Negli ultimi mesi il mio personale disprezzo – non disaccordo, che è una questione politica e intellettuale, ma proprio disprezzo – verso il “ceto colto” della sinistra è aumentato esponenzialmente. Soprattutto verso i più giovani, gli attuali 30-40enni.
Che fosse, in larga parte e con poche eccezioni, una fascia sociale profondamente paracula e arrivista, me ne ero reso conto perfettamente negli anni – vi parlo ormai di più di 10 anni fa, porca miseria se s’invecchia – in cui passai, nel giro di quattro anni, da Segretario della giovanile del PD della città in cui abitavo (carica da cui diedi le dimissioni nel 2015, pochi mesi dopo la nascita del governo Renzi; inutile dire che la carriera sarebbe stata molto facile) a varie associazioni e gruppi di fuoriusciti dal PD che iniziavano, allora, a popolare le stalle dei vari partitini che da lì a poco sarebbero spuntati fuori (Liberi e Uguali fu probabilmente la quintessenza dello squallidume politico giovanile che descrivo, ma non era l’unica).
Ricordo, sia nei Giovani Democratici che nella pletora inutile di associazioni e partitini che nascevano e sparivano in un batter d’occhio, un’immagine che descrive bene il concetto: il “codazzo”.
Mandrie di giovani (c’erano pure i meno giovani, che sfruttavano le giovanili varie per farsi eleggere nelle istituzioni: i più furbi della compagnia, senza dubbio, quelli che poi a differenza mia hanno fatto carriera) che partecipavano a eventi sostanzialmente inutili, e utili solo per le campagne elettorali di qualcuno, e che speravano che il politico locale / regionale / parlamentare di turno li accogliesse nelle loro grazie, per riuscire a piazzarsi in qualche segreteria politica o carica di portaborse.
Il “codazzo”, appunto: mandrie di giovani che sgambettavano dietro il politico della situazione, sperando nel grande atto di concessione della borsa e dell’incarico.
Eppure i discorsi erano bellissimi, eh. C’era probabilmente il fior fiore dei giovani colti e istruiti della nostra generazione: persone istruite, molti con famiglie del “ceto intellettuale” alle spalle (professori, giornalisti, politici a loro volta); tanti hanno fatto carriera accademica, sono oggi ricercatori e professori associati.
Gente che “l’analisi” la riusciva a fare, e pure bene; persone con idealismo e valori sinceri, che erano oggettivamente una speranza. Per il sottoscritto, che aveva una qualche soddisfazione nell’impegno politico e sperava che ne sarebbe nato “qualcosa”, e anche per la sinistra e il Paese nel suo complesso.
Beh, a dieci anni di distanza il giudizio è davvero impietoso.
Tra chi è effettivamente riuscito a fare il salto evolutivo da “codazzo” a quadro dirigente del partito; chi ha fatto carriera politica nelle istituzioni; chi, da professionista, ha lauti rapporti con le aziende pubbliche varie, tra affidamenti diretti di incarichi professionali e chiamate dirette; chi ha fatto un minimo di carriera universitaria, e si è magari dedicato alla politica di rappresentanza universitaria e resta lì sempre in attesa, con la speranza che prima o poi gli venga concesso un posto in qualche lista elettorale: un’intera classe politica di giovani è stata assorbita dalla palude.
L’idealismo e la carica di cambiamento sono stati inghiottiti dalla melma.
Ci sono delle eccezioni, certo. Me ne vengono in mente molte, e sono quasi tutte persone che si sono fatte tutta la trafila dell’impegno politico prima nei quartieri, a contatto con la gente, e poi via via a salire. Quasi tutte persone che, a differenza degli altri, non avevano alle spalle la famiglia della “borghesia intellettuale”.
La maggior parte dei giovani dell’epoca, specialmente quelli che più hanno fatto carriera nelle istituzioni e nelle università, sono invece un deserto di miseria politica. Non senza un po’ di meraviglia – perché, appunto, è gente istruita e colta che le analisi le sa fare – sono persone pienamente integrate nella “sinistra per la guerra” che ancora oggi imperversa in un’area enorme del PD e persino di AVS.
