determina fragilità, più o meno croniche. Anche la povertà innesca meccanismi dopanti di fragilità che poco o nulla hanno a che fare con “l’assenza di mezzi di sussistenza” e che scantonano nei labirinti di una alienazione che la trasforma in malattia contagiosa, da colpevolizzare, isolare, cronicizzare.

Se ne esce, se ne può uscire, ma lo sforzo per farlo causa ulteriori ferite, debolezze, fisiologiche convalescenze: anche gli atleti, dopo un infortunio, hanno bisogno di trovare nuovamente un “ritmo”. Scassati, bisognosi esattamente di quella tenerezza che, invece, viene negata, perché “peccatori” o percepiti tali persino nei propri ambiti di appartenenza.

L’isolamento, l’assenza di prospettive possibili, l’incapacità di immaginarsi diversi da quello che si è, dunque, diventano più invalidanti del trauma invalidante stesso, perché sottraggono forza, esattamente come se ad un atleta infortunato si chiedesse di rientrare in campo con un piede ingessato o non rientrarci mai più.

Così molti reduci dei pozzi neri della contemporaneità finiscono in un limbo di vita non vita, di vita quasi vita, nel quale rimangono a bagnomaria per l’eternità. Il trauma, fatto o subito, diventa specchio maligno che cancella le declinazioni dei tempi, frantumando passato e futuro in un monco presente.

Ingrossando le fila delle discariche sociali delle marginalità, dove l’elemento economico è centrale, certo, ma non necessariamente l’unico parametro con il quale misurare il fenomeno del Rifiuto Umano non riciclabile. Molti clochard, ad esempio, non sono poveri, così come molte vittime di violenza finiscono nei calvari delle dipendenze.

Il meccanismo principe per reggere dentro queste carcerazioni universali è cancellare, progressivamente, ogni elemento umano e ulcerarsi in un day by day che, nella scomposizione in 24 ore del proprio destino, finisce per renderlo orribile ma digeribile.

Costretta come dita dei piedi” la definiva Guccini in “Canzone quasi d’amore” e non è un caso che una delle definizioni di schiavitù è “essere con piedi umani”. Nell’educazione premiale dei cani si utilizza il biscottino non in chiave di comprensione, ma in quella della ripetitività meccanica del gesto, azzerando ogni capacità dell’animale di intendere e volere. La stessa bidimensionalità, appunto, che rende l’Uomo gorilla ammaestrato.

La bidimensionalità delle discariche sociali, per poter manifestare il potere senza un uso eccessivo della violenza, deve essere imposta attraverso una torsione lenta e progressiva di annientamento. Si richiede, quindi, al marginale uno scivolamento identitario atto a cancellarne gusti, altezze, particolarità e persino bassezza: si diventa manichini storpi, pronti ad ingozzarsi delle vaschette sintetiche dei take away della bontà, esattamente come cani affamati delle solite e tristissime crocchette.

La decomposizione umana, quindi, si accompagna ad una decomposizione narrativa di sé, dove si finisce per non sapere più se si preferisce il caffè amaro o zuccherato. Ed è esattamente quello il momento in cui il bisogno prende il sopravvento su tutto e l’individuo scompare lentamente in uno dei tanti lasciarsi andare alla deriva, compresi i cartoni sporchi di piscio delle nostre stazioni.

Non si diventa in un giorno carcasse umane, ma nel lento ripetersi di giorni di nulla, di ore vuote, di preghiere non esaudite. L’idea di casa, le declinazioni di idea di casa, nei lager delle oligarchie finanziarie devono essere cancellate, perché è sull’ultimo centimetro di Dignità che si può innescare la Lotta per restare Umani.

Il PIL del dolore nutre di consensi e prebende eserciti di santi che, dietro “il facciamo quello che possiamo”, si trasformano in pie carogne che accompagnano gli Ultimi al patibolo e i Penultimi a diventare Ultimi, in una catena che esclude il concetto di Redenzione, proprio perché cancella l’Identità e trasforma l’Uomo in cosa.

I migranti, ad esempio, finiscono per essere emotivamente apolidi: stranieri da noi e stranieri a casa loro. La lingua, la lingua madre si cancella, si affievolisce nelle sue sfumature, ma non viene sostituita in molti dalla nostra. Diventa, appunto, una lingua bidimensionale, come quella del biscottino premiale, capace di descrivere solo bisogni e mai sogni: una clandestinità post-fisica. Solo da morti, se si possiede il proprio cadavere, ci si riappropria di una narrazione di sé.

La Redenzione, qualsiasi forma abbia, è sempre un fenomeno legato alla narrazione e quindi alle parole. Si crede in un Dio e da questo si trae forza. Si inciampa in un sorriso storto che diventa casa possibile e si costruisce una diversa narrazione che, da illusione, diventa ripartenza.

