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Il fascismo che c’è

Passato il 25 aprile, Festa che mantiene la memoria di chi ha vinto contro la barbarie, abbiamo di nuovo constatato “il fascismo che c’è”, come, già dal 1962, rammentava, Franco Fortini alla fine del film di Lino Miccichè, Lino Del Fra e Cecilia Mangini, “All’armi siam fascisti!

Anche se sconfitto politicamente dalla storia alle nostre spalle, il fascismo non è un nome o il colore di una camicia, ma la necessità del sistema di capitale che fa dire a Luciano Canfora nel suo libro “Il fascismo non è mai morto”, che è come un virus, che muta in forme diverse adattandosi a sopravvivere. Sebbene avessimo sviluppato qualche anticorpo in più in 81 anni di storia dal 1945, la pandemia fascista sembra potersi riaffacciare in forme sempre più variegate.

Ciò significa che quell’embrione di fascismo storico che è certamente scomparso, era però inadeguato ad estrinsecare completamente la sua funzionalità finché ne restasse attiva la causa, quella che l’ha prodotto, e che ora invece può espandersi in tutta la sua realizzazione nell’universalità del mercato mondiale in evidente, duratura crisi.

I conflitti strutturali a questo sistema, che richiedono la gestione generalizzata della forma fascista, cioè la sovrastruttura politico-istituzionale, sono sostanzialmente due: quello tra capitali, al momento belligeranti in modo palese, e quello meno evidente nei confronti del lavoro, di cui viviamo però la continuità antagonista con tratti diversi, dai bassi salari, alle limitazioni del diritto di sciopero, ai morti sul lavoro, al respingimento della migrazione umana, ecc.

Prendiamo però inizio da una realtà di tutti i giorni, scegliamo un fatto di cronaca del 24 aprile scorso, un giovane lavoratore indiano Paul Neeraj è morto a 32 anni all’ospedale di Salerno per un ricovero altamente tardivo, date infezioni terribili dovute a esposizione diretta o meno, con sostanze chimiche corrosive.

Emarginazione, incuria e agonia di settimane sono evidenziate dalla cancrena alle gambe e dal versamento pleurico da inalazioni nocive. Lavorava nella Piana del Sele, dove lavorano circa 12.000 immigrati multietnici tra serre e allevamenti, senza pause né ferie, nella precarietà abitativa e lavorativa, remunerazione fatiscente di 30 o 40 euro per 24 ore giornaliere, dove la sicurezza non si sa cosa sia e nemmeno quanti morti si susseguano nel silenzio istituzionale.

Nell’ultimo anno e mezzo sembra ci siano stati almeno altri 6 morti, da cui non bisogna avere ripercussioni legali, né contezza di lavoro nero o caporalato, ma nemmeno della disumanizzazione da naturalizzare.

A livello giornalistico mainstream, si calcolano oggi sul piano nazionale almeno due morti al giorno per lavoro, in aumento rispetto allo scorso anno (Dai dati Inail risultano 792 decessi più 293 vittime in itinere nel 2025, nei primi 2 mesi 2026 102 decessi per difetto, oltre 1000 l’anno, con 3 al giorno di media.).

Intanto questo nostro governo fascistoide ha varato il settimo, pare, decreto sicurezza per i benestanti timorosi dei diversi, siano teenager apprendisti criminali o immigrati, in modo da oscurare con l’ossessione securitaria il pericolo reale di un sistema che riversa nella produzione di armi e guerre una produzione invece di beni utili ma inadeguata all’esazione dei profitti, non interessati alla vita di una popolazione mondiale sempre più a rischio.

Incolpare la mancanza di una politica industriale della guerra al lavoro, come anche ultimamente è stato denunciato dalla CGIL dell’industria, è come parlare di quella mezza verità che somiglia al falso. Le crisi ad ampio raggio nei vari settori non sono che la partizione ovvia della crisi da sovrapproduzione o dell’accumulazione, come la si voglia denominare, di cui però non si deve parlare per non svelare i veri motivi dei conflitti su cui incanalare efficaci obiettivi di lotta e magari di iniziale superamento del sistema.

Ritornando al tema lavoro, mentre a Milano l’attacco ai lavoratori più poveri chiamati immigrati prova a costituirsi in “Comitato di Remigrazione e Riconquista” (termine che riecheggia la Reconquista della colonizzazione e cristianizzazione dei re cattolici Ferdinando e Isabella di Spagna, processo durato circa 750 anni e conclusosi nel 1492 contro ebrei e musulmani), questo “fascismo che c’è” punta nuovamente contro la falsa islamizzazione della “Fortezza Europa” da difendere, rovesciando così la vera aggressione imperialistica dei capitali europei alle risorse dei paesi ridotti alla sudditanza impoverita.

La guerra al lavoro non deve far risuonare armi rumorose, è condotto nella sordina dei licenziamenti, delle dislocazioni produttive che privilegiano il dumping salariale con vantaggi competitivi fuori legalità per abbassare il costo del lavoro, creazioni del cosiddetto “lavoro povero” contro cui ipocritamente si afferma di voler combattere, del contrasto ai cosiddetti contratti pirata che invece testimoniano la frammentazione dei lavoratori, che finalmente non riescano più a riconoscersi come classe, e cioè individui che incarnano, nella produzione di valore e plusvalore, modi di esistenza delle forze produttive di questo sistema nel loro sviluppo, compreso anche l’ultimo prodotto dell’IA.

La guerra al lavoro si ammanta così comodamente di irresponsabilità rispetto agli incidenti e morti sul lavoro nell’appellare tuttora “morti bianche” i caduti per risparmio dei costi sulla tutela e sicurezza dei lavoratori, nella certezza di non perdere profitti nella pronta e disponibile sostituzione delle maestranze.

