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La paura come bene di prima necessità

Michael Moore ci aveva trattati fin troppo bene in Bowling a Columbine. Ricordate la scena del serpente? Una voce alla radio dice che è spuntata una biscia nella cucina d’una casalinga in Kansas e, tempo cinque minuti, l’intera contea si precipita al supermercato ad acquistare tre tonnellate di piombo e fucili d’assalto per difendere il focolare. Ridevamo. Oddio, quanto ridevamo.

Ci sentivamo colti, sofisticati, al sicuro dietro duemila anni di filosofia e diplomazia. Guardavamo quegli americani nevrotici con la condiscendenza che si riserva ai bambini stupidi: “Poveretti, sono nati in un Paese senza storia, hanno bisogno dei mostri sotto il letto per sentirsi vivi.”

Che imbecilli che eravamo. Non avevamo capito che quello non era un documentario sulle bizzarrie d’oltreoceano, ma il catalogo promozionale del nostro futuro. Perché la paura, quella vera, industriale, non è una disgrazia. È una merce. E noi europei, da perfetti provinciali affamati di omologazione, eravamo lì a sbavare in attesa che arrivasse il nostro turno per essere terrorizzati a norma di legge.

Ed è arrivato. Con la grazia di un impresario di pompe funebri vestito da statista, ecco monsieur Macron che s’affaccia alla televisione e, con lo sguardo grave di chi ha appena scoperto l’apocalisse nel tinello, promulga il nuovo dogma: “Nessuno è al riparo“. Che meraviglioso capolavoro di sadismo pedagogico. Che sottile, elegantissimo invito alla vigliaccheria di massa.

Nessuno è al riparo, capito? Dunque, tremate. Guardate sotto il letto prima di coricarvi, scrutate le nuvole in cerca di droni nemici, diffidate del vicino che legge la letteratura russa o del gatto che guarda troppo fisso verso est.

Gli Stati Uniti vivono in uno stato di guerra permanente per una ragione chiarissima: la guerra è il loro unico antidepressivo di massa. Se smettono di temere un nemico, devono guardarsi allo specchio, ed è un’esperienza che non raccomandano a nessuno. E noi, con il servilismo cieco dei cagnolini d’allevamento, stiamo importando esattamente la stessa psicosi.

Ci stanno americanizzando il cervello, togliendoci l’unica cosa che ci rendeva vagamente civili: la capacità di pensare prima di urlare.

Un tempo il potere doveva faticare per sottomettere i popoli: servivano le catene, i manganelli, la censura spietata. Oggi il potere ha scoperto un trucco immensamente più economico e democratico: basta spaventarti. Ti dice che il mostro sta arrivando, ti mostra un paio di diapositive ben montate, e sei tu stesso a implorarlo di chiuderti a chiave, di tracciare le tue telefonate, di prosciugarti lo stipendio per comprare armi e di toglierti la parola pur di essere “protetto“.

La verità più sgradevole è che la paura ci piace. Ci assolve. Se il mondo sta per finire, non siamo più tenuti a pensare, a costruire, a pretendere un salario decente o una sanità che funzioni. L’emergenza permanente cancella la miseria del nostro quotidiano e ci fa sentire tragici, importanti, protagonisti di un film d’azione.

Siamo passati dall’Illuminismo al buio pesto, e la cosa più ripugnante è che ci troviamo benissimo. Ci siamo fatti convincere che l’unica alternativa alla guerra sia la resa, e che l’unica forma di prudenza sia il panico collettivo. Un tempo dicevamo “Penso, dunque sono”. Poi siamo passati a “Consumo, dunque sono“. Oggi siamo finalmente arrivati al capolavoro finale: “Ho paura, dunque ubbidisco“.

E la domanda che resta, quella vera, non è se la bomba ci cadrà sulla testa domani. La domanda è: se per salvarti la pelle ti sei già venduto la dignità, il dubbio e il cervello.. esattamente, che cosa stai cercando di salvare?

* da Facebook

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