“Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”
In questi giorni, compreso quello di oggi, la Calabria è invasa da agricoltori, autotrasportatori, da piccole imprese edili, questa mattina si è allargata anche ai pescatori, con al seguito le famiglie, da alunni, accompagnati dagli insegnanti com’è avvenuto a Davoli (comune litorale del Basso Jonio Catanzarese) e da tanti cittadini che sentono sulla loro pelle la morsa della crisi che galoppa e fa registrare una inflazione +4,2% a settembre, su base annua. Giusto per dare un dato nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.
Nei presidi dove siamo stati presenti, come quello di Davoli, non c’erano solo uomini, ma anche e soprattutto, donne con il loro protagonismo a urlare l’impossibilità di fare fronte all’aumento del carburante, alle bollette, alla spesa quotidiana, al pagamento dei ticket sulle visite specialistiche e ambulatoriali aumentati del 6% nel mese di settembre.
Mentre sul versante salariale si registra la perdita del potere d’acquisto tra il 1990 e il 2025. Infatti, il salario reale medio in Italia è diminuito del 2%. A livello internazionale nello stesso arco di tempo, i salari reali sono cresciuti del +35% in Germania e Francia, del +16% in Spagna, del +36% nella media OCSE, del +47% nel Regno Unito e del +53% negli Stati Uniti.
Se prendiamo in considerazione solamente lo stato in cui versa il settore agricolo in Italia ed in particolare in Calabria, la narrazione tossica della “Calabria Straordinaria” di Occhiuto e Gallo (mister 30mila preferenze) svanisce. Nel 2010 le aziende agricole erano 137 mila, nel 2020 95 mila, 80 mila nel 2026: 41% di aziende chiuso in 16 anni !!!!, il 98% delle aziende è individuale o familiare con, mediamente, 5,5 ettari di terra utilizzata, nel 2026 in seguito ai due cicloni che hanno colpito la Calabria 3000 ettari di terra sono scomparsi.
Questi sono i numeri dell’agricoltura calabrese soffocata dagli aumenti del carburante, dei fertilizzanti, dai prezzi dei prodotti che vengono pagati a qualche centesimo mentre nei supermercati li troviamo a 2/3 euro.
Questi sono i problemi mentre la Regione Calabria spende e spande in fiere, regala soldi a Verona per il Vinitaly mentre non paga i ristori che dovrebbe pagare in seguito ai due cicloni: la Regione tace, Gianluca Gallo dichiara “faremo” ed Occhiuto gioca a fare lo statista.
COSTI IN AUMENTO
Il settore agricolo sta affrontando una crisi profonda legata alla “forbice” economica, caratterizzata da un’impennata dei costi di produzione a fronte di un crollo dei prezzi di vendita riconosciuti ai produttori.
Secondo i dati diffusi da organizzazioni agricole ed Eurostat, la spesa complessiva a carico delle aziende per coltivare un ettaro di terreno è quasi raddoppiata negli ultimi anni.
I rincari hanno colpito in modo trasversale tutti i principali fattori produttivi dell’azienda agricola:
• Carburanti ed energia (+22%): Il gasolio agricolo ha subito fiammate costanti. Se prima del 2020 si attestava sui 0,48 – 0,70 €/litro, ha raggiunto picchi compresi tra 1,30 e 1,70 €/litro, con incrementi che superano il 140% rispetto ai livelli pre-crisi. Questo pesa enormemente sulle lavorazioni dei terreni, la semina e i raccolti.
• Fertilizzanti e concimi (+13,4%): I prodotti per la nutrizione dei suoli (in particolare l’urea e i concimi complessi) registrano aumenti compresi tra il 40% e il 100%. Ad esempio, l’urea è passata da una base storica di 300 €/tonnellata a punte di 550-680 €/tonnellata.
• Gestione idrica e servizi (+43%): Nonostante le tariffe fisse dell’acqua siano rimaste stabili in diverse regioni, l’infrastruttura e i sistemi di pompaggio legati all’energia hanno fatto schizzare i costi di approvvigionamento per l’irrigazione.
State tranquilli: secondo i media locali e questi cosiddetti statisti, tutto procede a meraviglia. La Calabria è in crescita e stiamo vivendo un’epoca d’oro, un po’ come accadeva in Francia sotto la monarchia… solo che al posto delle brioche ci offrono racconti trionfalistici. Del resto, anche le brioche sono aumentate.
Lo stanziamento di 15 milioni di euro di Occhiuto rappresenta il massimo che la regione può fare, come ha dichiarato. Come sappiamo, poiché vanno divisi tra agricoltori, autotrasportatori e famiglie, il risultato è una miseria rispetto all’entità del problema, che di fatto certifica l’inadeguatezza di un governo regionale davanti ad una crisi che sta mettendo in ginocchio imprese e famiglie calabresi.
