Menu

Il riconoscimento della memoria ebraica, la rimozione della memoria russa

A chi è concesso avere paura?

Da libertaria, niente mi è più lontano dell’autoritarismo di Vladimir Putin. La Russia contemporanea ha perpetuamente criminalizzato il dissenso e perseguito in ogni modo l’opposizione alla guerra. Ha inoltre liquidato Memorial, l’associazione nata per studiare i crimini staliniani. La nostalgia sovietica mi appartiene quanto potrebbe appartenermi la nostalgia per una prigione. L’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, poteva essere senza dubbio evitata, ma la Russia non è certo l’unica responsabile.

Proprio per questo voglio concentrarmi a guardare, in chiave psicostorica, anche ciò che la propaganda occidentale cancella. Comprendere e assolvere sono due operazioni quasi opposte. Comprendere significa cercare le ragioni, i veri motivi di qualcosa; assolvere non mi compete e riguarda la coscienza e il diritto. Se comprendere viene scambiato per complicità, siamo davanti a una forma infantile di negazionismo storico o, peggio, a un lavaggio del cervello ben fatto. Voglio cominciare la mia riflessione da un punto lontano, lontanissimo dall’oggi.

Ventisette milioni di morti

Il 22 giugno 1941 la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica. L’Italia fascista partecipò all’invasione; Mussolini inviò prima il Corpo di spedizione italiano in Russia e poi l’ARMIR, arrivando a schierare circa 230.000 uomini. Nei ricordi familiari italiani la campagna di Russia compare spesso con l’immagine terribile delle scarpe di cartone e la ritirata assieme alla prigionia e ai nostri soldati morti. Tutto verissimo.

A volte dimentichiamo un piccolissimo dettaglio: eravamo noi gli invasori.

Eravamo entrati in un Paese al seguito di Hitler, dentro un progetto coloniale e razziale che prevedeva fame pianificata e deportazioni, insieme alle esecuzioni e alla distruzione delle popolazioni considerate inferiori. Vi ricordate questi dettagli?

L’operazione Barbarossa apparteneva a una guerra di annientamento; Hitler non voleva tanto la conquista di tutta la Russia, ma lo sterminio. Secondo lo United States Holocaust Memorial Museum, i dirigenti nazisti prevedevano che decine di milioni di abitanti dei territori sovietici morissero per effetto dell’occupazione e della sottrazione del cibo. Circa 5,7 milioni di militari sovietici finirono prigionieri dei tedeschi; 3,3 milioni morirono di fame, malattia, esposizione al freddo o esecuzione.

A Leningrado l’assedio durò quasi novecento giorni e uccise, secondo le stime più prudenti, un milione di civili. Dietro il totale di 26–27 milioni stanno città cancellate e famiglie nelle quali mancò una generazione intera.

Uso volutamente l’espressione «cittadini sovietici». Chiamarli tutti russi sarebbe un errore storico e anche un regalo alla retorica del Cremlino. Fra quei morti vi erano russi e ucraini, bielorussi ed ebrei sovietici; vi erano armeni e appartenenti a molte altre nazionalità dell’URSS.

L’Ucraina fu senza dubbio uno dei principali campi di battaglia, oltre che un luogo centrale della Shoah mediante fucilazioni di massa. Anche il popolo ucraino porta quel trauma. La Russia può rivendicarne una parte immensa, la principale. Ci fu l’Olocausto, senza dubbio, con 6 milioni di morti e tutti lo ricordiamo ogni anno, quasi ogni giorno.

Ma i morti sovietici non li ricordiamo. Le stime demografiche più accreditate collocano le perdite sovietiche complessive intorno a 26–27 milioni. La ripartizione fra militari e civili varia secondo i metodi di calcolo; le valutazioni più citate assegnano circa 8,7–11 milioni ai militari e una quota ancora maggiore ai civili. Significa all’incirca una persona su sette della popolazione prebellica.

Sul fronte orientale si consumò inoltre la parte predominante delle perdite tedesche. Diverse ricostruzioni storiche stimano che circa quattro quinti dei militari tedeschi morti nella guerra caddero a est. Il sacrificio del sangue russo distrusse il nazismo, non gli alleati, non lo sbarco in Normandia e neanche le resistenze europee.

Detto questo, gli aiuti angloamericani ebbero la loro importanza e il programma Lend-Lease consegnò all’URSS camion e locomotive, oltre a derrate e materie prime, e i fronti aperti dagli Alleati sottrassero forze alla Germania, ma, e ci tengo a ripeterlo, il centro demografico e militare della sconfitta della Wehrmacht rimase sul fronte orientale.

Furono soldati dell’Armata Rossa ad aprire i cancelli di Auschwitz il 27 gennaio 1945; appartenevano al Primo Fronte ucraino, denominazione operativa di un esercito sovietico formato da nazionalità diverse. Furono ancora loro ad arrivare a Berlino. Dire questo non significa mondare il patto Molotov-Ribbentrop e le deportazioni staliniane.

