Bisogna riconoscerlo: per raccontare Fidel Castro occorre coraggio.
Bisogna attraversare la Sierra Maestra, la Baia dei Porci, la crisi dei missili, sessant’anni di confronto con gli Stati Uniti, l’Angola, l’apartheid, il Movimento dei Paesi Non Allineati, l’America Latina, l’alfabetizzazione, la sanità, l’internazionalismo, il crollo dell’Unione Sovietica e la sopravvivenza quasi inspiegabile di una rivoluzione a novanta miglia dalla più grande potenza del pianeta.
Oppure si può parlare del prosciutto.
Repubblica ha scelto il prosciutto.
Nel centenario di Fidel Castro ha affidato a Norberto Fuentes il compito di raccontare «eccessi, amori e rivoluzione» dell’uomo che probabilmente più di ogni altro leader latinoamericano del Novecento ha costretto amici e nemici a misurarsi con Cuba.
La scelta sarebbe persino interessante, se non fosse accompagnata da un piccolo problema giornalistico: chi è Norberto Fuentes?
Per Repubblica è «amico personale» di Fidel Castro.
La definizione ha un’utilità evidente. Se devo raccontare cosa mangiava Fidel, come viveva Fidel, quali donne frequentava Fidel e quali fossero le sue abitudini più intime, è molto meglio presentarmi come suo amico che come uomo successivamente entrato in una profonda rottura politica con il sistema cubano.
Fuentes frequentò gli ambienti della Rivoluzione, settori dell’apparato cubano, uomini delle Forze Armate e del Ministero dell’Interno.
Ma qui comincia il gioco di prestigio: la prossimità al potere viene trasformata in intimità con l’uomo.
E sono due cose molto diverse.
Essere ammessi nei corridoi del potere non significa necessariamente essere ammessi nella vita privata di Fidel Castro.
La distinzione non è pignoleria biografica.
È precisamente ciò che conferisce, oppure toglie, autorevolezza al racconto che segue.
C’è poi un’altra informazione che avrebbe meritato qualche riga.
Fuentes era legato ad Arnaldo Ochoa e ad Antonio de la Guardia. E fu lo stesso Fuentes a spiegare che la Causa n. 1 del 1989, conclusasi con la condanna di uomini a lui vicinissimi, rappresentò il momento decisivo della sua rottura.
Non è una colpa. È una biografia.
E le biografie diventano particolarmente importanti quando qualcuno pretende di raccontare quella degli altri.
Fuentes ha tutto il diritto di non aver perdonato la Rivoluzione cubana. Ha diritto al rancore, se rancore esiste; alla memoria, certamente; alla propria interpretazione della storia, senza dubbio.
Ma il lettore ha un diritto altrettanto elementare: sapere da quale finestra gli stanno mostrando Cuba.
È curioso che un giornale tanto interessato ai dettagli della vita privata di Fidel Castro abbia mostrato assai meno curiosità per quelli della vita politica del suo narratore.
Superato questo trascurabile inconveniente, entriamo finalmente nel cuore dell’accusa.
Fidel mangiava bene.
Confesso che la rivelazione è devastante.
Pare addirittura che apprezzasse il buon cibo, il pesce, certi prodotti spagnoli. Pare che amasse le donne. Pare persino che gli piacesse vivere.
Dopo settant’anni di guerra ideologica contro il comunismo siamo finalmente arrivati alla prova definitiva: Fidel Castro non era San Francesco d’Assisi.
Il problema è che non aveva mai sostenuto di esserlo.
Il comunismo non è una religione della miseria e un rivoluzionario non pronuncia voto di povertà.
L’idea comunista non consiste nel distribuire equamente la fame. Consiste nel ritenere intollerabile una società nella quale pochi possano accumulare ricchezze smisurate mentre milioni di esseri umani non dispongono del necessario per vivere.
Non si combatte perché nessuno possa mangiare bene.
Si combatte perché possano farlo tutti.
