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I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale

Ventisei miliardi impronunciabili

La CGIL chiede l’1,3 per cento ai cinquecentomila italiani che possiedono più di due milioni di euro. Il governo risponde che con la destra non se ne parlerà mai. Ma la patrimoniale, in Italia, esiste già: la pagano quelli che hanno una casa, un’automobile e un conto corrente.

Nel numero di Ferragosto di Milano Finanza c’è la classifica dei patrimoni azionari italiani, aggiornata alle quotazioni del 7 agosto 2026. In testa gli eredi di Leonardo Del Vecchio: 44,5 miliardi di euro, oltre sette in meno rispetto a un anno fa, primo posto confermato. Dietro, la famiglia Rocca con 15,2 miliardi, Francesco Gaetano Caltagirone con 12,5, i Crippa di Technoprobe che in dodici mesi passano da 2,6 a 10,4 miliardi. Fuori classifica c’è lo Stato italiano, che tra Tesoro, Cassa Depositi e Prestiti e le altre partecipazioni vale 111,1 miliardi.

Nello stesso Paese, nello stesso anno, un italiano su dieci rinuncia a curarsi. Non per distrazione o per pigrizia: perché la lista d’attesa è troppo lunga e la visita privata costa troppo. Le famiglie hanno tirato fuori dal proprio portafoglio oltre quaranta miliardi di spesa sanitaria. Cinque milioni e settecentomila persone vivono in povertà assoluta, cioè non riescono ad acquistare i beni essenziali per vivere.

Non sono due notizie diverse. Sono la stessa notizia, guardata dai due lati.

La proposta, è quella che davvero contiene

La CGIL di Maurizio Landini chiede un contributo di solidarietà dell’1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a due milioni di euro. Riguarderebbe circa cinquecentomila contribuenti, l’uno per cento più ricco del Paese, e produrrebbe secondo il sindacato un gettito aggiuntivo di circa ventisei miliardi l’anno.

Destinazione dichiarata: rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale, riduzione delle liste d’attesa, scuola, casa, non autosufficienza, alleggerimento del prelievo su lavoratori dipendenti e pensionati.

Patrimonio netto significa ricchezza al netto dei debiti. Chi possiede una casa da trecentomila euro con duecentomila di mutuo residuo non è sfiorato dalla misura, e non lo sono neppure, per esplicita indicazione del sindacato, la prima casa ei patrimoni medi. Stiamo parlando di cinquecentomila persone su cinquantotto milioni. Una su centosedici.

La risposta della maggioranza è arrivata prima ancora della discussione tecnica. Giorgia Meloni ha scritto che le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra e che con la destra al governo non vedranno mai la luce.

A giugno di quest’anno, davanti all’assemblea di Confcommercio, ha aggiunto la formula destinata a restare: altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere, un patrimonio, dopo decenni di lavoro e sacrifici. È una frase costruita con cura, perché sposta il bersaglio. Fa credere all’artigiano, all’impiegata, al pensionato che quella tassa un giorno arriverà a bussare anche alla loro porta. Non è vero, e chi la pronuncia lo sa.

E qui va detta subito la seconda cosa, quella che nei dibattiti televisivi non si sente quasi mai: la patrimoniale, in Italia, la paghiamo già tutti. Ogni anno, puntualmente. Quel piccolo artigiano, quel commerciante, quel pensionato una tassa sul patrimonio la versano da sempre: si chiama IMU sul capannone o sul secondo appartamento, bollo auto sul furgone e sull’utilitaria, imposta di bollo sul conto corrente e sui titoli, imposta di registro quando si compra casa.

Nel 2024, secondo l’Ufficio studi della CGIA, tutte insieme queste imposte hanno prodotto un gettito di circa 51,2 miliardi di euro. La domanda vera, dunque, non è se in Italia deve esistere una patrimoniale. Esiste, ed è una quindicina di preliminari diversi. La domanda è chi la paga.

