Trump è stato vittima di un voto per vendetta, piuttosto trasversale a livello generazionale, ma marcato da quelle figure sociali che più subiscono l’attuale crisi economica, compresi molti suoi ex convinti elettori. Una crisi acuitasi con la scelta scellerata di aggredire, il 28 febbraio di quest’anno, la Repubblica Islamica dell’Iran (insieme a Israele) con l’operazione “Epic Fury”, una mossa che ha portato all’impennata dei costi dell’energia e a cascata il ritorno dell’inflazione in un contesto di stagnazione economica: quell’incubo che gli economisti definiscono stagflazione.
Come ha evidenziato il PEW Research Center, la crisi economica batte forte negli USA: “quasi metà degli americani ha problemi per pagare i bisogni primari”.
La ricerca rileva come i gruppi più soggetti a tale vulnerabilità siano afro-americani, latinos, donne, giovani e le persone non istruite, inclusa una fetta di classe operaia bianca che ha voltato le spalle a Trump e ai repubblicani per i quali aveva votato in massa appena due anni fa. Per alcune di queste figure, Trump ha rappresentato una “doppia minaccia” perché le sue politiche hanno attaccato sia le loro condizioni materiali sia messo in discussione le proprie garanzie con il proprio orientamento razzista, sessista e guerrafondaio.
Un’altra ricerca dello stesso istituto di indagini ha poi rivelato come ci fosse una percezione maggioritaria delle troppe diseguaglianze che caratterizzano il sistema nord-americano ma, a differenza del 2019, circa un quarto delle persone intervistate – erano il 14% quell’anno – ha affermato che: “il sistema economico dev’essere completamente ricostruito”. “Completamente ricostruito” quindi radicalmente cambiato.
E qui si incrociano due dati.
Da un lato nella sconfitta di Trump c’è il dato oggettivo della crisi economica, che si è innestata in un lungo processo di de-industrializzazione e restrizione delle garanzie anche per quella working class definita “classe media”.
Questa condizione, negli ultimi anni, era già riscontrabile nelle vertenze del settore automobilistico dell’UAW, dei Teamsters e dei portuali USA (ILWU e ILA).
Dall’altro all’interno delle opzioni in campo è emersa un’offerta politica differente rappresentata da candidati e candidate che hanno portato avanti proposte socialiste, o comunque progressiste, su una serie di tematiche legate al welfare particolarmente sentite dalla popolazione. Ma hanno anche avanzato opzioni politiche di più largo respiro come il contrasto al genocidio dei palestinesi, lo smantellamento dell’ICE, l’opposizione al “tecno-fascismo” degli oligarchi alla Musk e co., con una moltiplicazione dell’effetto “Bernie Sanders”.
Ben scavato vecchia talpa!
Si può ben affermare che non ci sarebbe stato questo successo dei democratici senza gli agitatori “socialisti”, cioè militanti dediti alla causa che si sono spesi anche nella rappresentanza politica sulle sacrosante battaglie sociali ed internazionaliste (contro il genocidio in Palestina, l’embargo a Cuba e l’aggressione all’Iran), e non ci sarebbe stato neanche senza quelle campagne di sensibilizzazione con candidati provenienti da un mondo altro e per certi versi avverso a quello dell’establishment democratico. Dei candidati, tra l’altro, rappresentativi della pluralità “nazionale” statunitense non-WASP: dai nativi fino alle comunità asiatiche, passando per gli arabo-americani ed i latinos.
Quindi chi attribuisce il loro successo ad un mix di carisma e telegenia o a campagne politiche senz’altro efficaci, coglie solo una parte della ragione della loro affermazione, perché questa va rintracciata nel processo di creazione di una nuova generazione di militanti risalente al lavoro di massa fatto tra il 2015-2016 per le primarie del partito democratico tra Hillary Clinton e l’outsider “socialista” Bernie Sanders, quando quest’ultimo ottenne a sorpresa più del 43% dei voti.
Il lavoro è poi continuato con le primarie delle elezioni presidenziali successive che portarono per puro caso a far si che l’establishment democratico puntasse su sleeping Joe Biden come exit strategy per sbarrare la strada proprio a Sanders.
Una generazione di militanti è cresciuta dentro i poderosi movimenti politico-sociali statunitensi, dal primo BlackLivesMatter durante il secondo mandato di Obama alle recenti lotte contro l’ICE, un movimento che è un prodotto anche della campagna Abolish ICE, la quale aveva visto, tra gli altri, i socialisti ora universalmente conosciuti, in prima fila già molti anni fa.

Questi militanti sono passati attraverso la nascita di “un nuovo movimento operaio” proprio dentro la crisi pandemica, un passaggio che fu l’ultima grande intuizione/esortazione del compianto compagno Mike Davis, uno dei maggiori marxisti militanti statunitensi di tutti i tempi.
Un passaggio sostanziato poi dal generoso sforzo di organizzazione in diversi settori del lavoro salariato: dalla logistica alla ristorazione, fino al lavoro mentale in ambito universitario, culturale d’intrattenimento e tecnologico.