I polacchi e i baltici hanno motivi storici propri per temere Mosca. Anche gli ucraini conoscono carestia e subordinazione imperiale. La memoria europea dovrebbe riuscire a contenere insieme queste esperienze. Al posto di tale fatica e di questi traumi storici abbiamo scelto la strada più facile e conveniente: la Shoah occupa, giustamente, il centro morale del Novecento. Abbiamo completamente rimosso il prezzo sovietico della vittoria come se fosse materiale propagandistico russo. Non è così.

Quella rimozione produce un’assurdità che ha molte ripercussioni anche sulla guerra attuale, quella che rischia di scaraventarci nella terza guerra mondiale, o peggio, nell’ultima guerra. L’Europa celebra la liberazione di Auschwitz facendo finta di non conoscere l’identità politica dell’esercito che vi arrivò. Rendiamo omaggio alle vittime del nazismo e trattiamo come una nota a piè di pagina il Paese nel quale il progetto nazista uccise più esseri umani.

In Italia aggiungiamo una piccola acrobazia nazionale: ricordiamo con pietà i soldati mandati da Mussolini sul Don, mentre le persone invase e uccise sembrano non esistere. Ribaltiamo talmente tanto la storia che il fascismo diventa una disgrazia capitata agli italiani, anziché un fenomeno caldeggiato dal popolo italiano che portò la disgrazia anche altrove (e siamo governati dai nostalgici di tutto questo).

La storia dentro il sistema nervoso della politica

Un popolo, preso alla lettera, non ha un unico cervello. Ovvio che milioni di persone non hanno tutte la stessa mente. Il trauma collettivo, però, agisce attraverso mezzi più concreti e la psiche li assorbe, li attinge dall’inconscio collettivo, come le assenze familiari, i libri scolastici, insieme alle ricorrenze pubbliche e anche alle dottrine di sicurezza sviluppatesi dopo la catastrofe.

Jeffrey C. Alexander ha mostrato come un trauma culturale venga costruito socialmente attraverso racconti condivisi e istituzioni. Vamik Volkan ha chiamato «trauma scelto» la rappresentazione comune di una catastrofe subita dagli antenati, capace di riemergere nei momenti percepiti come minacciosi. «Scelto» nel senso di una selezione del ricordo, lontanissima dall’idea di piacere per ciò che accadde.

La Grande guerra patriottica occupa in Russia questo posto. Quasi tutte le famiglie conservano un morto oppure un disperso; moltissime altre custodiscono il racconto di un superstite. La commemorazione del 9 maggio riunisce il lutto privato alla potenza statale.

La storiografia sulla Russia post-sovietica ha documentato l’uso crescente della vittoria da parte del Cremlino, fino alla sacralizzazione politica dell’esercito e all’accusa di nazismo rivolta agli avversari. La formula della «denazificazione» impiegata per l’Ucraina appartiene a questo scenario. Questo scenario è in parte confermato da battaglioni ucraini che si rifanno al nazismo.

Togliere ai russi la legittimità del trauma aiuta senza dubbio il governo di Putin. Quando un cittadino russo, dopo quello che ha vissuto con la sua famiglia, sente un presidente europeo accostare l’azione del suo Paese al Terzo Reich, il Cremlino riceve un dono grandissimo. Può indicare l’Occidente e dire, non senza una certa ragione: vedete, hanno cancellato i vostri nonni, la loro memoria comincia e finisce dove serve ai loro interessi. Il cittadino può anche detestare Putin, ma mai quanto coloro che ne cancellano il sacrificio e gli recano oltraggio. Le due reazioni convivono senza difficoltà.

Vi ricordo, tra l’altro, che il 5 febbraio 2025 Sergio Mattarella pronunciò all’Università di Marsiglia un discorso sull’ordine internazionale. Dopo aver ricordato il progetto di conquista del Terzo Reich, aggiunse: «L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura».

Il Presidente della Repubblica parlava dell’aggressione, ma lasciò intendere, in modo ambiguo, un accostamento storicamente sconsiderato. Il Paese erede della quota maggiore del sacrificio sovietico viene collocato nella stessa posizione del suo sterminatore, senza una riga sul trauma che quella scelta lessicale avrebbe inevitabilmente toccato.

Sei milioni ricordati, ventisette milioni rimossi

La differenza diventa evidente quando volgiamo lo sguardo verso Israele. Sei milioni di ebrei furono assassinati nella Shoah. La cifra indica uno sterminio fondato sull’identità, organizzato dallo Stato nazista con la collaborazione di governi e apparati europei.

Nulla giustifica una gara fra vittime. Proprio l’uguaglianza del valore umano rende scandalosa la graduatoria politica della memoria.

