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Israele è un esperimento coloniale fallito. Da chiudere

Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il più costoso, in denaro e in vite umane, un accanimento terapeutico che può solo finire peggio. L’esperimento è fallito, lo vediamo tutti. Resterebbe da redigere il resoconto.

Che si trattasse di un’impresa coloniale lo sapevano per primi i fondatori, i quali parlavano la lingua del loro tempo senza alcun imbarazzo. Herzl, nel 1896, prometteva alle potenze europee “un avamposto di civiltà contro la barbarie“, e nel 1902 scriveva a Cecil Rhodes, il colonizzatore della Rhodesia, invitandolo a riconoscere nel progetto sionista “qualcosa di coloniale“.

Jabotinsky, nel 1923, ammise con una franchezza che oggi nessun portavoce si concederebbe, come la colonizzazione potesse procedere soltanto dietro un “muro di ferro” di baionette, poiché sapeva bene storicamente, che nessuna popolazione indigena ha mai acconsentito di buon grado alla propria sostituzione etnica.

La dichiarazione Balfour, nel 1917, fu l’atto con cui un impero dispose di una terra altrui in favore di un movimento nato in Europa, riservando agli abitanti, allora il novanta per cento della popolazione, la qualifica sprezzante di “comunità non ebraiche esistenti“. Il vocabolario dell’esperimento era completo prima ancora che l’esperimento cominciasse.

Poi iniziarono ad arrivarono i dati, subito dopo l’Olocausto. Nel 1948 circa settecentocinquantamila palestinesi furono espulsi, trucidati o costretti alla fuga, mentre oltre cinquecento villaggi venivano rasi al suolo o svuotati. A quella catastrofe, la Nakba, gli storici israeliani della nuova generazione, da Benny Morris a Ilan Pappé, hanno dedicato archivi interi, attingendo ai documenti militari del loro stesso paese.

La risoluzione 194 delle Nazioni Unite, dicembre 1948, sancì il diritto dei profughi al ritorno, e attende applicazione da settantotto anni. Nel 1967 la 242 ordinò il ritiro dai territori appena occupati. Gerusalemme fu annessa in spregio alla 478, che dichiarava nullo quell’atto, e gli insediamenti, bollati dalla 2334 come violazione flagrante del diritto internazionale, sono più che raddoppiati, fino a superare i settecentomila coloni in Cisgiordania.

Lo Stato Israeliano ha accumulato decine di risoluzioni inevase del Consiglio di sicurezza, e centinaia dell’Assemblea generale, nonché le domande sull’atomica a cui ha sempre rifiutato di rispondere. Va da sé il risultato sulla propria compatibilità con l’ordine giuridico che pretendeva di incarnare.

Le guerre hanno scandito questa storia come il sintomo ricorrente di una malattia costitutiva. Suez nel 1956, poi il giugno del 1967, che consegnò a Israele la Cisgiordania e Gaza insieme al Golan siriano e inaugurò l’occupazione militare più lunga dell’età contemporanea.

Il Libano invaso nel 1982 costò circa ventimila vite e lasciò i nomi di Sabra e Chatila negli atti di una commissione israeliana che giudicò il proprio ministro della difesa personalmente responsabile di non aver impedito il massacro. Le due intifade furono soffocate nel sangue.

Gaza, posta sotto assedio dal 2007, divenne il poligono di campagne militari prolungate e devastanti con decine di migliaia di morti, dove ogni resistenza anticoloniale fu chiamata “terrorismo”, finché l’ottobre del 2023 aprì il precipizio.

Sulla natura del regime si sono pronunciati gli osservatori meno sospettabili di pregiudizio. B’Tselem, la maggiore organizzazione israeliana per i diritti umani, lo ha definito nel 2021 “un regime di supremazia ebraica dal fiume al mare“.

Human Rights Watch e Amnesty International sono giunte alla stessa qualificazione giuridica, apartheid, e nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che l’occupazione è illegale nella sua interezza e che le politiche israeliane violano l’articolo 3 della Convenzione contro la discriminazione razziale, l’articolo che proibisce la segregazione e l’apartheid.