Il relativo successo socialista è anche una sconfitta ideologica per un’amministrazione caratterizzatasi per un accesissimo neo-maccartismo che aveva individuato, non del tutto a torto, nel “comunismo” il suo principale nemico.
Certo quelle che vengono definite le kitchen-table concerns, ovvero le preoccupazioni materiali che caratterizzano le discussioni domestiche sui prezzi del carburante ed il costo della vita sono state importanti, ma i votanti hanno espresso un’ansietà crescente su una serie di questioni totalmente nuove come i data center, al centro di battaglie politiche importanti e di molti referendum nei singoli Stati, e l’intelligenza artificiale.
Ma pensiamo anche alle preoccupazioni per le operazioni dell’ICE, che in alcuni contesti è stato un fattore mobilitante a livello di dinamica sociale, o la stessa “complicità” degli USA nel genocidio palestinese.
Insomma se è doveroso mettere al centro i fattori economici della sconfitta di Trump, sarebbe sbagliato, ed economicista, farne l’unica cornice interpretativa.
People, not money
Non sono valsi a condizionare le elezioni ed orientare il voto neanche i “mila” miliardi di dollari spesi in questa competizione elettorale – la più costosa di sempre – da parte di magnati prevalentemente favorevoli ai repubblicani ma anche di alcuni “democratici moderati”.
Il più cospicuo investimento dei “megadonors” l’ha fatto Elon Musk che ha speso 446 milioni di dollari per sostenere candidati che poi hanno perso. Soldi buttati nel cesso, in tutti i sensi.
In tutto, tra i primi 20 megadonatori – tra cui bisogna annoverare anche i “democratici” Soros e Bloomberg – i repubblicani hanno speso 960 milioni (circa 1/10 di tutte le donazioni in assoluto), mentre i dem solo 389.
Sono importanti anche i profili dei finanziatori: 654 sono stati spesi dai magnati dell’industria High Tech, prevalentemente per i repubblicani, mentre poco meno di 200 da quelli bipartisan legati alle cripto-monete ed alla loro correlata finanza.
L’altro clamoroso fallimento, già dalle primarie, è stato quello della lobby sionista nel finanziare candidati anche tra i democratici, purché fossero al fianco di Israele senza se e senza ma.
Qui è interessante un altro studio del NYT/Sienna Pool che rivela come i 3/4 dei dichiaranti democratici prima di queste elezioni si fossero “opposti al supporto economico e militare ad Israele”.
I candidati democratici sono “spaccati” tra chi non vuole rinunciare all’alleanza con Tel Aviv e teme che le critiche nei confronti dello stato sionista fomentino l’”antisemitismo”, passando per coloro che si oppongono solo al governo uscente in Israele (Netanyahu), fino a quelli che parlano espressamente di genocidio e propugnano un’azione conseguente, cioè la fine del supporto statunitense ad Israele, vissuto come una minaccia più tra gli evangelici sionisti filo-trumpiani che non tra gli ebrei nord-americani.
In generale la propaganda elettorale delle lobby, ed i soldi che hanno sborsato, è contata di meno delle preoccupazioni materiali delle persone e della capacità di interpretarle da parte dei candidati e soprattutto non ha imposto, come altre volte, la propria visione del mondo.
Un mandato preciso in uno scenario incerto
Insomma, il prodotto Trump ha conosciuto una rapida obsolescenza nel mercato della politica statunitense, ma non è detto che i democratici statunitensi – al di là dell’azione di ostruzionismo del presidente – riescano a impegnarsi nel mandato che le classi popolari gli hanno dato, affidandogli un preciso compito con una netta e storica maggioranza come mai si era vista in una elezione da 50 anni a questa parte: migliorare la condizioni delle classi subalterne ed invertire il processo di torsione autoritaria sganciandosi da costose e controproducenti avventure belliche come sono stati il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan e ora l’Iran.
Per questo porre fine alla guerra economica (a suon di dazi) e a quella guerreggiata, le cui conseguenze si sono abbattute come un boomerang contro i Trump ed i repubblicani, sono alcune priorità che saranno al centro dello scontro se i democratici vorranno essere conseguenti con gli orientamenti dell’elettorato e quindi battagliare continuamente anziché traccheggiare nella palude parlamentare.
Indubbiamente questo farebbe aumentare la polarizzazione politica che è divenuta, e diventerà a questo punto, sempre più uno scontro ideologico e di classe.
Se questa fosse la postura, le presidenziali dei prossimi due anni potrebbero approfondire ancora di più il solco tra “l’America Profonda” ed il trumpismo. In caso contrario il Partito Repubblicano avrebbe più gioco a recuperare quel consenso che ora sembra irrimediabilmente dilapidato, magari scegliendo un candidato dal profilo diverso e moderando un po’ i toni da alt-right.