La distinzione sembrerebbe elementare. Eppure diventa sorprendentemente sofisticata quando bisogna parlare di Fidel Castro.
Naturalmente esiste un Fidel criticabile.
Ed è proprio questo che rende l’articolo di Fuentes così povero politicamente.
Si potrebbero discutere le scelte economiche, il rapporto con l’Unione Sovietica, le contraddizioni del processo rivoluzionario, le UMAP, gli errori compiuti in quasi sette decenni di storia.
Materiale ce n’è.
Ma bisognerebbe poi affrontare una caratteristica di Fidel assai meno comoda del suo menu: la capacità di riconoscere pubblicamente un errore.
Quando, molti anni dopo, gli fu chiesto della persecuzione degli omosessuali avvenuta negli anni Sessanta e delle UMAP, Fidel non indicò qualche funzionario dimenticato, non invocò genericamente «gli errori dell’epoca», non cercò il solito sottoposto sul quale depositare la responsabilità.
Se quella responsabilità doveva ricadere su qualcuno, disse, ricadeva su di lui.
Potrebbe sembrare una frase.
Non lo fu.
Perché l’onestà politica non consiste semplicemente nel pronunciare «ho sbagliato». Il valore del riconoscimento di un errore si misura da ciò che una società è capace di fare dopo averlo riconosciuto.
E Cuba non rimase ferma a quell’errore.
Cominciò un processo lungo, complesso, non lineare, di trasformazione culturale e politica. La Federación de Mujeres Cubanas, fondata e guidata per decenni da Vilma Espín, il CENESEX, successivamente diretto da Mariela Castro, e il lavoro di moltissime donne e uomini della società cubana hanno contribuito a modificare profondamente la concezione dei diritti sessuali e familiari.
Fino ad arrivare al Código de las Familias.
Non un’aggiustatina terminologica per mostrarsi moderni.
Un’altra concezione giuridica della famiglia.
Matrimonio tra persone dello stesso sesso. Adozione senza discriminazioni tra coppie eterosessuali e omosessuali. Riconoscimento delle unioni di fatto affettive. Responsabilità parentale al posto della vecchia logica della potestà. Riconoscimento della pluralità delle forme familiari e del valore giuridico degli affetti.
E non fu semplicemente una decisione calata dall’alto.
Il testo attraversò un enorme processo di consultazione popolare, passò per l’Assemblea Nazionale e venne infine sottoposto a referendum.
Mentre una parte dell’Occidente continua ancora oggi a interrogarsi angosciata su quali famiglie meritino di essere chiamate famiglie, Cuba ha discusso con il proprio popolo un codice che molte di quelle domande le aveva già superate.
Questa non è l’infallibilità di Fidel.
È qualcosa di politicamente molto più interessante: la capacità di riconoscere che una Rivoluzione ha sbagliato e di cambiare ciò che deve essere cambiato.
Non a caso quella frase appartiene alla definizione stessa che Fidel diede di Rivoluzione.
Ed è qui che il ritratto del vecchio autocrate innamorato soltanto del proprio potere comincia a diventare un po’ più difficile da sostenere.
Perché nella cultura politica costruita dalla generazione dei barbudos la vicinanza alla direzione rivoluzionaria non costituiva un salvacondotto.
Durante la lotta guerrigliera la disciplina verso la popolazione era durissima. Essere un combattente rivoluzionario non autorizzava ad abusare dei contadini, a usare violenza contro una donna, a trasformare un’arma ricevuta per liberare un popolo in uno strumento di prepotenza contro quel popolo.
La logica era semplice e terribile nella sua severità: chi combatteva in nome del popolo aveva verso il popolo più doveri degli altri, non più privilegi.
Quel principio non scomparve entrando all’Avana.
Ecco perché la storia della Rivoluzione comprende anche cadute dolorose di uomini ai quali erano state affidate responsabilità enormi.
Roberto Robaina non era un oscuro funzionario. Fu ministro degli Esteri di Cuba.