Da decenni (Nakba inclusa) le cancellerie occidentali leggono la sicurezza israeliana dentro la catastrofe ebraica. Nel 2008 Angela Merkel dichiarò alla Knesset che la responsabilità storica della Germania per la sicurezza di Israele appartiene alla ragion di Stato tedesca e che tale sicurezza resta fuori da ogni negoziato.

La frase ebbe, inevitabilmente, conseguenze materiali. Secondo il SIPRI, fra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 68 per cento delle importazioni israeliane di grandi sistemi d’arma e la Germania il 31 per cento.

Gli studi di Idith Zertal hanno ricostruito l’uso politico della Shoah nella formazione dell’identità nazionale israeliana. Daniel Bar-Tal ha esaminato il senso di accerchiamento e la memoria della vittimizzazione nelle società coinvolte in conflitti prolungati. Tali analisi spiegano come una paura storicamente fondata possa trasformarsi in principio permanente di sicurezza, talvolta anche in manie persecutorie e di identificazione con l’aggressore.

L’Europa accetta da tempo questo nesso psicologico. Lo cita per spiegare la dottrina militare israeliana e la centralità della deterrenza. Lo usa anche per leggere l’ossessione dei confini. La comprensione si è spesso dilatata fino a diventare una licenza per lasciar fare a Israele le stesse identiche cose che fecero i nazisti. E l’appoggio occidentale non è mai venuto meno.

La colpa europea per la Shoah finisce così scaricata sui palestinesi. Furono europei a perseguitare e sterminare gli ebrei, ma è una popolazione araba sottoposta a occupazione a ricevere oggi le conseguenze di una redenzione europea amministrata mediante lo sterminio.

Così al governo israeliano viene riconosciuto un passato che plasma la percezione del pericolo, persino dopo un genocidio di tre anni. Alla Russia invece il passato viene rimosso non appena entra nella discussione sulla NATO e sul Donbass, oppure sul rapporto strategico con l’Ucraina e sugli accordi di Minsk. Nel caso israeliano spiegare la paura dell’invasione araba viene considerato come «sensibilità storica». Nel caso russo diventa invece «propaganda filorussa».

Il confine dell’altro. La crisi dei missili di Cuba.

La crisi dei missili di Cuba resta un buon antidoto alla smemoratezza. Nell’ottobre 1962 gli Stati Uniti scoprirono missili nucleari sovietici a Cuba e portarono il mondo vicino alla guerra atomica. Washington considerava intollerabile la presenza di armi strategiche sovietiche a circa 150 chilometri dalla Florida.
L’accordo finale incluse il ritiro pubblico dei missili sovietici e, in forma riservata, la successiva rimozione dei Jupiter americani dalla Turchia; ricordiamo anche che missili dello stesso tipo erano stati dispiegati anche in Italia.

Immaginiamo un grande paese sudamericano, legato militarmente alla Cina e confinante con gli USA, ma armato da Pechino. Il governo di quel paese annuncia poi l’ingresso in un’alleanza militare formalizzata. Immaginiamo esercitazioni cinesi oltre il Rio Grande.

La storia dell’America latina e la crisi di Cuba rendono poco credibile l’idea di una Washington contemplativa, affidata al diritto dei trattati e alla libertà sovrana del vicino. Gli USA non avrebbero solo invaso il paese: lo avrebbero raso al suolo o, peggio, cancellato dalla faccia della terra.

Con questo non sto dicendo che la Russia avesse il diritto di invadere l’Ucraina. L’Ucraina è uno Stato sovrano e sceglie le proprie alleanze. Ma è altresì ovvio che la risposta strategica riguarda un altro piano. Una scelta legalmente libera (e libera non lo è stata e sappiamo tutti il perché) può essere percepita come minaccia da una grande potenza e produrre una reazione brutale.

Confondere questi due piani ha lasciato l’Europa moralmente soddisfatta e materialmente esposta. Nel 1990 diversi dirigenti occidentali offrirono a Michail Gorbaciov assicurazioni verbali sulla futura postura della NATO durante i negoziati per la riunificazione tedesca. L’estensione e il significato di quelle assicurazioni restano discussi; nessun trattato generale vietò in seguito l’allargamento a est.

Nel 2008, però, la dichiarazione del vertice NATO di Bucarest stabilì che Ucraina e Georgia «diventeranno membri» dell’Alleanza. Pochi mesi prima William Burns, allora ambasciatore statunitense a Mosca e futuro direttore della CIA, aveva scritto in un cablogramma che l’ingresso ucraino costituiva la più netta linea rossa per l’intera classe dirigente russa, oltre la cerchia di Putin.