E c’è un terzo passaggio, che è poi il cuore politico della proposta. I ventisei miliardi di chiesti a cinquecentomila persone servirebbero esattamente a restituire qualcosa a chi oggi paga due volte. Paga le piccole patrimoniali quotidiane sull’automobile e sulla casa, e poi paga di nuovo, di tasca propria, la visita specialistica che il servizio pubblico non riesce più a garantirgli in tempi umani.

Oltre quaranta miliardi l’anno di spesa sanitaria privata sono la misura esatta di questa doppia tassazione silenziosa: la prima la vedi sul modello F24, la seconda la vedi allo sportello del CUP quando ti dicono che per una cardiologica ci vogliono undici mesi e che nello studio privato, invece, c’è posto giovedì.

Un contributo sull’uno per cento più ricco, quindi, non colpirebbe l’artigiano e il pensionato. Alleggerirebbe il prelievo che già li grava e finanzierebbe le prestazioni che oggi sono costrette a comprarsi da soli. È esattamente il rovescio di ciò che racconta la propaganda di governo: non una tassa in più per tutti, ma una tassa in meno per quasi tutti.

Chi sostiene il contrario ha il dovere di spiegare, a bilancio invariato, il conto della sanità deve continuare a pagarlo chi possiede un’utilitaria e non chi possiede un portafoglio azionario da quaranta miliardi.

Il Paese in cui chi ha di più paga di meno

Il 22 luglio 2026 la rivista scientifica Review of Income and Wealth ha pubblicato uno studio di Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dell’Università della Calabria, della Milano-Bicocca e della LMU di Monaco.

Utilizzando i nuovi dati della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza, gli autori documentano una cosa che dovrebbe far tremare le aule parlamentari: il sistema fiscale italiano è regressivo per il 7 per cento più ricco della popolazione. Lo 0,1 per cento più abbiente paga un’aliquota effettiva del 32,6 per cento; un lavoratore dipendente di questo medio paga circa il 45 per cento.

Il meccanismo è semplice e per questo brutale. I rendimenti della ricchezza non sono uguali per tutti: restano intorno al 2,5 per cento per il 90 per cento più povero della distribuzione e salgono a quasi il 5 per cento per lo 0,1 per cento più ricco.

Chi ha molto guadagna di più su ogni euro posseduto, e quel guadagno arriva sotto forma di rendite e plusvalenze tassate con aliquote piatte, mentre lo stipendio e la pensione salgono lungo gli scaglioni progressivi dell’Irpef. Guzzardi lo dice con parole che non lasciano scampo: tutto questo va contro i principi di progressività su cui si fonda l’articolo 53 della Costituzione.

L’articolo 53 sta in poche righe: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Non è un manifesto politico, è diritto vigente. Da vent’anni viene aggirato senza che nessuno debba risponderne.

Le quindici patrimoniali invisibili

Torniamo allora ai 51,2 miliardi, perché la loro composizione è il punto che la propaganda governativa non può permettersi di affrontare. Ventitré miliardi arrivano dagli immobili attraverso l’IMU. Otto miliardi e novecento milioni da depositi e titoli. Sette miliardi e mezzo dal bollo delle automobili. Sei virgola uno dalle compravendite immobiliari. Un miliardo, uno soltanto, dalle successioni ereditarie.

Un miliardo. In Francia, nel 2021, l’imposta su successioni e donazioni ha incassato 18,6 miliardi: quattordici volte l’Italia in rapporto al prodotto interno lordo. Germania e Regno Unito incassano sei volte tanto. E nei prossimi dieci anni, in Italia, passerà di mano per via ereditaria un patrimonio stimato in almeno 2.500 miliardi di euro.

Traduciamo. La patrimoniale in Italia c’è, ed è costruita in modo che a pagarla siano soprattutto la casa in cui avanza, l’auto con cui vai al lavoro, il conto corrente su cui si deposita il poco che avanza. Cioè la ricchezza visibile, immobile, catastalmente censita: quella del ceto medio e del lavoro dipendente.

Mentre la ricchezza che si sposta, si intesta, si struttura in holding e si trasmette per eredità è la meno colpita di tutte. Non è una distrazione del legislatore. È un progetto, ripetuto e confermato da governi di colore diverso.

