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Cambiare rotta o naufragare

La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma…

La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a confronto con tutta una serie di questioni pratiche e immediate. Tutto va in fretta. Tutti mettono fretta. Mi sono dunque ritrovato a richiedere, in fretta, un documento,

impossibile da ottenere telematicamente, all’anagrafe di Genova.

Corso Torino è uno stradone infelice che però viaggia, per chi ha la pazienza di precorrerne tutta l’avvilente tristezza, fino al mare. Nel bel mezzo, un palazzone sempre uguale e sempre lì, ben saldo e assolutamente senza vista mare. Fu un tempo ospedale civile, poi divenne scuola ed infine la sede centrale dei servizi civici.

L’ho sempre conosciuto così. La sua facciata perennemente identica. Mi ricordo le lunghe code di quando ero ragazzino, anni ‘70. Si aspettava, era noioso, ma alla fine della coda si era in qualche modo accolti. E Genova contava quasi 900 Mila abitanti e non i quasi, 570 Mila odierni!

L’ufficio dell’anagrafe apre alle 7:30 e chiude alle 12:30. 5 ore di attività. Sempre così, anche nei miei remoti ricordi. La differenza è che bisogna, adesso, prendere un biglietto fornito da un robot e poi aspettare il proprio turno che corrisponde a un numero.

Uno solo è il robot, ma quanti sono gli umani in meno? Quanto vale il servizio di un robot? Aspettare…

Non sempre il termine è però pertinente, poiché sul biglietto , fornito dal diligente robot , mi si indica un’attesa di… 851 minuti. 14 ore! Per un ufficio che di ore aperte ne conta 5, anzi, ormai meno poiché ho avuto visibilmente la leggerezza di presentarmi alle 8:40 ed il servizio si conclude invariabilmente alla Mezza…

La missione è evidentemente impossibile. “Ritorni domattina”, mi si consiglia: “noi apriamo alle 7:30, se lei arriva alle 7 e 20, con un po’ di fortuna, in un oretta o due potrebbe anche sbrigarsela”.

Il tutto sarebbe degno di una novella surrealista, se non fosse triste e banale realtà. Uno sputo in faccia al pubblico, un’ offesa servita senza altri fronzoli formali dentro un luogo che dovrebbe, invece, incarnare la diligenza del… pubblico servizio! Una beffa, una barzelletta, un insulto.

In città la giunta è cambiata. Peccato che l’andazzo si sia però non esattamente migliorato. La più bella città del mondo meriterebbe, come anche le meno belle, di meglio… soprattutto quando governata da una nuova giunta che dovrebbe rivendicarsi decisamente «di sinistra» e non solo approssimativamente «antifascista.»

Rivendicarsi chiaramente di sinistra, rafforzare e non demolire il servizio pubblico, ma renderlo più concreto, semplice, semplicemente accessibile. Investire in conseguenza, investire… umanamente. Essere coscienti che gli abitanti meritino di essere accolti e trattati con rispetto e attenzione. Nulla di più, ma nulla di meno.

Ben altro che essere invece sempre più dentro ad un impalpabile quanto astratto «campo» , talmente «largo» che manco più un vago «progressista» riesce ormai a riconoscerne il perimetro.

Ma, a proposito, chi mai l’ha detto che il «progresso» (senz’altra specificazione) sia anche sinonimo di miglioramento? Non certo il robot che mi ha accolto all’anagrafe.

Cambiare rotta energicamente o naufragare.

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