Carlos Lage non era un burocrate di seconda fila. Fu vicepresidente del Consiglio di Stato e uno degli uomini centrali nella gestione del paese durante e dopo gli anni drammatici del Periodo Speciale.
Felipe Pérez Roque aveva lavorato accanto a Fidel e divenne ministro degli Esteri.
Erano uomini della Rivoluzione.
Erano uomini ai quali la Rivoluzione aveva consegnato potere.
Ed è precisamente questo il punto.
Quando venne meno la fiducia politica, il potere non li rese intoccabili.
Nel 2009, dopo l’allontanamento di Lage e Pérez Roque, Fidel utilizzò un’espressione che da sola racconta una concezione intera del potere: «la miel del poder», il miele del potere.
Quel miele, scrisse, aveva risvegliato ambizioni che li avevano condotti a un ruolo indegno. E aggiunse un particolare politicamente tutt’altro che irrilevante: il nemico esterno si era riempito di illusioni su di loro.
Lage e Pérez Roque riconobbero pubblicamente i propri errori e rinunciarono agli incarichi che ancora ricoprivano.
Robaina appartiene a una vicenda precedente e diversa, ma il principio politico resta lo stesso.
La fiducia non produceva immunità.
Anzi.
Più eri vicino al centro della Rivoluzione, maggiore era la responsabilità che assumevi davanti ad essa e davanti al popolo cubano.
Il potere non assolveva dall’errore.
Moltiplicava la responsabilità.
Ed è impossibile comprendere la tragedia di Arnaldo Ochoa senza comprendere questa cultura politica.
Ochoa non era un nemico infiltrato nella Rivoluzione.
Era un rivoluzionario.
Un generale prestigioso, un combattente proveniente dalla storia della Rivoluzione, un uomo delle missioni internazionaliste cubane, una figura alla quale erano state affidate responsabilità enormi.
La “Causa n. 1 del 1989” riguardò il narcotraffico e altre operazioni illegali che coinvolsero Ochoa, Antonio de la Guardia e alti funzionari e settori del Ministero dell’Interno.
Non era una faccenda privata.
Per Cuba significava il rischio che uomini collocati in posizioni decisive dello Stato utilizzassero strutture, relazioni e autorità conquistate dalla Rivoluzione per attività capaci di mettere in pericolo il paese, la sua credibilità internazionale e lo stesso processo rivoluzionario.
Per una piccola nazione che da trent’anni difendeva con enorme fatica la propria indipendenza dagli Stati Uniti non era un dettaglio amministrativo.
Era una questione di sicurezza e di sopravvivenza politica.
E proprio perché Ochoa proveniva dalla generazione rivoluzionaria, conosceva perfettamente il codice morale nel quale era cresciuto.
La questione non era aver tradito Fidel.
Era aver tradito la fiducia della Rivoluzione.
Sono due cose enormemente diverse.
E forse è proprio questa differenza che sfugge a chi continua a leggere la storia cubana come la biografia di un uomo solo.
Fuentes, invece, quella storia la conosce.
E conosceva quegli uomini.
La caduta di Ochoa e di Antonio de la Guardia attraversò direttamente la sua vita e segnò la frattura dopo la quale il suo rapporto con Cuba cambiò radicalmente.
È un suo diritto.
Ma allora Repubblica lo dica.
Dica ai propri lettori chi è Norberto Fuentes, quali erano i suoi rapporti, quale avvenimento segnò la sua rottura con la Rivoluzione e da quale posizione parla oggi.
Poi pubblichi pure ogni sua parola.
Perché il punto non è censurare Fuentes.
Il punto è dare al lettore gli strumenti per giudicare Fuentes.
Invece, nel centenario della nascita di Fidel Castro, si prende un uomo con una precisa e dolorosa storia di rottura con la Rivoluzione, lo si presenta come «amico personale» di Fidel e attraverso di lui si costruisce il ritratto privato di un morto che non può rispondere.
Donne. Cibo. Case. Eccessi.
