«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica.
Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di una diagnosi storica. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma della constatazione che il modo di produzione capitalistico ha trasformato la natura in merce e la vita stessa in variabile subordinata all’accumulazione.
Per comprendere questa crisi non bastano né l’ambientalismo morale né il tecnicismo economico. Occorre recuperare una visione dialettica del rapporto tra uomo, natura e scienza. È qui che Marx ed Engels restano straordinariamente attuali: la natura non è uno sfondo esterno alla storia, ma il primo terreno dell’attività umana, il luogo in cui si realizza il metabolismo tra società e ambiente.
La rottura di questo metabolismo – quella che John Bellamy Foster ha definito metabolic rift – rappresenta il cuore della contraddizione ecologica contemporanea.
Dalla Rerum Novarum alla Querida Amazonia
Può sembrare insolito affiancare Marx a Leone XIII, Engels a Papa Francesco e il materialismo dialettico al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Eppure esiste un terreno comune: la critica dell’idolatria del denaro e la difesa della dignità della vita.
La Rerum Novarum denunciava già nel 1891 gli effetti disumanizzanti del capitale industriale e rivendicava il primato del lavoro sulla ricchezza. Querida Amazonia amplia quella prospettiva mostrando come la devastazione della foresta, l’espulsione dei popoli originari e la finanziarizzazione dei beni comuni siano aspetti di un unico paradigma tecnocratico. San Francesco, molto prima dell’economia moderna, chiamava il sole, l’acqua e la terra «fratello» e «sorella», indicando una relazione di reciprocità anziché di dominio.
Non è un sincretismo filosofico. È il riconoscimento che tradizioni diverse possono convergere nella critica di un sistema che considera infinita l’accumulazione in un pianeta finito.
Un passaggio imprescindibile riguarda poi l’enciclica *Laudato si’* di papa Francesco, che ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito internazionale il rapporto tra crisi ambientale, modello economico e responsabilità sociale. La “cura della casa comune” non può essere ridotta a una generica sensibilità ecologista: implica mettere in discussione un sistema economico fondato sulla crescita illimitata, sulla mercificazione della natura e sulla subordinazione dei beni comuni alla logica del profitto.
In questo senso, la riflessione proposta da Laudato si’ entra in un dialogo fecondo con la critica marxista dell’economia politica, perché riconosce che la devastazione ambientale non è un fenomeno separato dalle strutture economiche e sociali che organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza.
Questa prospettiva affonda le proprie radici anche nella tradizione marxista classica e, in particolare, nella Dialettica della natura di Friedrich Engels. La natura non viene concepita come un semplice deposito inesauribile di risorse a disposizione dell’uomo, ma come una realtà dinamica, complessa e interconnessa, nella quale ogni trasformazione produce conseguenze e contraddizioni. È proprio la separazione artificiale tra società e natura, radicalizzata dal modo di produzione capitalistico, a generare una frattura sempre più profonda.
Il capitale tende infatti a utilizzare la natura come se fosse gratuita e infinita, mentre scarica sulla collettività e sulle generazioni future i costi della sua distruzione. La crisi ecologica diventa così una manifestazione della stessa contraddizione tra capitale e natura.
Su questo terreno si colloca anche il lavoro sviluppato nella nostra riflessione sul rapporto tra capitale e natura, in particolare nel volume NOUS della nostra scuola pubblicato nel 2025 con Armadillo, che rappresenta uno dei tentativi più organici di ricostruire questo conflitto nella sua dimensione economica, sociale, ambientale e geopolitica.
Il punto centrale è che la crisi ecologica non può essere affrontata limitandosi a modificare i comportamenti individuali o introducendo qualche correttivo tecnologico. Occorre interrogarsi sui rapporti di produzione, sulla proprietà delle risorse, sulla distribuzione della ricchezza e sul potere esercitato dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. La questione ambientale, dunque, è inseparabile dalla questione sociale e dalla lotta contro le disuguaglianze.
