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Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli

Mission impossible”. Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, è che aggiorna continuamente il cosiddetto Orologio dell’Apocalisse – ha dato questo titolo ad un rapporto appena pubblicato e che denuncia il più grande “buco” nella contabilità climatica globale: le emissioni nell’atmosfera dei militari e dei conflitti bellici.

Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.

Era stata pensata come misura temporanea per garantirsi l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici. Quella concessione è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambiamento di stagione politica negli ultimi trenta anni.

Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.

Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.

Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.

Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione sono state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti a circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.

In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.

Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.

Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.

Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.

E’ doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte. 

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5 Commenti


  • mauro

    E dire che la narrazione ecologica sull’inquinamento mi aveva fatto venire i sensi di colpa xchè ancora non rottamo la mia Hiunday Atos del ’99…


  • Viviana Velardi

    finalmente trovo la spiegazione ad un argomento che mi chiedevo da tanto…


  • Danilo Franzoni

    Io invece mi sentivo un paladino del green, un cavaliere dell’ambiente, un difensore dell’azzurro, mentre ogni giorno pedalavo per recarmi a lavoro sulla mia city-bike (non ebike)credendo che facendo l’ulteriore sforzo di astenermi dal caricare una batteria giornalmente potesse essere di ulteriore aiuto ed invece…mannaggia al G20…


  • Angela lettieri

    non si può più accettare condizioni simili ,infatti il primo.stop.e alle guerre


  • Pastura

    Non oso pensare a cosa stia succedendo ai prodotti agricoli e derivati che portiamo in tavola, in particolare nei territori degli stati in guerra.

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