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La guerra non piace, fatevene una ragione

Bisogna ammettere che Trump almeno un miracolo l’ha compiuto. In un sistema economico e politico che da 40 anni scontenta e impoverisce programmaticamente i popoli per soddisfare i mercati finanziari – imprese comprese, per la parte che giocano nelle quotazioni azionarie – è riuscito a contentare entrambe le parti contrapposte. Bisogna esser bravi, ammettiamolo…

La reazione di Wall Street ieri, dopo la certezza della sua catastrofica sconfitta – +3% il Dow Jones, solo +0,9 il Nasdaq, dove i titoli dell’Ai e delle piattaforme a lui vicine hanno zavorrato l’indice – mostra il bisogno dei “mercati” di vedere la fine della guerra all’Iran e la conseguente ripresa della “normalità” sui prezzi dei rifornimenti energetici.

Ovvio che questa “sintonia” tra popoli e mercati durerà un giorno, per poi riassestarsi sulla contrapposizione più dura. Ma anche questa singola giornata mostra che Trump non è più la soluzione ai problemi dell’imperialismo a trazione statunitense.

Serve altro, e il meno stupido della sua amministrazione – il vicepresidente, J.D. Vance – ha aperto subito le danze. I media di casa nostra riportano solo la sua formula più spendibile – “abbiamo perso a causa della guerra all’Iran” – ma il suo ragionamento è stato un po’ più articolato.

“Un sondaggista, una delle persone più intelligenti che conosco in politica, mi ha detto ieri che avremmo perso il voto popolare di 13 punti. Ero pessimista, ma persino io sono rimasto scioccato da questo risultato. Dai suoi sondaggi, ha visto che molti elettori di Trump del 2024 erano arrabbiati e intendevano votare per i democratici.

Ha chiesto agli elettori che ci avevano abbandonato cosa li avrebbe convinti a tornare dalla nostra parte. Le quattro risposte principali, che rappresentano quasi la totalità delle risposte, sono state: 1) Porre fine alla guerra 2) Concentrarsi sul costo della vita/inflazione 3) Mettere l’America al primo posto 4) Cambiare il nostro rapporto con Israele . I nostri elettori si sono presentati. E i quattro motivi sopra elencati sono il motivo per cui molti di loro hanno votato per i Democratici. Questo secondo un sondaggista che ha azzeccato i risultati.”

Si può criticare questa diagnosi perché chiaramente tutta interna al mondo statunitense, ma in fondo erano loro quelli da convincere. Ma nei suoi limiti coglie un punto fondamentale: il rapporto con Israele. Le quattro risposte degli elettori sono in fondo una sola, perché chiunque vede che quella guerra è stata voluta soprattutto da Tel Aviv (non solo da Netanyahu, ma dall’82% degli israeliani), che i prezzi dei carburanti sono esplosi per quel motivo mettendo “l’America” in una posizione subordinata e molto scomoda all’interno (del resto del mondo, notoriamente, “gli americani” se ne fregano).

Se n’era accorto anche lo stesso Trump, che all’ultimo minuto ha provato a vendere un cambio di atteggiamento, promettendo di annullare i 4 miliardi l’anno che vengono regalati all’entità sionista per mantenere un apparato militare straripante. Mossa troppo tardiva e limitata, ma il senso era quello che oggi appare indispensabile.

La divaricazione tra Vance e Trump non è comunque sull’”analisi”, ma sul giudizio da dare su quanto fatto e su quel che c’è da fare nell’immediato futuro.

E mentre il tycoon ottantenne continua a ripetere che “lo rifarebbe”, Vance – con la metà degli anni e una vita politica davanti, col problema di riconquistare un elettorato (cosa che ormai a Trump può risultare quasi indifferente) – è decisamente drastico:

“Se volete sostenere che ne è valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi 6 anni ne è valsa la pena, fatelo pure. Sostenete che è stato un prezzo che valeva la pena pagare. Che siate d’accordo o meno, almeno siate onesti. Ma tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi discussione onesta su dove andremo da qui in avanti deve partire da lì.”

E’ l’annuncio di una discussione strategica che si apre dentro l’amministrazione che va ben al di là del chiacchiericcio sul “licenzieranno Hegseth” (il demente messo a fare il ministro della guerra) e magari anche i generali al vertice (Brad Cooper ed altri). E rende di fatto meno probabile una ripresa in grande stile della guerra all’Iran, ma non esclude altri colpi di coda seguendo la vecchia illusione (israeliana) del “colpo rapido e definitivo” contro i capi di Tehran e qualche laboratorio nucleare.

Non c’è però da fare castelli in aria su un’America che “rinsavisce”. Due guerre in contemporanea sono semplicemente troppe da gestire con successo per una superpotenza in affanno, e quella in Medio Oriente – per le ricadute sui prezzi dell’energia – è solo quella più costosa e indigeribile.

I “democratici”, persino quelli “socialisti”, continuerebbero invece quella in Ucraina, il cui prezzo è comunque scaricato in gran parte sui tonti che guidano l’Unione Europea e tutti gli stati che la compongono.

Ma c’è una strategia da ripensare e forse anche l’idea di usare un’atomica tattica contro l’Iran non sembra più così affascinante. Specie dopo che da Mosca hanno fatto capire che, in quel caso, anche loro si sarebbero sentiti sciolti dai vecchi vincoli che ne proibiscono l’utilizzo. Un argomento più convincente dei soli valori morali, indubbiamente, per chi come i paesi occidentali, ha piazzato laggiù “consiglieri”, tecnici e informatici per supportare Kiev. E deve pure “rassicurare i mercati”…

La tendenza generale, vogliamo dire, non è diventata più “progressista” perché il tycoon ha preso uno sganassone memorabile. Tutto va ripensato, e da tutti i soggetti principali in campo.

Solo in Europa si prosegue con l’ormai scassato “pilota automatico” che spinge tutti i governi ad affamare i propri popoli, che infatti si stanno finalmente rivoltando quasi all’unisono e per le stesse ragioni (salario, occupazione, casa, salute, libertà e pace invece di riarmo, repressione e sacrifici).

Ma anche qui il gioco sta diventando scoperto. Si dice di vole fare una guerra alla Russia per “difendere la democrazia”, giusto? Poi quel banchiere prestato alla cancelleria del Reichstag (Merz) si distrae e ammette: “Se non fossi coinvolto in questo conflitto [in Ucraina, ndr], il mio indice di gradimento personale sarebbe migliore. Ma non ho alcuna intenzione di diventare l’idolo della nazione.” La democrazia “vale fino ad un certo punto“, avrebbe detto quell’altro genio italico.

Più o meno quel che si è lasciato scappare il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, dichiarando in un’intervista che non importa se l’opinione pubblica non è d’accordo con il sostegno militare dell’Italia all’Ucraina, perché quell’opinione in fondo non conta molto.

L’Occidente neoliberista va affondando e non riesce più a far convivere i “valori” che dichiara con le decisioni che deve prendere. Trump ha fatto un miracolo, probabile che si ripeta anche da queste parti…

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