E proprio qui torna di straordinaria attualità la lucidità politica di Fidel Castro, che già da decenni aveva avvertito del pericolo rappresentato dalla distruzione degli equilibri naturali e dalla subordinazione della sopravvivenza dell’umanità alla logica del profitto.
L’allarme lanciato da Fidel sulla possibilità che la specie umana stessa venga messa in pericolo non era una profezia astratta, ma il risultato di una lettura concreta delle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sul consumo illimitato delle risorse, sulla guerra e sulla concentrazione della ricchezza.
Come è stato recentemente ricordato anche nell’articolo (Fidel lo avizoró: La especie humana está en peligro de extinción 23 de agosto de 2026 Hedelberto López Blanch / Colaboración Especial para Resumen Latinoamericano) dedicato a questa sua intuizione, la questione ecologica assume oggi una dimensione ancora più drammatica: difendere la natura significa difendere le condizioni materiali della vita e, quindi, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità.
In questa prospettiva, Marx, Engels, Papa Francesco e Fidel Castro, pur provenendo da esperienze storiche, culturali e politiche profondamente differenti, possono essere messi in dialogo intorno a una stessa domanda fondamentale: quale rapporto vogliamo costruire tra l’umanità e la natura?
La risposta non può essere affidata alle sole dinamiche del mercato. Se la natura viene trattata come merce, anche la vita umana finisce per essere subordinata alla valorizzazione del capitale. Per questo la battaglia ecologica è oggi, necessariamente, una battaglia per la giustizia sociale, per la pace, per i beni comuni e per la sopravvivenza della specie umana.
La dialettica della natura
Marx liberò la dialettica hegeliana dalla sua dimensione mistica senza rinunciare alla scoperta fondamentale di Hegel: la realtà è attraversata dalla contraddizione. La storia non procede per armonia, ma attraverso antagonismi concreti. L’origine della storia, infatti, non coincide semplicemente con la società civile; essa nasce dal processo di umanizzazione della natura, dalla trasformazione reciproca tra essere umano e ambiente.
Engels sviluppò questa intuizione nella Dialettica della natura, mostrando come anche i processi naturali siano caratterizzati da movimento, trasformazione e interdipendenza. Più tardi Ludovico Geymonat avrebbe difeso una concezione della scienza come pratica storica, critica e materialista, mentre Maria Turchetto ha evidenziato come l’ecologia marxiana anticipi molte delle questioni poste oggi dall’economia ambientale.
La scienza, dunque, non è neutrale. Può essere strumento di emancipazione oppure apparato tecnico del capitale. L’intelligenza artificiale, la robotica e le piattaforme digitali rappresentano l’esempio più evidente: tecnologie capaci di ridurre la fatica umana vengono invece utilizzate per intensificare lo sfruttamento, sorvegliare il lavoro e concentrare ricchezza.
I dati confermano la teoria
Negli ultimi tre anni gli indicatori internazionali descrivono una tendenza inequivocabile. Il 2024 e il 2025 sono stati gli anni più caldi mai registrati; la concentrazione atmosferica di CO₂ ha superato stabilmente le 425 parti per milione; gli eventi climatici estremi producono perdite economiche superiori ai 300 miliardi di dollari annui, mentre la quota di reddito destinata al lavoro continua a diminuire nella maggior parte delle economie europee.
Questi dati non dimostrano soltanto una crisi ambientale. Rivelano una crisi del modello di valorizzazione. L’aumento della produttività non si traduce in maggiore benessere collettivo ma in crescita dei profitti finanziari, mentre il costo ecologico viene scaricato sulla società.
La contabilità nazionale tradizionale continua a registrare come crescita perfino attività che derivano dalla distruzione: bonifiche dopo alluvioni, ricostruzioni dopo incendi, spese militari e consumo accelerato di risorse contribuiscono positivamente al PIL. La teoria del valore di Marx permette invece di distinguere tra produzione di valore sociale e semplice accumulazione monetaria, mostrando i limiti strutturali degli indicatori dominanti.