Insomma l’amore, il quasi amore e il diversamente amore sono alla base di ogni convalescenza riuscita ma, al tempo stesso, ogni amore si coniuga attraverso parole che possono creare rete e rompere le catene dell’isolamento o dell’auto isolamento. Altrimenti si rimane sull’orlo del pozzo dal quale si è usciti e, con molte probabilità, di rifinirci dentro. Un dentro e fuori che scatena ergastoli latenti non sanciti da sentenza, vero, ma altrettanto definitivi.

Mandela sosteneva che lui non perdeva mai: “o vinco o imparo”. Le cadute possono anche essere delle opportunità di conoscenza, a patto però di non cadere nelle sabbie mobili delle cronicizzazioni, simboleggiate egregiamente dalla farmacologia contenitiva che, cancellando il dolore, cancella anche la vita: l’abuso di massa che se ne fa nelle carceri sintetizza i meccanismi di sottrazione di Umanità in cambio di una pace chimica e invalidante.

Del resto è lo stesso ingranaggio che produce le tossico dipendenze e le tante tossicità che squagliano l’individuo riducendolo a quello che fa o che si fa. Un dopato non si narra più e, conseguenzialmente, cancella l’idea di redenzione che è sempre e comunque operazione di fantasia, come una start up individualissima.

Ma, appunto, una start up ottiene dal credito e dalla fiducia il proprio successo e, questa società, non concede facilmente seconde chance a chi è caduto. Così si trasforma un fallimento in un fallito, una gara persa in una retrocessione, un quarto d’ora da coglione, in un fine pena mai. Dalle discariche sociali non se ne esce facilmente.

C. è una donna meravigliosa, ha una stabilità economica, una famiglia, un impegno sociale e tanto altro. Dieci anni fa, nel buio di una cella, tremante e fatta ha deciso di darsi una chance, una risalita lenta e piena di insidie ma che parte proprio dalle parole che si è detta dentro quel buio: si è narrata unaltra possibile sé stessa e, da quel racconto, è iniziata la sua uscita dalla dipendenza e dalla criminalità.

Gli ho chiesto decine di volte di rivelarmi quelle parole che si è sussurrata tra la puzza del vomito e il bagnaticcio delle lenzuola pisciate, ma niente: forse è inutile oppure sono talmente misteriose da essere incomprensibili. Fatto sta che hanno funzionato e, a vedere oggi quella donna, è difficile non rimanere turbati dalla sua fresca, pulita e luminosa bellezza.

Le narrazioni di ogni buio sono improvvise, spiragli di luce in lontananza, ma è esattamente la riscoperta di sé stessi che nei lager delle marginalità diventa difficile, soffocata dal rumore sordo del silenzio degli altri, che siano le comunità di appartenenza o le pigrizie del welfare. Così la pasticca, come simbolo di auto annientamento, fa digerire una vita non dura per la condizione in sé, ma per l’ assenza di immaginazione dell’immaginarsi diverso da sé.

I suicidi in carcere sono la prova di una esasperazione non data solo dalla durezza della detenzione, ma dalla autoreclusione nella propria fragilità che non prevede vie d’uscita: due degradi, esterno/interno, che si sovrappongono, fino a schiacciare.

Ma la pasticca, nel suo essere strumento supremo di camicia di forza, diventa simbolo di tanti altri strumenti ossessivi per spappolare l’uomo e trasformarlo in merce da utilizzare e poi inviare a discarica. Che cosa è la droga dello stupro se non una cancellazione di identità?

Cancellare identità, quindi, è strumento principe dello stupro del liberal fascismo per raggiungere quel grado di torsione che trasforma ogni carcerato in carceriere di sé stesso, pronto a recitare un copione non scritto da lui, in cambio della pasticca miracolosa o della vaschetta di cibo sintetico. La permanenza sul pianeta attraverso una mortificante sopravvivenza che, proprio perché fatta da niente, porta ad isolamento totalizzante, perché esclusi sia dai riti consumistici della socialità, che da quelli seduttivi dei coiti a cottimo delle seduzioni borghesi.

Ma l’amore, quando è azione, vince su tutto, perché disarma contro sé stessi. Nelle trincee di questa Guerra Mondiale a rate arriveremo a smettere di contare i morti ma, ed è esattamente questo il disegno delle massonerie oligarchiche, smetteremo anche di contarci. Lasciando a terra chi cade, tollerando l’immenso serbatoio di anime perse nelle mattanze del turbo capitalismo, nel tranello eterno del “meglio a te che a me” che, finirà per travolgere tutti in una società psicofatta.

Autonominiamoci delegati di uno SchiaviMAI che coniughi il Comunismo ad un senso intimo di appartenenza “quasi d’amore” alla vita, perché a tutti gli altri si chiederà, in cambio di una mozzicata agiatezza, di diventare pecore indifferenti: la castrazione definitiva della Umanità. 

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