IL PARADOSSO DEI PREZZI: LA FORBICE SI ALLARGA
Mentre produrre costa di più, i ricavi per le aziende agricole sono in forte diminuzione. Si parla di veri e propri “prezzi da fame” sul campo a fronte di scaffali sempre più cari per i consumatori:
• Grano: Il valore economico riconosciuto ai produttori è crollato del 48%.
• Latte: Le quotazioni europee hanno registrato un calo del 16,6%.
• Vino e Uva: Molte cantine ritirano il prodotto “senza prezzo” prefissato a causa delle difficoltà di vendita del vino fermo sul mercato.
In Italia, ad agosto 2026, l’indice Ismea dei prezzi agricoli all’origine è inferiore dell’8,2% rispetto all’anno precedente, schiacciando i margini delle aziende tra costi di produzione elevati e ricavi insufficienti.
Situazione per comparto (dati Ismea, agosto 2026)
• Frutta: -16,6% • Latte e derivati bovini: -14,9% • Vino: -10,8% • Cereali: -9,3% • Suini: -17,2% • Ortaggi: +15% (unico comparto in crescita)
Criticità principali
• Olio d’oliva: Il prezzo all’origine è sceso drasticamente fino a circa 4 euro al litro in alcune zone (come in Puglia), portando i produttori allo stremo.
• Misure governative contestate: Gli interventi statali, come i 40 milioni di euro stanziati tramite la cambiale agricola, vengono giudicati dalle associazioni di categoria ampiamente insufficienti a compensare le perdite delle imprese.
EVENTI CLIMATICI SEMPRE PIÙ FREQUENTI DANNEGGIANO L’AGRICOLTURA
Gli eventi climatici estremi (come siccità, grandinate, alluvioni e ondate di calore) colpiscono quasi il 68% delle aziende agricole italiane negli ultimi tre anni, provocando oltre 20 miliardi di euro di danni in quattro anni.
Principali impatti sul settore
Fenomeni estremi: Grandine, nubifragi, tempeste e caldo record danneggiano i raccolti e le strutture rurali.
Crisi idrica e siccità: La scarsità d’acqua e lo scioglimento anticipato delle nevi riducono le rese di cereali, mais, riso e ortofrutta.
Alterazione dei cicli e parassiti: L’aumento delle temperature altera la fioritura delle piante e favorisce la diffusione di insetti alieni e fitopatologie.
Perdite economiche: I danni stimati da associazioni di categoria superano in alcune stagioni i 3 miliardi di euro all’anno, con cali produttivi fino all’80% per specifiche colture locali.
LA SCARSA AGGREGAZIONE
La frammentazione e la scarsa aggregazione rappresentano uno dei principali limiti strutturali del settore agricolo italiano, riducendo la competitività delle aziende sui mercati internazionali e la loro forza contrattuale all’interno della filiera alimentare.
Ecco un’analisi sintetica delle cause, delle conseguenze e delle possibili soluzioni a questo problema.
Il quadro della situazione
• Dimensione aziendale ridotta: La superficie agricola utilizzata (SAU) media per azienda in Italia è storicamente molto bassa (circa 11 ettari), ben al di sotto della media europea e di competitor come Francia o Germania.
• Individualismo culturale: Vi è una diffusa resistenza storica da parte degli imprenditori agricoli a fare rete o a cedere parte della propria autonomia gestionale.
• Polverizzazione fondiaria: Molti terreni sono divisi in piccoli appezzamenti distanti tra loro, il che rende inefficienti le lavorazioni meccaniche.
• Debolezza contrattuale: Le singole micro-aziende non hanno potere di negoziazione di fronte alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e alle multinazionali dell’agroindustria, subendo spesso prezzi imposti.
• Mancanza di economie di scala: I costi di produzione (sementi, concimi, energia, macchinari) rimangono elevati perché non si beneficia degli acquisti collettivi.
• Barriere all’innovazione: Le piccole realtà non hanno la liquidità necessaria per investire in tecnologie costose come l’agricoltura 4.0, i droni o i sistemi di irrigazione intelligenti.
• Difficoltà di internazionalizzazione: I piccoli produttori non riescono a garantire i volumi costanti e gli standard logistici richiesti dai mercati esteri.
Per favorire l’aggregazione, il settore agroalimentare si affida a diversi modelli giuridici ed economici:
• Organizzazioni di Produttori e Cooperative: Permettono di concentrare l’offerta e pianificare la produzione, migliorando la commercializzazione e l’accesso ai fondi europei.
