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Il gesuita sopravvissuto: “sono riconciliato” con Bergoglio

Una pietra sul passato, da parte di un uomo e prete di 86 anni, che aspetta serenamente la fine. La Stampa di Torino lo ha quasi raggiunto nella sua ultima residenza – una comunità di gesuiti, Casa Manreza, a Dobogók, in Ungheria. Questo il testo della sua nota, pubblicata su un sisto di gesuiti tedeschi, in cui cerca di allontanare da sé definitivamente l’attenzione dei media e di attenuare le polemiche sul ruolo di Bergoglio al tempo della dittatura, soprattutto in relazione al proprio sequestro da parte dei militari golpisti. Comprensibile e diplomaticamente accorto.

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Il comunicato viene pubblicato nella tarda mattinata di ieri sull’home page di jesuiten.org, il sito dei gesuiti tedeschi: «Sono riconciliato con quegli eventi e per me la vicenda è conclusa – scrive il sacerdote, ricostruendo l’episodio del suo arresto ad opera della dittatura -. Vivevo dal 1957 a Buenos Aires e nel 1974, con il permesso dell’arcivescovo Aramburu e dell’allora padre provinciale Jorge Mario Bergoglio mi sono trasferito con un confratello in una favela. Noi due non avevamo contatti né con la giunta né con la guerriglia. Per la mancanza di informazioni di allora e per false informazioni fornite appositamente la nostra posizione era stata fraintesa anche nella chiesa. In quel periodo abbiamo perso il contatto con uno dei nostri collaboratori laici, che si era unito alla guerriglia. Dopo il suo arresto e il suo interrogatorio da parte dei militari della giunta, avvenuto nove mesi più tardi, questi ultimi hanno appreso che aveva collaborato con noi. Per questo siamo stati arrestati (…). Dopo un interrogatorio di cinque giorni, l’ufficiale che aveva condotto l’interrogatorio stesso, si è congedato con queste parole: “Padri, voi non avete colpe e mi impegnerò per farvi tornare nei quartieri poveri”.  

Nonostante quell’impegno restammo incarcerati, per noi inspiegabilmente, per altri 5 mesi, bendati e con le mani legate». Quanto alle polemiche di questi giorni, Jalics sembra volerne stare alla larga «Non posso prendere alcuna posizione riguardo al ruolo di Jorge Mario Bergoglio. Dopo la nostra liberazione ho lasciato l’Argentina. Solo anni dopo abbiamo avuto la possibilità di parlare di quegli avvenimenti con padre Bergoglio, che nel frattempo era stato nominato arcivescovo di Buenos Aires. Dopo quel colloquio abbiamo celebrato insieme una messa pubblica e ci siamo abbracciati solennemente. A papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio». 

da La Stampa

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1 Commento


  • pierpaolo savio

    Più che giusto, quanto dice questo padre. Il vero colpevole è quel loro collaboratore laico che si era unito alla guerriglia. Si deve scegliere: o fare i sacerdoti o fare i guerriglieri, indipendentemente dalle opinioni politiche. E’ una questione di coerenza, con buona pace per le varie “teologie della liberazione”, che magari di teologia hanno ben poco.
    Se uno vuol fare il guerrigliero, a suo rischio e pericolo, che lo faccia, ma facendo il religioso (o anche il collaboratore laico) e il guerrigliero si finisce per mettere nei guai chi ha fatto una scelta diversa: quella di fare solo il religioso.

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