La legge fondamentale del 2018 aveva del resto messo per iscritto ciò che la prassi esercitava da decenni, riservando il diritto all’autodeterminazione “unicamente al popolo ebraico“.

Il suprematismo vi figura con rango costituzionale, mentre il messianismo armato siede al governo, con ministri che amministrano la Cisgiordania come una promessa biblica da riscuotere e un primo ministro che ha additato nel nemico la stirpe di Amalek, la citazione scritturale che ordina uno sterminio senza residui.

Da ultimo è arrivata la parola che il diritto (e gli intellettuali reticenti) custodiscono come estrema (solo perché a commetterla sono coloro che l’hanno anche subita). Dal gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia riconosce un rischio plausibile di genocidio a Gaza e ha imposto misure provvisorie rimaste lettera morta, mentre la Corte penale internazionale ha spiccato mandati d’arresto per il primo ministro israeliano e per il suo ex ministro della difesa.

Il ministero della sanità di Gaza ha pubblicato nome e data di nascita di oltre settantaduemila morti identificati, le indagini demografiche indipendenti apparse su The Lancet stimano che il conto reale superi le centomila vite, e uno studio del Max Planck Institute ha documentato un crollo dell’aspettativa di vita senza precedenti nella statistica moderna.

Quasi due milioni di persone risultano sfollate, i quattro quinti degli edifici distrutti o danneggiati, le università demolite una per una. Sommate le guerre regionali e le campagne su Gaza, il costo umano complessivo dell’esperimento supera dal 1948 quasi mezzo milione di morti accertate (ovviamente sono molte di più), in stragrande maggioranza arabe e palestinesi. Questi sono i dati, e un esperimento si giudica dai dati.

Tanta distruzione esige almeno un movente all’altezza. Il movente era doppio, e nessuna delle due metà regge all’esame. La prima fu il tentativo di ripianare una colpa europea, la Shoah, concepita ed eseguita in Europa, che l’Europa scelse di espiare a spese di un popolo estraneo a quel crimine.

L’antisemitismo del continente produsse le vittime, e il continente chiamò riparazione il trasferimento del problema altrove. La seconda metà fu più strategica, fin dall’inizio, fin dalla sua postulazione, un avamposto armato fino ai denti in uno dei luoghi più redditizi e più antichi della civiltà umana, mantenuto con miliardi di dollari l’anno in armamenti e con un veto perennemente pronto al Consiglio di sicurezza.

Lo avevano capito, e detto, ebrei di statura immensa. Hannah Arendt avvertì già nel 1948 che quella deriva avrebbe prodotto militarismo e dipendenza perpetua dalle potenze protettrici. Martin Buber e Judah Magnes invocarono uno Stato binazionale e furono trattati da ingenui.

Primo Levi, dopo Sabra e Chatila, chiese le dimissioni di Begin. La critica dell’esperimento appartiene anche alla migliore tradizione ebraica, anzi soprattutto da loro, e chi la confonde con l’odio antiebraico offende per primi coloro che la formularono.

Che cosa si fa, dunque, quando un esperimento sociale fallisce? Si pubblica il risultato, anche quando umilia i committenti, e si risarciscono le persone che il protocollo ha danneggiato, almeno quelle rimaste in vita. Poi si chiude il laboratorio.

Fuor di metafora, la fine dell’esperimento coloniale ha un significato preciso e niente affatto apocalittico. Vuol dire parità di diritti dal fiume al mare per chiunque vi abiti, ebrei e palestinesi insieme, e comporta il ritorno con la riparazione per i profughi, oltre a tribunali per i crimini accertati.

Il Sudafrica ha mostrato che la fine di un regime di supremazia coincide con la fine del regime e che gli abitanti possono restare a patto che si riparino i torti con tribunali speciali internazionali. L’Algeria ha ricordato che le colonie finiscono anche quando si erano proclamate eterne. La storia ha rifiutato eccezioni a tutti gli avamposti, per quanto armati.

A chi trova il coraggio di leggere i dati offre invece la possibilità di chiudere la serie e di contare, finalmente, qualcosa di diverso dai morti.

* da Facebook

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