• Contratti di Rete: Consentono alle imprese di collaborare su progetti specifici (es. acquisto di un macchinario comune o promozione all’estero) senza perdere la propria indipendenza giuridica.
• Filiere integrate e Contratti di Filiera: Accordi stringenti tra la parte agricola, quella di trasformazione e la distribuzione per garantire un prezzo equo e tracciabilità.
• Agricoltura digitale (piattaforme di logistica): L’uso di software condivisi per gestire la logistica e la distribuzione in modo aggregato, anche tra produttori distanti.
CHI GUIDA LA PROTESTA?
Nel corso di questi mesi Giancarlo Greco è riuscito a costruire una rete di agricoltori promuovendo attraverso il Movimento Popolare Nazionale (MPN) un’imponente e capillare protesta, che ha visto come protagonisti una miriade di sigle locali del comparto agricolo, tra cui Popolo di Calabria, Movimento Territorio e Agricoltura, Gda Associazione Tutela Agricoltori, Gruppo Agricoltori del Crotonese e Comitati Riuniti Agricoli – Cittadini Italiani, con la mobilitazione “L’Italia scende in piazza”, che ha avuto il suo culmine nella manifestazione nazionale organizzata a Cosenza per il 10 ottobre 2026. Giancarlo Greco esponente di rilievo nazionale nei settori della sanità privata e dell’agricoltura, fratello di Filomena Greco, consigliera regionale di Italia Viva.
A lui si affianca Antonio Zangari, “Gigante buono e uomo del Pianto” condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a 1.500 euro di multa nel maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium. Il Tribunale non ha ritenuto provata alcuna agevolazione mafiosa a suo carico.
In questo contesto di crescente mobilitazione la sottosegretaria agli interni Wanda Ferro (FdL) non trova di meglio che evocare una presunta interferenza della criminalità nelle proteste, senza chiarire nulla, con l’evidente tentativo di far passare tutte e tutti coloro che manifestano come affiliati alla ‘ndrangheta.
Fino ad arrivare alle contestazioni nei confronti del Vice Presidente della Giunta regionale Filippo Mancuso avvenuto a Davoli e costretto a lasciare la riunione accompagnato dalle forze dell’ordine.
CHE FARE?
Questa è una mobilitazione, che pur tra mille contraddizioni a partire da chi la inizialmente organizzata, che mette in seria crisi il rapporto tra l’elettorato, soprattutto quello legato all’agricoltura con i suoi capibastone, e il centro destra calabrese ed in particolare tra Occhiuto e il suo Assessore all’Agricoltura Gallo, nonostante la vittoria alle elezioni suppletive della Camera dei deputati per il collegio di Reggio Calabria-Locri, che registra un’affluenza del 22,34%. Quasi l’80% degli aventi diritto non si è recata alle urne.
Noi su questo elemento e sulla gravità e vastità della crisi dobbiamo puntare, per far sì che il nostro radicamento si concretizzi; praticare in sostanza il concetto gramsciano di “egemonia”, agire per modificare lo “stato di cose presenti” che “purtroppo” spesso non si conosce.
Dobbiamo avere la capacità di far scoppiare le contraddizioni “saper stare nelle pieghe della società”, avremmo detto nel ‘900. Ciò per una semplice ragione che sta nel fatto che gli spazi lasciati liberi saranno gli altri ad occuparli. Comprendo che non ci troviamo difronte alla pur minima necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra “il proletariato industriale del Nord e le masse contadine del Mezzogiorno”, come Gramsci ci ha insegnato.
Non dobbiamo etichettare le piazze calabresi di destra o addirittura fasciste, se facessimo ciò commetteremmo un errore drammatico, perché lì c’è una gran parte di popolo che noi dobbiamo rappresentare. Dobbiamo essere alla testa di questa mobilitazione.
Dobbiamo avere la capacità di costruire un’alleanza con gli agricoltori e con tutti i soggetti che oggi stanno in piazza, con le lavoratrici e i lavoratori, i disoccupati e le disoccupate, le famiglie che stanno pagando il prezzo più alto di questa crisi, dell’economia di guerra e del riarmo voluto dall’Europa e da quasi tutti i partiti che siedono nel parlamento europeo.
*Potere al Popolo – Calabria
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Le proteste del ceto medio accumulatore
Il sud d’Italia è attraversato da parecchi giorni da blocchi stradali messi in atto da agricoltori, trasportatori e pescatori: vale a dire da tutto quel ceto medio accumulatore, i piccoli padroncini per intenderci. Spinti dalle leggi inesorabili del capitalismo, essi – ultima catena del sistema – sono costretti a lottare contro di esso per la propria sopravvivenza. Sono incazzati neri, non hanno più nulla da perdere, questo è chiaro.