Plusvalore, profitto e crisi
L’economia politica marxista conserva un potente valore interpretativo perché consente di leggere insieme le dinamiche del lavoro e quelle della natura. Negli ultimi anni le stime elaborate da diversi studiosi marxisti anglosassoni e asiatici indicano una tendenza alla compressione salariale accompagnata da un recupero dei margini di profitto attraverso tre strumenti principali: precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici e appropriazione delle risorse naturali.
In Europa il capitale reagisce alla caduta tendenziale della redditività mediante ristrutturazioni industriali, delocalizzazioni e automazione. In America Latina la questione assume forme differenti: l’estrattivismo continua a rappresentare un terreno di conflitto tra sovranità nazionale e interessi multinazionali.
Anche le esperienze dei paesi socialisti o a pianificazione economica – Cuba, Cina e Vietnam e fino a gennaio il Venezuela – mostrano contraddizioni reali.
Nessun modello è immune da difficoltà. Le crisi economiche nel socialismo esistono, ma hanno natura diversa da quelle del capitalismo perché non derivano necessariamente dall’anarchia del mercato, bensì dai limiti della pianificazione, dagli effetti del blocco economico, dalle sanzioni e dall’inserimento diseguale nell’economia mondiale. Analizzarle scientificamente significa sottrarsi tanto alla propaganda quanto all’idealizzazione.
Il movimento operaio e la questione ambientale
La grande stagione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta in Italia non fu soltanto una lotta per il salario. Fu una battaglia per la salute nelle fabbriche, contro la nocività, per il diritto alla casa, alla scuola e ai beni comuni. Da Porto Marghera a Taranto, dalle lotte degli studenti alle mobilitazioni territoriali, emergeva già il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale.
Con l’avvento del neoliberismo negli anni Ottanta quel conflitto è stato progressivamente frammentato. La finanziarizzazione ha separato artificialmente la questione sociale da quella ecologica, contrapponendo occupazione e ambiente. Negli ultimi dieci anni questa contraddizione è esplosa nuovamente in Europa: la transizione verde viene spesso utilizzata come occasione di nuove rendite, mentre i costi ricadono sui lavoratori e sulle periferie.
Non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Né esiste conversione ecologica se il controllo delle tecnologie e dell’energia rimane nelle mani dei grandi monopoli.
La scienza della liberazione
Il materialismo dialettico non propone un culto della tecnica né un ritorno romantico alla natura. Propone una scienza moderna capace di comprendere le contraddizioni reali e di orientare democraticamente lo sviluppo delle forze produttive. Significa utilizzare anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma sottraendole alla logica della massimizzazione del profitto.
La domanda decisiva non è se l’IA sostituirà il lavoro umano. La domanda è: chi possiede gli algoritmi, i dati, l’energia e i mezzi di produzione digitale? Finché la risposta sarà il capitale finanziario, ogni innovazione rischierà di approfondire il conflitto capitale-lavoro e capitale-natura.
Una nuova alleanza per la vita
Il messaggio di Fidel, la critica marxiana dell’economia politica, il Cantico delle Creature e Querida Amazonia convergono in un punto essenziale: l’umanità non può sopravvivere separandosi dalla natura. La liberazione umana coincide con la ricomposizione del metabolismo tra società e ambiente, tra lavoro e vita, tra scienza e bene comune.
L’estinzione non è un destino biologico inevitabile. È una possibilità storica prodotta da un modello economico che sacrifica il futuro alla redditività immediata. Proprio per questo può essere evitata. Ma richiede una trasformazione radicale: un nuovo internazionalismo dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sociali e dei popoli che rimetta al centro la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei beni comuni e una scienza finalmente orientata all’emancipazione.
Perché, come insegnava Marx, la storia comincia davvero quando l’umanità smette di essere dominata dalle proprie stesse creazioni e riconquista la libertà nella relazione con la natura.
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