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Facciamo un po’ di chiarezza sul woke

Negli ultimi giorni il quotidiano La Repubblica ha lanciato un articolato dibattito sul woke, che ha raccolto un significativo interesse. Poiché i contributi online sono accessibili ai soli abbonati, non è facile farsene un’idea per la maggioranza delle persone. Proviamo a portarne allo scoperto le questioni principali.

La discussione ha preso spunto da alcune recenti dichiarazioni di Alexandra Ocasio Ortez. Dopo aver rilanciato il tweet del consigliere newyorchese Chi Ossé (“woke 1.0 was crazy”), la deputata democratica si è dissociata da alcuni punti del programma nazionale dei Democratic Socialists of America (DSA).

In particolare, si è detta in disaccordo con le proposte di definanziamento del dipartimento della difesa e della polizia, di chiusura delle basi militari all’estero, di amnistia per tutti i migranti, di trasformazione degli Stati Uniti in una repubblica parlamentare monocamerale con elezioni su base proporzionale, di proprietà pubblica delle imprese più grandi e delle industrie essenziali.

Allo stesso tempo, ha affermato di volersi concentrare sulla sanità, l’aumento dei salari e i diritti sindacali. Così facendo, Ocasio Ortez è venuta a patti con le regole non scritte della politica statunitense per accreditarsi come aspirante candidata presidenziale.

Quali sono i gravi misfatti del woke 1.0? Nei giorni scorsi, la stampa statunitense ha citato, a titolo di esempio, l’innocua richiesta di avere un presidente di consiglio comunale non maschio bianco etero, l’affermazione che Dio non è binario (in ritardo di oltre 40 anni rispetto a Papa Luciani), ma soprattutto, sacrilegio che ha fatto grande scalpore oltreoceano, la richiesta da parte della candidata DSA Francesca Huang di cancellare il Ringraziamento perché, fatto innegabile, questa festività celebra il colonialismo.

Il nuovo woke 2.0 sarebbe immune da questi pericolosi estremismi anticolonialisti, pacifisti, antisessisti, addirittura parlamentaristi, per concentrarsi finalmente sugli interessi materiali delle famiglie dei bravi lavoratori senza grilli per la testa, che vogliono mangiare spensierate il tacchino a novembre.

Storicamente, il termine woke, letteralmente “sveglio”, nasce nell’inglese afroamericano dall’espressione stay woke, “resta vigile”, usata già nella prima metà del Novecento per invitare la comunità a mantenere la consapevolezza (wokeness) dei pericoli del razzismo istituzionale negli Stati Uniti.

Il suo significato politico trova grande diffusione con Black Lives Matter nel 2013-2014, quando wokeness indica soprattutto la consapevolezza del carattere sistemico del razzismo. Negli anni successivi, il termine amplia il proprio significato, arrivando a comprendere la sensibilità verso un insieme più vasto di discriminazioni e disuguaglianze, legate al genere e all’orientamento sessuale. In questo modo, il termine si mescola con filoni preesistenti quali la identity politics, il multiculturalismo o la political correctness.

Parallelamente, woke comincia a essere usato ironicamente, anche a sinistra, per criticare forme di progressismo prevalentemente simbolico o ostentato, in analogia a quanto avveniva in precedenza con il politicamente corretto e, dalla seconda metà degli anni Dieci, viene appropriato dalla destra come termine polemico contro la sinistra in generale.

Nel dibattito contemporaneo woke è quindi diventato un termine-ombrello, che viene usato in modo impreciso e strumentale dalla destra, ma spesso anche dalla “sinistra” moderata, per attaccare le idee progressiste, pacifiste, socialiste, anticolonialiste e antimperialiste.

Ad esempio, secondo il politologo Carlo Galli il woke coincide “con l’esercizio della critica che mette in discussione quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili – per esempio, che i generi siano soltanto due…”, ma “non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo… la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”.

Qui, passatemi la battuta, al poeta greco viene assegnata la parte del tacchino, così come a Cicerone perché, secondo l’ex primo ministro Giuseppe Conte, entrambi sarebbero stati trattati come suprematisti bianchi dai sostenitori del woke. Peccato che si tratti di una vecchia fake news a cui potrebbe dare credito un Salvini o un Vannacci.

Perché non citare casi politicamente molto più significativi di cosiddetta cancel culture, come la rimozione di denominazioni e simboli confederali, la ridenominazione di edifici dedicati a personaggi compromessi con la schiavitù e il colonialismo, la rimozione, talvolta solo tentata, di statue dedicate a Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Edward Colston, Winston Churchill, tutti dimostrabilmente implicati nella schiavitù o nel colonialismo?

Probabilmente perché avrebbe reso il woke meno folkloristico agli occhi dei lettori, ma anche perché avrebbe costretto a parlare di temi più sostanziali, che restano eccessivamente scomodi per le élite occidentali.

Forse non è proprio un caso che il passato debba essere così intoccabile, quando è alla base dei privilegi economici di cui una larga parte delle popolazioni occidentali gode tutt’oggi.

Né è strano che a difenderlo da una tribuna al di sotto di ogni sospetto sia una pattuglia di nativi europei, uomini e donne maturi, mediamente benestanti e istruiti. Tanto più se si rafforza, anno dopo anno, la richiesta di riparazioni per i crimini e per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo, e se l’economista indiana Utsa Patnaik ha quantificato in 45 trilioni di dollari (17 volte il PIL odierno del Regno Unito) il furto di risorse perpetrato dall’impero britannico in India, mentre Jason Hickel ha calcolato che, dal 1960 al 2021, i paesi occidentali hanno drenato dal Sud globale l’equivalente di 152 trilioni di dollari, proprio grazie ai lasciti di quella storia che gli intellettuali di Repubblica vogliono difendere a tutti i costi e che è viva e vegeta ancora oggi nella politica militare estremamente aggressiva dell’occidente.

Lascio giudicare ai lettori quanto possa essere credibile la “sinistra della ZTL” quando raccomanda maggiore attenzione ai diritti sociali, lavorativi e ai salari.

Il fortissimo sospetto è che la sinistra istituzionale nostrana, sempre alla ricerca di bussole oltre Atlantico, cerchi disperatamente di riportare negli argini un’opinione pubblica che, durante le mobilitazioni a supporto della Palestina, ha cominciato ad abbracciare idee pericolose, costringendo l’opposizione parlamentare a rincorrerla su un terreno anticolonialista e antimperialista che resta totalmente, e non casualmente, indigeribile per il mainstream e per l’opposizione stessa.

Al contrario, per chi vuole veramente cambiare le cose, la wokeness (coscienza) resta uno strumento insostituibile. Scordiamoci che possa esistere una strada per migliorare la condizione economica della maggioranza della popolazione italiana, senza continuare a sfruttare gli altri popoli, che non passi da che non passi dalla decostruzione dei meccanismi materiali e simbolici alla base della società occidentale, includendo tra questi la persistente presa che le retoriche escludenti ed eurocentriche esercitano su una parte considerevole dell’opinione pubblica.

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