Trecentomila euro, tutto compreso

Chi cercasse una prova definitiva di questo progetto la trova nel regime dei neo-residenti. Un cittadino straniero che trasferisce la residenza fiscale in Italia può scegliere di pagare un’imposta sostitutiva forfettaria su tutti i redditi prodotti all’estero, qualunque ne sia l’ammontare.

Introdotta nel 2017 a centomila euro, portata a duecentomila nell’agosto 2024, elevata a trecentomila dalla legge di bilancio 2026. Cinquantamila euro per ciascun familiare. Durata: quindici anni, con esenzione dall’imposta sugli immobili esteri e da quella sulle attività finanziarie estere.

Significa che un miliardario il quale incassi cento milioni l’anno di dividendi da un’altra giurisdizione, se sposta la residenza a Milano, versa allo Stato italiano trecentomila euro: lo 0,3 per cento. Un lavoratore dipendente che ne guadagna trentamila versa, in proporzione, più di cento volte tanto. Le stime del Ministero dell’Economia parlano di circa centotrenta nuovi ingressi l’anno in questo regime.

Dunque il patrimonio si può tassare. Anzi, si può contrattare, scontare, mettere a catalogo per attirare clientela internazionale. Ciò che risulta impronunciabile non è la tassazione della ricchezza in quanto racconto: è la tassazione della ricchezza a vantaggio di chi non ne ha.

Il precedente non lo firmarono i bolscevichi

La parola patrimoniale evoca l’esproprio, il collettivismo, il 1917. La storia italiana racconta un’altra cosa. Nel febbraio 1922, con il regio decreto legge numero 78, fu istituito un prelievo straordinario sulla ricchezza nazionale delle persone fisiche e degli enti collettivi.

Nel 1947, con il decreto legislativo del 29 marzo poi convalidato dalla legge del 1 settembre numero 143, si istituì un’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio per finanziare la ricostruzione, con aliquote che salivano dal 6 per cento fino a superare il 60 per cento nelle fasce più alte.

Non la proponiamo il Partito comunista al governo. La discusse un’Assemblea Costituente in cui sedeva Luigi Einaudi, liberale, futuro presidente della Repubblica, il quale di quel provvedimento critico aspetti tecnici rilevanti, in particolare la tassazione di rivalutazioni patrimoniali soltanto nominali, prodotta dall’esplosione e non da un reale aumento della capacità contributiva.

Ma il principio secondo cui, davanti a un’emergenza collettiva, la ricchezza accumulata può essere chiamata a contribuire più del reddito da lavoro non è mai stato patrimonio esclusivo della sinistra. Era senso comune della cultura liberale.

E poi c’è Keynes. Nel capitolo ventiquattresimo della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicato nel 1936, l’economista che ha salvato il capitalismo occidentale dalla depressione scrive che i due difetti più evidenti della società economica in cui viviamo sono l’incapacità di garantire la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi.

E teorizza quella che chiama “l’eutanasia del rentier“: la progressiva estinzione del potere di chi vive di rendita, senza rischio e senza lavoro. Keynes non era un rivoluzionario, voleva salvare il mercato dai suoi rentier. In Italia, oggi, verrebbe archiviato come “estremista”.

Quello che la proposta non dice

Un’analisi onesta deve dire anche ciò che nella proposta non torna, altrimenti diventa tifoseria.

Il primo punto riguarda l’origine del numero. L’1,3 per cento non nasce dal nulla: nello studio della Sant’Anna e della Bicocca quell’aliquota è il vertice di una scala progressiva che parte dallo 0,1 per cento e raggiunge il massimo soltanto per lo 0,1 per cento più ricco, cinquantamila individui con un patrimonio netto medio superiore ai venti milioni di euro.

