Quando discutiamo della crisi russo‑occidentale, c’è una domanda che nei nostri ambienti politici e mediatici non viene quasi mai posta. Una domanda semplice, ma decisiva:
“Che cosa vede la Russia quando guarda verso Occidente?“
Perché noi, in Europa, siamo abituati a raccontare la storia da un solo punto di vista.
Ma la geopolitica non è un esercizio di moralismo: è un esercizio di percezioni, di dottrine, di linee rosse.
E se invertiamo la prospettiva, la logica russa non solo diventa comprensibile: diventa tecnicamente coerente.
Dal punto di vista di Mosca, la NATO non è un’alleanza difensiva.
È un sistema militare che, dal 1991, ha avanzato verso i suoi confini con una continuità chirurgica e con un accerchiamento progressivo:
1999: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca
2004: Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria
2009: Albania, Croazia
2017: Montenegro
2020: Macedonia del Nord
2023: Finlandia
2024: Svezia
Il risultato è che la distanza tra la federazione Russa e le forze NATO si è ridotta da 1500 km a 150 km.
Per un Paese che ha costruito la propria dottrina sulla profondità strategica, questo non è un dettaglio: è un allarme.
Le testate nucleari americane sono dislocate in: Germania, Italia, Belgio, Olanda, Turchia.
Dal punto di vista russo, significa che armi nucleari statunitensi sono piazzate a poche centinaia di chilometri dai confini della Federazione.
In dottrina militare, questo si chiama minaccia esistenziale.
Nel 2022 la NATO ha definito la Russia: “La minaccia più significativa e diretta alla sicurezza europea.”
Non un avversario, non un competitor, ma una minaccia diretta.
Questo, tecnicamente, è un cambio di postura strategica.
La NATO ha truppe e infrastrutture militari in: Polonia, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia.
Dal punto di vista russo, significa una cosa sola: la NATO è alle porte, e quando un sistema militare percepisce che la propria zona cuscinetto è stata erosa, reagisce.
Sempre.
È una costante della storia strategica, non un capriccio politico.
Mosca aveva tre opzioni.
𝐎𝐩𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 1: 𝐀𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐞𝐬𝐩𝐚𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐍𝐀𝐓𝐎
Tecnicamente impossibile.
Significava accettare basi NATO a pochi chilometri da San Pietroburgo e rinunciare alla propria profondità strategica.
𝐎𝐩𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 2: 𝐑𝐞𝐚𝐠𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐩𝐥𝐨𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞
La Russia lo ha fatto per anni con proteste formali, con richieste di garanzie, con proposte di neutralità per Ucraina e Georgia.
Tutte respinte.
𝐎𝐩𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 3: 𝐑𝐞𝐚𝐠𝐢𝐫𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞
È la scelta che ha fatto:
Georgia 2008
Crimea 2014
Ucraina 2022
Non perché “voleva la guerra”, ma perché riteneva che la finestra diplomatica fosse stata chiusa dall’Occidente.
Le alternative diplomatiche esistevano, e avrebbero funzionato.
Questo è il punto che l’Occidente non vuole affrontare: le alternative c’erano.
1. Neutralità dell’Ucraina
La soluzione più semplice e più efficace.
Fallita perché:
USA contrari a concessioni,
Ucraina non più neutrale dopo il 2014,
NATO vincolata al principio della “porta aperta”.
2. Stop all’espansione NATO
Richiesta formale della Russia nel 2021.
Respinta immediatamente.
3. Accordi di Minsk
Autonomia del Donbass, reintegrazione, fine delle ostilità.
Mai applicati. Francia e Germania non hanno esercitato pressione sufficiente.
Angela Merkel e François Hollande hanno poi dichiarato che Minsk serviva solo a guadagnare tempo per armare l’Ucraina.
4. Zona demilitarizzata NATO–Russia
Impossibile perché la NATO non accetta “sfere di influenza”, la Russia non accetta basi NATO ai confini.
5. Garanzie di sicurezza reciproche
Fallite perché la questione NATO era “non negoziabile” per entrambe le parti.
6. Federalizzazione dell’Ucraina
Fallita per diffidenza reciproca e mancanza di interesse USA.
La guerra non è scoppiata per mancanza di alternative.
È scoppiata perché la Russia non poteva accettare la NATO ai suoi confini, la NATO non poteva accettare di fermare l’espansione, l’Ucraina non poteva accettare la neutralità, e gli USA non potevano accettare una zona cuscinetto russa.
Due sistemi di sicurezza incompatibili si sono scontrati.
E quando due sistemi di sicurezza sono incompatibili, la diplomazia non basta più, serve la volontà politica, che non c’è stata.
L’Occidente deve scegliere se vuole la pace o la vittoria perché corre il serio rischio di non avere né l’una né l’altra.
La domanda è: l’Occidente vuole davvero la pace?
Perché se l’obiettivo è la pace, la diplomazia va riaperta.
Se l’obiettivo è la vittoria, allora la guerra continuerà verso un esito tutt’altro che rassicurante: la catastrofe nucleare.
Ma dobbiamo essere realisti: non si può parlare di pace mentre si rifiutano le concessioni che la pace richiede.
La diplomazia non è un premio morale, è un compromesso strategico, e finché l’Occidente non accetterà questa verità, continueremo a camminare verso lo scontro, non verso la soluzione.
La scelta è dei governi occidentali.
E il tempo non è infinito.
Foto Patrizia Cortellessa
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