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I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade

Da Parigi. ll potere trema e distribuisce placebo. L’allocuzione televisiva del Primo Ministro Sébastien Lecornu, trasmessa con l’urgenza delle grandi crisi dall’Hôtel de Matignon [la sede del governo, ndr], ne è lo specchio fedele. Di fronte alla scossa sociale, l’esecutivo ha scelto la tattica del rinvio e dei proclami. Ma la realtà delle lotte non si cura della retorica ministeriale.

Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta

Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Provocare una riduzione automatica da 12 a 18 centesimi al litro alla pompa.

La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.

Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.

Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.

Banchi e bilanci

Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.

Da metà settembre, il movimento liceale blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta….

La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna“.

La reazione del fronte giovanile e dei sindacati dell’insegnamento è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta, rinviando al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese“. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.

Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.

I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.

La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione

L’allocuzione di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’”ultraviolenza urbana”.

Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati dalle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.

Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes

Perché questa fretta? Perché questa improvvisa promessa «energetica», perché attingere alle riserve strategiche del Paese?

La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.

L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile .

La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.

Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.

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1 Commento


  • Giovanni

    Lecornu scivola nella (sua) melma, la Meloni ci balla(essendo una soubrette..) ma viene tenuta ancora a galla da un’ opposizione parlamentare moscia e litigiosa….

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