Non deve trarre in inganno il positivo esito referendario da noi o la sconfitta elettorale di un Orbàn in Europa, facilmente da rimpiazzare. “Il fascismo che c’è” lavora nell’ombra di un aggiotaggio o insider training sempre capace di rigenerare alla grande la finanza transnazionale, e di sottrarre capacità di lotta alle popolazioni cui è preclusa l’individuazione del nemico che conta.

Solo negli Usa, da alcuni definiti depositari di un oltre-fascismo, l’IA accelera la sostituzione lavorativa di esseri umani con robot, in cui la disoccupazione indotta viene definita con “superfluità” conseguita. Qualche dato per dare l’entità del problema: più di 30.000 licenziati a livello mondiale, altri già previsti.

Amazon 16.000, Block 10.000, Meta 2.000, Google 12.000 nel 2023, ecc. giustificati dall’eccessivo aumento del costo di materiali necessari alla costruzione dei data center quali cemento, acciaio, batterie al litio, rame, alluminio, terre rare, ecc.

Dazi, incremento energetico e sprechi d’ogni genere danno alla direttrice del FMI, Kristalina Georgieva, la possibilità di prevedere una perdita di almeno il 40% di posti di lavoro al mondo e il 60% nei paesi più avanzati, dove più sviluppato è il terziario. Anche se la creazione di nuovi ruoli permetterà nuove assunzioni, queste saranno inferiori alle dimensioni dei licenziamenti.

Anche in Cina alcune fabbriche sono completamente robotizzate e ciò significa che il progresso tecnologico produce ovunque gli stessi risultati, di sempre bisognerebbe dire, cioè all’ingresso di nuove macchine l’espulsione degli umani è la contraddizione che il capitalismo non può eliminare, risparmio dei costi ma fine dell’appropriazione di plusvalore, cioè la quota gratuita del lavoro erogato.

Seppure non la chiamassimo più IA ma “software di plagio” come suggerisce Noam Chomsky, questa tecnologia applicata al lavoro, in tutte le sue differenti modalità, incarna abilità e competenze umane svuotate e appropriate dal capitale, realizzando continuamente una perdita di potere da parte di chi vive della vendita della propria capacità lavorativa.

Inoltre, l’acquisizione capitalistica di tutto il sapere sociale specifico non l’abilita a una superiorità ideativa oltre il misero obiettivo del profitto, nel senso che l’IA riassume, adatta formulazioni già pensate, copia, glissa, accosta, giustappone ma non pensa, non crea, rimesta solo in un già noto di cui non conosce l’origine, la fonte, e che quindi non può riproporre nell’originalità originaria di ciò che è diventato conosciuto.

Da noi l’atteso decreto lavoro del solito 1° Maggio, ci ha fatto ravvisare anche in questo quel bisogno di fascismo che serpeggia quasi ovunque nel nostro tempo, quel bisogno di sfruttare il lavoro altrui sempre più in forme estreme, “selvagge” si sarebbe tentati di dire come tanti, mentre invece le forme sono solo modernamente ridenominate, quali ad esempio “il giusto salario” (rinverdito dalla “giusta mercede” della dottrina sociale della Chiesa di Leone XIII, della Rerum Novarum del 1891, quasi un omaggio a Leone XIV a lui ispirato per il nome!), o altrimenti, tecnologicamente dernier cri, ultimo grido se ci si riferisse all’uso dell’IA, ma di questo almeno qui non c’è parola.

Infine, mentre noi aspettiamo il 1° maggio, festa dei lavoratori, Meloni accanto alle ministre Calderoni e Roccella ha presentato ieri il decreto lavoro con le “misure concrete, senza propaganda”, come ha annunciato nella Conferenza stampa a Palazzo Chigi. Non si tratta ora di predire il futuro come nel bel film di René Clair del 1944 “Accadde domani” candidato a 2 premi Oscar, ma di temere il passato o meglio il presente.

L’attenzione al lavoro femminile, nel decreto, è solo negli sgravi fiscali per i datori di lavoro che assumono donne; evidentemente l’inverno demografico non preoccupa più di tanto e soprattutto non si considerano gli squilibri regionali penalizzanti che potrebbero addirittura aggravarsi, ma evidentemente scongiurati dalla sola bella presenza della ministra della Famiglia e della Natalità.

Sembra, poi, che verranno stanziati 934 milioni per 4 milioni di lavoratori, ma non appare la retroattività della norma sugli aumenti stabiliti dai rinnovi contrattuali, dato che l’Istat dichiara che le retribuzioni contrattuali hanno perso il 7,8% dal 2021. L’aumento in busta paga del 30% dell’inflazione, dopo 12 mesi dalla scadenza del contratto nazionale per ogni categoria, dovrà poi esser commisurato all’effettiva capacità d’acquisto salariale in base ai probabili rialzi dei prezzi di una crescita del Pil fisso allo 0 virgola.

Più precisamente, a fronte di un’inflazione programmata dell’1,7%, molto più bassa di quella reale, per uno stipendio lordo di 2.000 euro mensili, si avrebbe una perdita di potere d’acquisto di 340 euro e un recupero di poco più di 100 euro. Il rinnovo dei contratti, e la contrattazione nazionale che consentirebbe un adeguamento salariale meno beffardo, non è in quest’agenda.

Altri calcoli e osservazioni andranno fatti, ma le previsioni attuali ci mostrano, anche senza il vecchio archivista di René Clair che ci dà le notizie del giorno dopo, che le remunerazioni a chi è sotto o sopra di questo giusto salario non alzeranno nessun tetto retributivo propagandato, e che la guerra al lavoro seguirà la falsariga dell’austerità collaudata secondo l’internazionalizzazione dell’impoverimento mascherato. Siamo abituati ad aspettare!

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