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Non è “campo largo”, è riciclo politico

Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.

In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.

Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.

Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.

Non era una questione di orgoglio identitario. Era un giudizio politico preciso: quel blocco non rappresentava un’alternativa, ma una parte del problema. E allora la domanda è inevitabile: cosa è cambiato? Non viene detto. Non viene dimostrato. Non viene spiegato. Non è cambiato il rapporto con l’Unione Europea, non è cambiata la collocazione nella NATO, non è cambiato il modello economico. È cambiato il linguaggio, forse l’immagine. Ma non la sostanza.

E qui sta il nodo politico decisivo: se ti allei con chi ha fatto politiche che hanno impoverito, precarizzato e disilluso le classi popolari, non stai costruendo un’alternativa alla destra. Stai riproducendo le condizioni che la fanno crescere. È questo il meccanismo che il documento rimuove.

La destra non cresce perché è semplicemente più forte o più cattiva. Cresce perché milioni di persone non trovano più rappresentanza, perché hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali, perché hanno perso fiducia in chi avrebbe dovuto difenderle. E questo processo è stato alimentato anche dalle politiche del centrosinistra.

Allora la verità è molto più semplice di come viene raccontata: allearsi con il PD per battere la destra significa, nella sostanza, fare il gioco della destra. Perché significa riproporre politiche che non risolvono i problemi sociali, deludere di nuovo chi cerca un’alternativa reale e lasciare spazio alla destra per presentarsi, ancora una volta, come unica opposizione credibile. È un ciclo già visto.

E ogni volta finisce nello stesso modo. Il documento prova a nascondere questo problema dietro la “sommatoria”: uniamo tutti e vinciamo. Ma la politica non funziona così. Quando metti insieme forze incompatibili, il risultato non è la sintesi più avanzata. È il compromesso più basso. E in quel compromesso spariscono proprio le politiche che servirebbero a invertire la rotta. E infatti il punto più rivelatore è un altro: si dice che senza questa apertura il partito rischia la marginalità.

Qui cade ogni ambiguità. La linea non viene più definita in base a ciò che serve alle classi popolari, ma in base a ciò che permette di stare dentro una coalizione. Non è più politica. È adattamento.

Ma è sul piano internazionale che la contraddizione diventa ancora più evidente. Il documento denuncia la guerra, la NATO, il riarmo europeo, il genocidio a Gaza. E poi propone di convergere con un blocco politico che su questi temi non rompe davvero.

Sul riarmo, il PD non ha assunto una posizione di rottura, ma di gestione. Non mette in discussione il quadro europeo e atlantico, lo amministra. Sulla Palestina, alza i toni solo quando il disastro è già evidente, senza mettere in discussione seriamente il sistema politico che ha reso possibile il sostegno a Israele. Su Cuba, resta dentro una cultura politica europea che continua a trattare l’isola come un problema da normalizzare, non come un paese sotto attacco. E allora la domanda è inevitabile: come si può costruire una linea antimperialista dentro una coalizione che non rompe con l’imperialismo? La risposta è semplice: non si può.

E infatti il risultato è quello che si vede nel documento: analisi radicale, soluzione moderata. Si denuncia il sistema, ma si propone di allearsi con chi lo gestisce. Ed è qui che il documento mostra fino in fondo il suo limite più grave: non vede — o finge di non vedere — cosa sta succedendo realmente nel paese. Perché il problema non è solo che la destra cresce.

Il problema è che milioni di persone non si riconoscono più in nessuno dei due poli. Il voto referendario, che il documento prova a leggere come spinta verso una convergenza elettorale contro la destra, in realtà dice un’altra cosa: dice che esiste un malessere sociale profondo, una stanchezza diffusa, una rottura di fiducia che riguarda tanto la destra quanto il centrosinistra. Non è un mandato al “fronte largo”.

È un segnale di sfiducia generale. È il prodotto di anni in cui la destra ha peggiorato le condizioni materiali e il centrosinistra non ha saputo rappresentare un’alternativa. E allora il punto diventa ancora più chiaro. Se rispondi a questa crisi proponendo di tornare dentro lo stesso schema politico che ha prodotto quella disillusione, non stai ricostruendo un rapporto con il popolo. Lo stai abbandonando di nuovo. Perché chi oggi non vota, chi si astiene, chi non si riconosce più, non chiede una coalizione più larga. Chiede una rottura vera.

E quella rottura non può nascere dentro una sommatoria elettorale con chi ha già governato senza rappresentarlo. Per questo il documento di Acerbo non è solo sbagliato. È pericoloso. Perché ripropone una strada che porta sempre allo stesso risultato: prima si delude, poi si perde, e alla fine si consegna di nuovo il paese alla destra. E questa volta con un’aggravante: si fa mentre si sa già come va a finire. Non è un fronte contro la destra. È la sua migliore assicurazione per il futuro.

* Cuba Mambi, gruppo di azione internazionalista

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1 Commento


  • Cenci graziellacenci.grazie

    condivido punto per Punto ho letto ciò che penso,ma che forse non sono riuscita D esprimere CV on altrettanta chiarezza

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