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Le regioni più ricche sono quelle a maggiore rischio ambientale

Sembra un paradosso, ma le regioni italiane più ricche (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) sono anche quelle più vulnerabili ai rischi ambientali e dei cambiamenti climatici.

A rivelarlo è un data base elaborato dalla società Xdi (Cross Dependency Initiative). L’analisi della  Xdi dal titolo ‘Gross Domestic Climate Risk’ ha messo a confronto oltre 2.600 regioni (o altre entità substatali) di tutto il mondo in base alle proiezioni dei danni agli edifici e alle proprietà causati da eventi estremi individuando la vulnerabilità dei centri economici.

I rischi principali che causano danni nelle regioni prese in esame in Europa sono le inondazioni ed  otto pericoli climatici estremi ossia caldo estremo, incendi boschivi, movimenti del suolo (legati alla siccità), vento estremo e congelamento.

Il confronto del rischio fisico in relazione al clima per il 2050 in Europa ha rilevato come siano la Bassa Sassonia in Germania, le Fiandre in Belgio, Krasnodar in Russia e  Veneto, Lombardia, Emilia Romagna in Italia, le regioni europee ai primi posti in classifica delle regioni più a rischio del mondo in una top ten delle prime 100 regioni a rischio.

Questi risultati sottolineano l’importanza di valutare il rischio climatico fisico nei mercati finanziari, compresi i mercati obbligazionari, data l’entità degli investimenti di capitale rappresentati dagli asset a rischio nelle regioni individuate, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la necessità di informare gli investimenti sulla resilienza climatica”, ha dichiarato Rohan Hamden, Ceo di Xdi alla rivista economica Fortune, aggiungendo che “è fondamentale che le aziende, i governi e gli investitori comprendano le implicazioni finanziarie ed economiche del rischio climatico fisico e lo soppesino nel loro processo decisionale prima che i costi si aggravino oltre i limiti finanziari”.

Del resto che i cambiamenti climatici e le emergenze ambientali colpiscano più pesantemente le regioni più industrializzate emerge anche dai recenti dati sulla siccità. È il Nord infatti l’area più in sofferenza.

I dati dei grandi laghi sono peggiori di quelli del gennaio 2022, quando già la situazione era compromessa da mesi di mancanza di precipitazioni significative. La percentuale di riempimento del lago Maggiore è al 18%, il lago d’Iseo al 20,7%, il lago di Como al 23,5%, il lago di Garda al 36,4%. La situazione del manto nevoso getta poi un’ombra scura sul rischio siccità nel 2023.

Eppure più della metà delle risorse superficiali utilizzabili di tutto il paese si trovano proprio nell’Italia settentrionale, il 19% al centro, il 21% al sud e il 7% nelle isole maggiori.
Da alcune ricerche risulta poi che circa il 70% delle risorse sotterranee sia collocato nelle grandi pianure alluvionali del nord, mentre al sud le falde utilizzabili sono davvero poche, con l’eccezione di quella pugliese, con oltre 500 milioni di metri cubi all’anno.

Densità e alti consumi industriali e agricoltura intensiva in Val Padana potrebbero passare così da risorsa a maledizione.

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