La meraviglia – anzi, sarebbe più corretto parlare di sconcerto – deriva dal fatto che in questo caso non servirebbero montagne di saggi pregni di teoria e di analisi dell’esistente: che la prosecuzione infinita della guerra in Ucraina sia un disastro assoluto per le nostre prospettive generazionali, per la capacità di spesa sociale dello Stato, per il destino dei diritti civili e politici, sarebbe una consapevolezza financo troppo semplice per questa grancassa di fior fiore di intellettuali.
La questione del sostegno politico e militare all’Ucraina è la questione su cui si gioca tutto il nostro presente e il nostro futuro. Un’Europa che si dedica ad essere un conglomerato di Stati finanziatori della guerra è un’Europa che andrà a fare compagnia dell’Ucraina nel baratro della distruzione e di una crisi politica, economica e civile che ci accompagnerà per tutta la nostra vita.
La politica del sostegno infinito a Kiev è la scelta del sacrificio del welfare pubblico sull’altare del riarmo e della politica estera per gli interessi degli USA; è la scelta della progressiva perdita non solo dei servizi pubblici e dei diritti sociali, ma anche delle libertà civili in una torsione autoritaria che diventerà necessaria per compattare le società verso l’obiettivo della “vittoria totale” sulla Russia e governare una società in cui dilagheranno disoccupazione, povertà, disordini pubblici e insicurezza.
La politica di sostegno infinito a Kiev è anche la scelta di aiuto ad Israele e ai sionisti genocidari, che si sono infilati in cul de sac nella guerra contro l’Iran da cui possono tirarsi fuori solo con la deflagrazione del conflitto su scala ben più ampia di quella regionale.
Il sostegno infinito a Kiev ci porterà dritti in una guerra che coinvolgerà direttamente gli Stati e i popoli europei, una guerra che causerà decine di milioni di morti e che cancellerà ogni prospettiva di progresso per decenni a venire.
Questa consapevolezza, che dovrebbe essere di una semplicità disarmante per chi proviene da una cultura politica democratica e socialista e ha pure studiato per tutta la propria vita, la si trova molto più diffusa in persone meno istruite, nelle fasce sociali che sono “il popolo” e che i suddetti intellettuali – col solito insopportabile paternalismo – vorrebbero difendere sul piano degli interessi. Antica saggezza popolare, che si rende perfettamente conto quando deve mandare a quel paese l’intellighenzia colta e strutturata.
Che brutta fine che ha fatto quella generazione di giovani “di sinistra” impegnati in politica. Sta partecipando attivamente alla folle corsa verso il disastro della guerra, che gli garantirà forse la prosecuzione di una piccola carriera di provincia e magari una candidatura. Questa partecipazione avviene con gli stessi ‘discorsoni’ e la stessa spocchia di 10 anni fa, al punto che non capisco più se si tratta di ottusità o di falsa coscienza.
Provo solo profondo disprezzo.
* da Facebook
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ugo
Bella analisi ma dimentica i vincoli posti alla nostra politica da UE, NATO e USA. Sgarrare è letale: senza andare a cercare in Paesi lontani come Ungheria o Romania, ricordo che nel 2011 il puttaniere è stato rovesciato dalla UE. Nessuna nostalgia, per carità, anche se era uno all’avanguardia, specie nel settore Epstein; però avrei preferito che l’avessimo rovesciato noi e non gli altri. Da noi il campo largo non ha il coraggio di una politica estera non russofoba; c’è l’hanno FN e AfD e vien quasi voglia di fare il tifo: se vincono lo spazio politico non russofobo potrebbe aprirsi, e con lui uno spazio per la sinistra vera. La Schlein è talmente di destra che aspettiamo la sinistra dai neofascisti…
Redazione Contropiano
la logica dei paradossi è spietata e non si lascia governare dalle “impressioni”…. Abbandonarcisi è pericoloso…