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Panta rei… Il punk è ormai roba da museo

Dal 9 maggio, ad accogliere i visitatori al secondo piano del Metropolitan Museum di New York ci sarà la toilette del CBGB, il locale della storica scena punk americana. E’ infatti con questa irriverente riproduzione che il Costume Institute del museo ha deciso di aprire la mostra dedicata all’influenza dello stile punk nella moda degli ultimi trenta anni. .”‘PUNK: Chaos to Couture” (questo è il titolo dell’esposizione) presenta un centinaio di abiti che rivelano come i più grandi stilisti del mondo non abbiano saputo resistere alle provocazioni del movimento musicale che negli anni ’70 ha teso un ponte tra Londra e New York.
“Anche se la democrazia del punk si oppone all’autocrazia del mondo del fashion – ha spigato il curatore, Andrew Bolton – gli stilisti continuano ad appropriarsi del suo vocabolario estetico per catturarne lo spirito ribelle e la forza aggressiva”.
Lungo sette sale tematiche, indosso a manichini con parrucche colorate e appuntite, si scoprono le creazioni di stilisti tradizionalmente legati al movimento punk, prime tra tutti le inglesi Vivienne Westwood e Zandra Rhodes, accostate a quelle di nomi come Miuccia Prada, John Galliano, Dolce&Gabbana, Dior, Gianni Versace e Yohji Yamamoto.
Tra le sezioni più curiose c’è quella dedicata agli abiti realizzati con materiale di recupero, come sacchetti di plastica e tappi di bottiglia, dove si fa notare un voluminoso vestito da sera di Moschino in buste della spesa rigorosamente italiane.

Solo quest’ultima formulazione sarebbe sufficiente a illuminare l’assurdo loop tra “alta moda” (che dovrebbe rappresentare la genialità della creazione individuale e di gruppo, e quindi necessariamente “autocratica”) e la serialità più infima e meno “connotata”, come le buste della spesa. Che ce ne possano essere di “rigorosamente italiane” è un fatto empirico (non è una merce da esportazione, diciamocelo); che siano riconoscibili come tali e quindi possano caratterizzare un qualcosa come “originale” o “autentico”, è impossibile. Lì interviene il “genio del capitale”: fare “un’opera” dall’assoluto nulla.
Se volete, diciamo che si tratta di arte nell’epoca del capitale finanziario. Quando il profitto cresce (illusoriamente) creando altro denaro. Fino alla bolla, all’esplosione. Quando l’abito di buste della spesa viene nuovamente riguardato per quel che è: un cumulo di spazzatura messo in bell’ordine.

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