Applicarla come aliquota unica a una platea dieci volte più ampia è un’operazione politicamente legittima, ma tecnicamente diversa: il gettito di ventisei miliardi resta perciò una stima da verificare, non un dato acquisito. Nei documenti pubblici, inoltre, non è chiarito se il prelievo colpirebbe l’intero patrimonio o soltanto la parte eccedente i due milioni. La differenza vale miliardi di euro e cambia la percezione stessa di equità della misura.

Il secondo punto è la fuga dei capitali. È l’obiezione più ripetuta e non è priva di fondamento, tanto che il 63,7 per cento degli italiani intervistati nel giugno 2026 teme che accada davvero. Ma va misurata, non brandita.

La ricchezza immobiliare, che in Italia vale più della metà del patrimonio privato, non emigra. La ricchezza finanziaria sì, e proprio per questo servono strumenti seri: imposte di uscita, scambio automatico di informazioni fiscali e soprattutto un coordinamento europeo e internazionale, sulla linea dell’imposta minima sui grandi patrimoni discussa in sede G20.

Una patrimoniale puramente nazionale, senza cooperazione fiscale, rischiando di essere più simbolica che efficace. Dirlo non significa arrendersi: significa scegliere il terreno giusto per combattere.

Chi ha paura di che cosa

Poi ci sono i sondaggi, e qui la faccenda rasenta la comicità. Una rilevazione dell’istituto Izi ha misurato l’83,8 per cento di italiani favorevoli a un prelievo una tantum sui patrimoni oltre i dieci milioni; tra gli elettori dei partiti di maggioranza i favorevoli sono l’81,4 per cento. Un sondaggio Eumetra del giugno 2026 registra il 69,4 per cento di consensi per una tassa sopra i cinque milioni e il 64,5 per cento anche nell’ipotesi dell’1,5 per cento sopra i due milioni.

Una ricerca ripresa da Avvenire nel maggio 2026 dava sette italiani su dieci favorevoli alla tassa sui grandi patrimoni, con il 49 per cento degli elettori di Fratelli d’Italia, il 46 della Lega, il 45 di Forza Italia.

Il popolo della destra è favorevole. I dirigenti della destra sono contrari. Questo scarto non è un incidente statistico: è la fotografia di chi rappresentano davvero.

E l’opposizione? Elly Schlein apre alla redistribuzione ma sposta il discorso soprattutto sulla dimensione europea. Alleanza Verdi e Sinistra presenta emendamenti. Giuseppe Conte si smarca dicendo che la super patrimoniale non è risolutiva.

Tre posizioni diverse su una misura che il loro stesso elettorato approva con percentuali altissime. Se il campo largo non riesce a convergere nemmeno su una proposta che riguarda una persona su centosedici e piace a otto italiani su dieci, il problema non è la patrimoniale. È il campo.

La domanda vera

Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il proprio patrimonio di 54,6 miliardi di euro, al ritmo di centocinquanta milioni al giorno, arrivando a 307,5 ​​miliardi in settantanove persone. Dal 2010 al 2025 il 91 per cento dell’incremento della ricchezza nazionale è andato al 5 per cento più abbiente; alla metà più povera del Paese è arrivato il 2,7 per cento. Nello stesso arco di tempo i redditi reali delle famiglie sono scesi mediamente dell’8,7 per cento.

Intanto la Fondazione GIMBE certifica che il divario tra la spesa sanitaria prevista e le risorse effettivamente stanziate saliranno a 7,1 miliardi nel 2027, a 10,1 nel 2028, a 13,4 nel 2029. Sono cifre che si traducono in reparti chiusi, in infermieri che se ne vanno, in un’anziana che aspetta undici mesi una visita cardiologica e un certo punto smette di chiederla. Ventisei miliardi l’anno, se ci fossero, coprirebbero due volte quel buco.

Allora la domanda non è se la patrimoniale sia “comunista”. La domanda è chi abbia stabilito che tagliare la sanità sia realismo e chiedere l’uno virgola tre per cento a chi possiede più di due milioni sia “ideologia”. Chi ha deciso che il vincolo di bilancio è sacro quando si tratta di assumere infermieri e diventa flessibile quando si tratta di portare la spesa militare verso il cinque per cento del prodotto interno lordo. Chi abbia convinto un pensionato da settecento euro al mese che difende il patrimonio di settantanove miliardari significa difendere il suo.

