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Troppe “tempeste perfette”

I limiti del capitalismo evidenzati dai “marxisti” sono notoriamente due: il lavoro salariato (che, quando è forte, cerca di aumentare il livello del salario erodendo quote di profitto) e il capitale stesso, produttore delle proprie stesse crisi di sovrapproduzione.

Marx, dal canto suo, ne aveva sottolineato con forza un terzo: “la terra”, intendendo esplicitamente con questo termine tutte le “risorse naturali non riproducibili” (ferro, carbone, petrolio, gas, minerali in genere; ma soprattutto terra coltivabile, acqua e aria). A segnalare questo limite, infatti aveva posto una “terza classe” percettrice di reddito capitalisticamente prodotto: “la rendita”. Argomento subito dimenticato dai “marxisti” e riemerso, inaspettatamente, con le prime evidenti crisi ambientali; e ora esploso con l’altrettanto evidente, progressivo, esaurimento di  molte risorse naturali non riproducibili, a cominciare dall’acqua e dal petrolio.

Questi ultimi anni, però ci stanno segnalando il moltiplicarsi di fenomeni naturali devastanti, tra siccità, alluvioni, tornado, uragani, cicloni, ecc.

Il ragionamento che vi proponiamo, tratto da http://www.quinterna.org, ci sembra particolarmente illuminante.

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Nel giro di un mese il clima “impazzito” ha causato una serie di fenomeni atmosferici atipici in tutto il mondo. In Francia, Germania, Olanda Svezia e Gran Bretagna, venti a 200 Km all’ora e piogge inusuali di tipo monsonico hanno provocato vittime e danni. Nelle Filippine un uragano di enorme potenza ha raso al suolo intere città lasciandosi dietro migliaia di morti. Negli Stati Uniti condizioni atmosferiche particolari hanno prodotto la formazione contemporanea di 81 cicloni che hanno devastato gli stati centrali. Poco prima in Somalia l’intero Puntland era stato devastato e allagato (paesi ricchi o poveri, il bestiame è sempre fra le vittime principali delle alluvioni: in Somalia sono annegati 100.000 capi, e l’economia di un paese di pastori è stata distrutta). In Sardegna un uragano di insolita potenza ha rovesciato in pochi minuti la quantità d’acqua che normalmente cade in sei mesi.

Differenze di temperatura fra zone della Terra determinano la convergenza di venti dai nomi mai sentiti dai profani, come “corrente isallobarica”, in grado di raggiungere la velocità di 360 Km all’ora. In tali condizioni non solo vi sono vittime e danni ma si blocca tutto, dalle ferrovie agli aeroporti, dalle centrali elettriche alle fabbriche, dalla circolazione stradale alle scuole. Ovviamente i danni sono maggiori dove c’è molto da distruggere, come insegnano gli uragani Katrina e Sandy che hanno devastato la costa orientale degli Stati Uniti negli anni scorsi.

Fino a poco tempo fa, le catastrofi da vento e pioggia, gli uragani, i tornado, i tifoni, si scaricavano su zone tropicali, dove le differenze di temperatura e le variazioni di altri parametri sono all’ordine del giorno. Il più delle volte erano una tragedia per poveri cristi che vivono in baraccopoli, zone soggette ad alluvioni, qualche volta al di sotto del livello del mare, come in Bangladesh. Adesso le cose stanno cambiando, e sembra che l’andamento sia quello previsto dai teorici del global warming, per cui tutti i paesi verranno colpiti, non solo quelli che lo erano tradizionalmente o sporadicamente. Ma un conto è l’uragano che si abbatte su una popolazione povera che vive di poco, in case facilmente ricostruibili con i rottami di quelle devastate, che a loro volta erano già costruite così; un altro conto l’uragano che si scatena su zone con alta densità di capitale per Kmq, con conseguente concentrazione di capitale fisso e di ogni valore passibile di distruzione, dalle case ai beni durevoli come le automobili, dalle infrastrutture all’agricoltura intensiva (persino le navi sono a volte strappate dagli ormeggi e scaraventate in terraferma). Della Somalia, paese ormai inesistente e dimenticato, non ha parlato nessuno, abbiamo ricavato la notizia da una comunicazione di Greenpace. Ma c’è da chiedersi che cosa succederebbe, non solo a livello mediatico, se si abbattesse su New York un uragano della stessa potenza di quello che ha colpito le Filippine, o con danni sull’economia percentualmente paragonabili a quelli subiti dalla Somalia. La situazione in cui versa il capitalismo non permette più di trasformare le catastrofi in una sferzata ricostruttiva che mette in moto i parametri con cui si calcola il famigerato PIL. Ormai anche le ricostruzioni avverrebbero in deficit spending, cioè a debito privato e pubblico, che non sarebbe normale anticipo di capitale per ottenere risultati in seguito con “effetto moltiplicatore”, ma semplice somma sul debito che già s’è accumulato.

 

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