È questo Fidel Castro?
No.
È il Fidel che si è scelto di raccontare.
E la differenza è enorme.
E forse è proprio questo il punto più interessante dell’operazione di Repubblica.
Non ciò che racconta.
Ciò che decide di non raccontare.
Perché Fidel Castro costituisce ancora un problema culturale prima ancora che politico.
È possibile essere radicalmente contrari alla Rivoluzione cubana e riconoscere la statura del suo protagonista. Lo hanno fatto statisti, intellettuali e avversari politici lontanissimi dal comunismo.
Perché la dimensione storica non coincide con l’adesione ideologica.
Fidel è stato un uomo capace di parlare per ore senza leggere un testo, discutere di economia, agricoltura, medicina, storia, filosofia e geopolitica; un capo di Stato proveniente da una piccola isola che conversava alla pari con presidenti, rivoluzionari, papi, scienziati e scrittori.
Un uomo che comprese molto presto la questione del debito del Terzo Mondo, che parlò di ambiente quando l’ecologia non era ancora diventata il lessico obbligatorio delle cancellerie occidentali, che fece della solidarietà medica uno strumento di politica internazionale e che mandò soldati cubani in Africa non a conquistare territorio, ma dentro una guerra che contribuì alla sconfitta del regime dell’apartheid.
Tutto questo può essere discusso.
Deve essere discusso.
Ma prima bisogna avere la forza intellettuale di misurarcisi.
Il prosciutto presenta indubbi vantaggi.
Non replica.
Non obbliga a studiare la storia dell’Africa australe.
Non costringe a spiegare perché Nelson Mandela, uscito dal carcere, considerasse Cuba e Fidel interlocutori fondamentali nella lotta contro l’apartheid.
Non costringe a interrogarsi sul perché una rivoluzione che avrebbe dovuto morire in pochi mesi sia sopravvissuta a Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio, Obama, al primo Trump, a Biden e sia ancora lì, oggi, davanti al secondo Trump.
Ancora lì mentre il cappio viene stretto.
Mentre alla vecchia ostilità si aggiunge una pressione economica e finanziaria che non colpisce un’astrazione chiamata «regime», ma la vita quotidiana di milioni di esseri umani: energia, trasporti, produzione, medicine, cibo.
Un genocidio silenzioso ha anche questa comodità: non produce necessariamente l’immagine di una bomba che cade.
Produce scaffali vuoti, blackout, ospedali in difficoltà e poi invita il mondo a chiamare «fallimento del socialismo» ciò che ha contribuito metodicamente a provocare.
E soprattutto il prosciutto evita una domanda assai più scomoda delle preferenze gastronomiche di Fidel:
perché, cento anni dopo la sua nascita, siamo ancora qui a discutere di lui?
Forse perché Fidel Castro non appartiene soltanto alla storia di Cuba.
Ha attraversato l’immaginario politico di generazioni che non hanno mai messo piede all’Avana.
Lo si può amare o detestare. Considerarlo un liberatore o un avversario.
Ma per rimpicciolirlo bisogna compiere un’operazione curiosa: togliere progressivamente la politica, la storia, le idee, l’internazionalismo, le vittorie, gli errori e persino le contraddizioni.
Alla fine rimangono le donne, le case e il prosciutto.
Ed ecco finalmente un Fidel abbastanza piccolo da poter essere sconfitto.
Peccato che non sia mai esistito.
Quello è soltanto il Fidel di Norberto Fuentes.
E Repubblica, nel centenario, ha scelto di consegnarlo ai propri lettori come se fosse Fidel Castro.
Fuentes ha tutto il diritto di raccontare “il suo” Fidel.
Ma un giornale che pretende di raccontare la storia ha un dovere ulteriore: dire ai propri lettori chi è l’uomo che glielo sta raccontando.
Perché omettere il punto dal quale si guarda la storia non rende quello sguardo neutrale.
Lo rende soltanto più facile da spacciare per verità.
* Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista
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