Si trovano stretti, da un lato, tra lo sciacallaggio delle imprese di distribuzione che impongono prezzi di acquisto “da fame” – alle quali, fino ad ora, hanno potuto rispondere con lo sfruttamento di migliaia di immigrati, grazie alla complicità del sistema legislativo e di controllo dello Stato padrone. Immigrati costretti a lavorare per una manciata di centesimi, neppure sufficienti a garantirne la sopravvivenza, men che meno la riproduzione. Sono quelli che abbandonano davanti all’uscio di casa i loro schiavi vittime di incidenti sul lavoro – schiavi moderni, corrispondenti ai nuovi rapporti di produzione, dove il lavoratore non è più “proprietà” (perché se così fosse dovrebbero quantomeno tenere in massima considerazione la sua sopravvivenza), ma una merce sostituibile in ogni momento da migliaia di altri senza riserve. Dall’altro lato, sono schiacciati dall’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti, conseguenza della guerra che l’imperialismo dell’occidente collettivo – con il capobanda a stelle e strisce in prima fila, stretto nella sua crisi e nel suo inesorabile declino – ha dichiarato al resto del mondo.
Sanno di essere una minoranza debole, socialmente e politicamente. Coscienti di questa loro debolezza, chiamano alla lotta e alla solidarietà il resto della popolazione, i lavoratori salariati che con i loro miseri stipendi devono far fronte all’aumento dei prezzi. Invocano il loro sostegno non in quanto lavoratori – la classe e l’istinto di classe non sono acqua – ma in quanto consumatori. Sanno di essere “falliti” sia nella loro esistenza materiale che nella loro esistenza storica. Strappano le bandiere delle loro organizzazioni sindacali, complici delle “compatibilità” capitaliste. Si lamentano che le loro proteste siano ignorate dalla grande stampa e dalle televisioni.
Chiedono l’intervento del governo, il loro governo, quel governo liberal-fascista che hanno votato e che ora volta loro le spalle. Non ora: il loro governo non può dare loro ascolto, non può permettersi di distogliere dal riarmo risorse sempre più esigue. Vorrebbe, ma non può. Ed allora ecco farsi avanti il “transfugo” della destra, il generale Vannacci che, come da copione, si è assunto il compito di “accogliere” tutte le istanze populiste… fino alle prossime elezioni.
Nessuna illusione di poterli portare, in quanto classe, nel campo anticapitalista, ma esiste la possibilità concreta di poter suscitare il tradimento di classe da parte di alcuni di essi.
La storia si è messa a correre!
Pasquale
Va bene il progetto ‘egemone’, va bene il predominio culturale e delle idee che faccia conoscere a tutti una rinnovata visione Comunista che indirizzi eticamente e moralmente come il grande Gramsci insegna. Tuttavia non basta. Bisogna che da buoni Comunisti, unitamente a esso si costruisca, partendo dalla Calabria, un vero partito di “Avanguardia rivoluzionaria” di leniniana memoria, che educhi e istruisca alla Rivoluzione, che faccia da guida al movimento dei lavoratori e non lo lasci in mano alla borghesia imprenditoriale sfruttatrice. Solo così si potrà intraprendere un reale processo di trasformazione della società rapportandosi con gli altri compagni italiani e europei in un nuovo internazionalismo proletario. Non è un problema solo locale e neanche soltanto nazionale. In America non comanda il presidente così come i governi degli statarelli- satellite non li eleggono i popoli. I poteri forti, quelli economici che decidono il destino degli stati, a parte qualche rara eccezione, stanno correndo ai ripari scatenando guerre, genocidi e devastazioni dappertutto per dare nuovo carburante a un sistema capitalistico in crisi affinché sopravviva. E’ tempo di bandire chiacchiere, alleanze estemporanee e campi larghi. E’ giunta l’ora di una rinnovata marxiana ‘unità dei lavoratori di tutto il mondo’. E’ l’unica soluzione per un futuro di PACE.
Enrico
Sono In linea di massima d’accordo con l’articolo. Però teniamo presente che tra questi agricoltori ci sono tanti sfruttatori degli schiavi di oggidi’.E anche questo va denunciato a gran voce.,
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Robby
Una regione che storicamente si affida al centro destra, sta imparando a proprie spese l’incapacità dei loro governo di dare risposte concrete ai problema che l’ articolo espone in modo chiaro e condivisibile. Un’imprenditoria agricola individualista quindi lontana dai sistemi cooperativi e infine un’avversione consolidata nei confronti della sinistra per il timore che si affermi un sistema fiscale più incisivo. Quindi fatte le debite eccezioni la maggior parte di costoro subisce i danni di un sistema che hanno contribuito a costruire.