Questa è la vera vittoria culturale della destra italiana, e non riguarda soltanto il fisco. Riguarda la capacità di far apparire naturale un ordine che è soltanto il risultato di decisioni prese da qualcuno, in un giorno preciso, a beneficio di persone identificabili. Ogni volta che un servizio pubblico viene meno, qualcuno ha guadagnato esattamente ciò che qualcun altro ha perso. La cura negata non è un destino: è una scelta di bilancio con nome, cognome e dati.

Finché continueremo a discutere se sia lecito chiedere ventisei miliardi a cinquecentomila persone, e non se sia lecito negarli a sessanta milioni, la partita sarà già persa. Non nelle urne. Nel vocabolario.

Fonti

1. Maurizio Landini, conferenza stampa CGIL, ottobre 2025, ripresa da Tgcom24: proposta di un contributo di solidarietà dell’1,3 per cento sui patrimoni netti oltre i due milioni di euro. Vai alla fonte

2. CGIL, Maurizio Landini: un contributo di solidarietà per ridurre le diseguaglianze e finanziare sanità e scuola, novembre 2025. Vai alla fonte

3. Collettiva, In un Paese normale i ricchi pagano più tasse, 24 giugno 2026. Vai alla fonte

4. Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini, Alessandro Santoro, studio pubblicato su Review of Income and Wealth, luglio 2026; sintesi dell’Università di Milano-Bicocca. Vai alla fonte

5. Il Tirreno, Più sei ricco, meno tasse devi pagare, 23 luglio 2026, con il dettaglio della scala di aliquote dallo 0,1 all’1,3 per cento. Vai alla fonte

6. Oxfam Italia, Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirerne e prendersi cura della democrazia, gennaio 2026. Vai alla fonte

7. Ufficio studi CGIA, dati 2024 sul gettito delle imposte patrimoniali, ripresi da La Porta di Vetro, 6 giugno 2026. Vai alla fonte

8. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica, L’evoluzione dell’imposta sulle successioni in Italia e un confronto a livello europeo. Vai alla fonte

9. Regime dei neo-residenti dopo la legge di bilancio 2026, ricostruzione normativa in Studio Vasca, gennaio 2026. Vai alla fonte

10. MF-Milano Finanza, classifica di Ferragosto 2026 dei patrimoni azionari alle quotazioni del 7 agosto 2026, ripresa da Sky TG24. Vai alla fonte

11. Fondazione GIMBE, analisi del Documento di finanza pubblica 2026, aprile 2026. Vai alla fonte

12. Giorgia Meloni, intervento all’assemblea di Confcommercio, 10 giugno 2026, Quotidiano Nazionale. Vai alla fonte

13. Sondaggio Izi, novembre 2025, ripreso da Il Fatto Quotidiano. Vai alla fonte

14. Sondaggio Eumetra per PiazzaPulita, giugno 2026, e rilevazione sulla percezione della fuga di capitali. Vai alla fonte

15. Avvenire, Sulla tassa ai grandi patrimoni c’è il consenso di 7 italiani su 10, 25 maggio 2026. Vai alla fonte

16. Dipartimento delle Finanze, I tributi nella storia d’Italia, scheda sull’imposta straordinaria sul patrimonio del 1922. Vai alla fonte

17. Legge 1 settembre 1947 numero 143, convalida del decreto legislativo 29 marzo 1947 numero 143 sull’imposta straordinaria progressiva sul patrim<span style=”font-family: Francois One, Tahoma, Arial;”><b><strong><span style=”color: #111111;”><span style=”font-family: Liberation Serif, serif;”><span style=”font-size: large;”><span style=”color: #333333;”>onio, Portale storico della Camera dei deputati. Vai alla fonte

18. Luigi Einaudi, intervento del 23 luglio 1947 sull’istituzione di un’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio, Fondazione Luigi Einaudi. Vai alla fonte

19. John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936, capitolo 24.

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