Bisogna ricordare che la post-Watergate Wave del 1974, seguita alle dimissioni di Nixon, sembravano avere marginalizzato i repubblicani, ma appena sei anni dopo, il Grand Old Party tornò alla presidenza dopo Carter con Ronald Reagan, e caratterizzò l’offensiva capitalista nell’ultimo decennio della Guerra Fredda nonché il modello economico di cui ora stiamo vedendo la fine.
Occorre dire con franchezza che la sconfitta del trumpismo apre una crisi politica anche all’interno del Partito Democratico rispetto agli interessi di classe che intende rappresentare – incompatibili con quelli che ha portato avanti fino ad ora il suo establishment, sagomato sui Soros e i Bloomberg – , mentre i brillanti risultati dei candidati “socialisti” certificano l’ascesa di un movimento politico che ha radici storiche nella cultura statunitense di massa del Novecento.
Che non nasce infatti con il simpatico vecchietto del Vermont, Bernie Sanders, o la carismatica portoricana Alexandra Ocasio Cortez, ma con gli immigrati socialisti provenienti dall’Europa già all’epoca della Prima Internazionale. Una cultura politica che si è radicalizzata sempre sulla spinta di contraddizioni interne (condizioni sociali, razzismo, sessismo) e avvenimenti esterni (guerre e processi di liberazione nazionale del terzo mondo) – esattamente come ora – e che potrebbe avere esiti inaspettati. Un vento che spiazza anche il vecchio establishment “dem”, come si è visto a Los Angeles (seconda città del paese, dopo New York)) dove la democratico-socialista Nithya Raman ha battuto la “dem” Karen Bass per la carica di sindaco.
D’altro lato, il ridimensionamento del consenso elettorale di Trump potrebbe avere come conseguenza una postura più offensiva da parte del suo zoccolo duro, specie nei confronti di chi viene considerato alla stregua di un nemico interno, come i “socialisti americani” o – per citare il profetico film Civil War di Alex Garland – contro tutto ciò che può rispondere in maniera sbagliata alla domanda: “Che tipo di americano sei?”.
Lì la “variante socialista” erano i maoisti di Portland!
Crisi del capitalismo predatorio e “variabile socialista”
In conclusione, negli Stati Uniti si potrebbe aprire una “fase inedita” di scontro politico dovuto a ragioni materiali dentro una potenza imperialista predatoria, come gli USA, che ha perso da tempo la propria capacità egemonica.
Gli Stati Uniti cercano di preservare il dominio per mantenere la propria rendita di posizione all’interno degli scambi finanziario-commerciali con la supremazia del dollaro, e mantenendo un ruolo di gendarme del capitalismo occidentale nella gerarchia dei rapporti internazionali grazie alla superiorità tecnologica ed al complesso militare-industriale.
Ma questa “lotta per la sopravvivenza come super-potenza” è possibile solo con un retroterra interno stabile e relativamente pacificato.
La vittoria nella Guerra Fredda, che ha permesso l’affermazione della cosiddetta ‘globalizzazione neo-liberista’ guidata dagli USA, appare sempre più una parentesi tra la crisi sistemica apertasi con lo shock petrolifero di metà anni Settanta e la vicenda dei mutui sub-prime del 2008, che portò al crollo di Lehman Brothers e dei mercati mondiali.
Da allora la crisi si è manifestata sempre più apertamente in differenti forme fenomeniche: con la folle gestione della pandemia (che recenti studi scientifici rilevano aver prodotto un quinto in più delle vittime ufficiali, comunque una cifra spaventosa), con il secondo movimento #BlackLivesMatter dopo l’uccisione di George Floyd (nel maggio 2020), con la fuga dall’Afghanistan dell’agosto 2021.
Ora l’emersione della “variante socialista”, come dopo la fine della Prima Guerra Mondiale che portò al Red Scare, dopo la crisi del ’29 e più recentemente negli anni Settanta – con l’ascesa del movimento contro la guerra in Vietnam – nonché con le lotte delle “nazioni oppresse” all’interno degli Stati Uniti e con la conflittualità operaia nel cuore del settore manifatturiero, rimette in moto la Storia, ma in un senso non più distopico.
Certo ora è più realisticamente visibile il sintomo di un fallimento ideologico che non una prospettiva praticabile e di massa, tranne forse all’interno di alcune amministrazioni locali, ma costituisci un fatto politico rilevante tenendo conto che si è tremendamente assottigliato lo strato delle “classi di mezzo” che garantivano l’egemonia politico-ideologica ed il consenso elettorale all’establishment, tanto repubblicano che democratico.
Allo stesso tempo, nello sviluppo delle forze produttive il mondo multipolare sta conseguendo avanzamenti maggiori rispetto agli USA, in una specie di “effetto Sputnik” moltiplicato che può far saltare – tra l’altro – la bolla speculativa intorno ai titoli tecnologici e all’AI.
Sarebbe, dopo la sconfitta strategica contro l’Iran, il fallimento più gravido di conseguenze per la borghesia predatoria statunitense. Oggi come ieri si dimostra che, come diceva Mao, “i reazionari sollevano massi per poi lasciarseli cadere sui piedi”.
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