George Kennan aveva già definito l’allargamento una decisione destinata ad alimentare nazionalismo e militarismo russi. Il Cremlino scelse la guerra e se ne porterà dietro la responsabilità della scelta. Ma anche chi costruì per anni le condizioni del conflitto (non solo la CIA, ma anche i governi europei conniventi e la stampa) deve rispondere della propria complicità.

I fatti scomodi e le esagerazioni utili

Abbiamo gli accordi di Minsk che avevano dato all’Ucraina tempo per rafforzarsi; François Hollande sostenne che quegli accordi avevano fermato l’avanzata russa e permesso a Kiev di consolidare le proprie capacità. Fu un inganno? Non sta a me dirlo.

Poi c’è il Nord Stream. Nel luglio 2026 i procuratori federali tedeschi hanno incriminato l’ex ufficiale ucraino Serhii K., accusandolo di avere guidato il gruppo che compì il sabotaggio del 2022 per conto di entità statali ucraine. Un secondo cittadino ucraino è stato arrestato in Croazia nell’agosto 2026 su mandato europeo.

La risposta politica europea appare straordinariamente contenuta rispetto alla distruzione di una delle principali infrastrutture energetiche continentali. Tale contenimento suggerisce una gerarchia degli interessi nella quale il rapporto atlantico prevale sulla richiesta pubblica di piena responsabilità. Sappiamo che gli USA temevano un’alleanza russo-tedesca.

Seymour Hersh ha attribuito l’operazione agli Stati Uniti con l’appoggio norvegese, basandosi su una fonte anonima. Washington ovviamente ha negato.

Il numero dei morti.

Alla fine del 2025 il CSIS stimava fino a 1,8 milioni di perdite militari complessive dei due schieramenti, una categoria che tuttavia comprende morti, feriti e dispersi. Si può parlare di «oltre un milione di morti»? Le stime dei decessi militari restano nell’ordine delle centinaia di migliaia, con ampi margini d’incertezza.

L’ONU aveva verificato almeno 16.431 civili uccisi in Ucraina dal febbraio 2022 alla fine di giugno 2026 e avvertiva che il totale reale era superiore. A metà 2026 l’UNHCR contava circa 5,7 milioni di rifugiati ucraini all’estero e quasi 3,9 milioni di sfollati interni. Già queste cifre bastano a descrivere una catastrofe.

Nel frattempo l’Europa trasforma l’angoscia in denaro. Era questo il piano fin dall’inizio? Di questa classe dirigente criminale, non diversa dal Cremlino?

Il piano Readiness 2030 della Commissione europea punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa; lo strumento SAFE vale 150 miliardi di prestiti. Al vertice dell’Aia del 2025, gli Stati NATO hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5 per cento del PIL alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza.

Si arriva così al «paradosso della sicurezza». La Russia riceve attacchi sul territorio e alimenta la spirale con la propria economia di guerra e con minacce nucleari. I governi europei rispondono accelerando. Ai cittadini arriva un fatto compiuto e dovranno considerarlo inevitabile. Somiglia molto al Covid, vero?

Per decenni la cooperazione energetica fra Europa e Russia aveva creato interessi comuni. La sua distruzione ha aumentato i costi europei e separato l’industria tedesca dall’energia russa. Mosca, nel frattempo, si è avvicinata a Pechino. Sarebbe onesto chiedere ai popoli europei se intendano pagare questo prezzo per ora solo economico, ma presto potrebbe costare vite. Chi domanda quali interessi europei siano in gioco viene accusato di lavorare per il Cremlino.

Con Israele l’Europa dimostra di conoscere perfettamente il modo in cui una catastrofe agisce sulle generazioni e finisce per determinare la percezione della sicurezza. La Shoah spiega una parte della paura israeliana dell’annientamento, anche se ormai siamo andati oltre ogni canone e siamo, come dicevo prima, all’identificazione con l’aggressore.

I sei milioni di ebrei assassinati, però, non hanno consegnato a nessun governo una procura eterna sul presente, né un titolo di proprietà sulla terra palestinese. Il trauma ci può in parte spiegare una certa condotta, ma non giustifica nulla.

Per la Russia dovrebbe valere lo stesso criterio. I 26 o 27 milioni di morti sovietici, fra i quali anche milioni di ucraini, spiegano la centralità quasi ossessiva che la sicurezza dei confini conserva nella cultura politica russa, specie con la NATO a un passo.

Questa eredità non assolve l’invasione dell’Ucraina, però c’è e ci fa comprendere che per la Russia la NATO al confine è una minaccia esistenziale e non dimentichiamo che la Russia ha più di 6.000 atomiche e una dottrina nucleare in evoluzione. Che poi è esattamente ciò che facciamo da decenni quando cerchiamo di comprendere (e in questo caso giustificare e farci complici di) Israele.

Sembra invece che soltanto gli alleati abbiano una storia e abbiano sofferto. Non è così, né per litri di sangue versato, né per ragioni storiche.

* dal suo Substack

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *