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Occhio! E’ tornato il noir all’italiana

Periodicamente, con una ciclicità quasi fisiologica, i critici cinematografici e gli addetti ai lavori sentono il bisogno di gridare alla “rinascita del cinema italiano”. L’abuso della parola “rinascita” ha quasi sempre avuto scopi pubblicitari e di battage propagandistici in vista dell’uscita di film costosi, pompatissimi, realizzati da firme eccellenti non di rado un po’ in disarmo. In altri casi, se da un lato gridare alla rinascita implicava un’onesta presa di coscienza del coma profondo in cui versava l’industria cinematografica nostrana, dall’altro non si considerava che i film che alimentavano le speranze di nuove stagioni feconde e creative non giustificassero tali entusiasmi.

Ciò che sta invece accadendo con l’avvio della nuova stagione cinematografica ha un sapore diverso. C’è aria fresca, una linfa nuova, una ritrovata vitalità. L’ultima edizione del festival di Venezia l’ha catturata e concentrata di una kermesse di altissimo livello. Il cinema italiano sta riscoprendo il gusto del film di genere. Il noir, il giallo, il thriller a sfondo sociale, stanno velocemente facendo piazza pulita di derive autoriali, film ombelicali, pellicole malate di quella “claustrofilia” – ovvero realizzate in appartamenti da due stanze e camera da letto – che loro malgrado hanno reso il nostro cinema asfittico, vuoto, incapace di riflettere la complessità del contemporaneo. Dopo la lunga involuzione cominciata con il dilagare delle commediacce sexy anni ’80 e proseguita fino ai giorni nostri con un’ininterrotta sequela di film patetici, buoni solo – nella maggior parte dei casi – a piazzare il nostro star system di serie B, oggi nuovi registi e autori indicano una possibile strada da seguire per uscire dal tunnel dell’autoreferenzialità.

Una piccola premessa. Il trentennio oscurantista (a cavallo tra anni ‘80 e 2000) del cinema nostrano, diventato tale anche a causa di logiche industriali miopi quando non inesistenti, basate principalmente su assistenzialismo statale di stampo clientelare, ha comunque conosciuto delle eccezioni, casi isolati che hanno fatto da antidoto al veleno della sterilità creativa. Pensiamo alla scuola napoletana di Capuano, Martone, Incerti, Marra, Corsicato, confluita poi nella preponderante centralità di un regista outsider come Paolo Sorrentino; o, andando ancora più a sud, agli universi apocalittici della Sicilia raccontata da Ciprì e Maresco, al profondo legame col territorio instaurato da registi pugliesi come Alessandro Piva e Edoardo Winspeare. Pensiamo alla ritrovata dignità del cinema documentario, rinato grazie a una generazione di cineasti coraggiosi e creativi, inflessibili di fronte alle patologiche difficoltà di finanziamento e distribuzione dei propri, sudatissimi film. Ancora una volta, oggi, la strada da seguire per sanare la febbre solipsisitica (o ultra commerciale) che affligge il cinema contemporaneo parte da sud, da Napoli, da Caserta, dalla Calabria. Ed è la strada del ritorno al noir, ovvero del ritorno al film di genere come mezzo per raccontare la contemporaneità in chiave espressionista.

Prendiamo i due film che di più tra gli altri brillano di luce propria e vanno avanti con un ormai inarrestabile passaparola: Perez, di Edoardo de Angelis e Anime Nere di Francesco Munzi.

Perez, interpretato da un Luca Zingaretti in forma smagliante e da un cast di attori partenopei provenienti dalla solidissima scuola partenopea (Marco d’Amore, Massimiliano Gallo, Giampaolo Fabrizio, Simona Tabasco), narra l’evoluzione di un oscuro avvocato napoletano alle prese con la propria mediocrità esistenziale e col grande amore della vita: sua figlia. Costruito su una trama solidissima, che per ovvie ragioni non riveleremo, Perez ci mostra una Napoli inedita, attraverso le luci opache di un quartiere che difficilmente abbiamo visto sui media mainstream, quel Centro Direzionale che doveva modificare lo skyline di Napoli ma che oggi è ridotto a triste cittadella giudiziara, fatta di palazzi che vorrebbero somigliare a grattacieli e ammuffite aule di tribunale. Perez ci mostra la Napoli irrisolta della rinascita bassoliniana, ben memore di una lezione fondamentale del cinema napoletano: se giri a Napoli, la città diventa un personaggio del film. In Perez ciò non accade. Napoli è funzionale alla trama, si limita a fare da arena ai personaggi crespuscolari che popolano il film. Eppure, proprio attraverso l’uso misurato degli archetipi narrativi del noir, il risultato è un ritratto di Napoli sorprendente, mediato da personaggi dall’indubbio spessore narrativo. Avvocati aggressivi che si muovono a proprio agio tra camorristi, lungo i corridoi di un tribunale simile agli edifici di Brazil di Terry Gilliam; relitti umani assortiti, inquinati dalla vita, inetti, sopravvissuti a mille disfatte, fuori luogo ovunque si trovino, tormentati, svuotati dalle avversità: tipici, perfetti, robusti personaggi noir. Di quella robustezza che consente di raccontare l’oscurità del presente senza correre il rischio di sbagliare o di confezionare storie slabbrate, poco incisive e per nulla aderenti a ciò che oggi servirebbe alla nostra industria culturale: la capacità di raccontare il nostro paese, i nostri angoli oscuri, senza intenti moralizzatori, senza orientamenti preconfezionati, come solo con il neorealismo e con il cinema di impegno civile siamo riusciti a fare.  Per questo oggi, forse, le nuove leve cinematografiche stanno intuendo che è il momento giusto per recuperare e rielaborare gli archetipi del noir, e di conseguenza le garanzie offerte dalla narrazione di genere.

Per decifrare il baratro dei nostri giorni, il noir (anche sociale) può correrci in aiuto, può aiutarci a esorcizzare il male, può mostrarci uno sguardo esterno, imparziale o freddo e cinico – non importa – ma comunque spietato, di cui da soli non saremmo capaci. Perez è questo, un sano, genuino, impeccabile film noir. E quindi una schietta rappresentazione dei veleni che ammorbano la nostra società e depravano gli individui.

Ci riesce benissimo anche Anime Nere, la nuova pellicola di Francesco Munzi, a raccontare le voragini morali dell’umanità odierna. Anime Nere parla di ‘ndrangheta, ovvero del tetro squallore dell’essere ndranghetisti. Lo fa ritraendo in una quotidianità opprimente, nera, malsana, una famiglia dell’Aspromonte, divisa tra pastorizia e richiamo costante alle tradizioni di sangue, indissolubili nei secoli, che caratterizzano l’organizzazione criminale calabrese. Nel film non si nominano mai, ma i luoghi di ispirazione sono paesi come San Luca, Platì, Africo. Posti fuori dal mondo dove si fanno la guerra le famiglie dei Nirta, dei Pelle, degli Strangio, dei Vottari in quella faida decennale che ha conosciuto il suo apice con la strage di Duisburg del 2009.

Anime Nere ci offre uno sguardo spietato sulle dinamiche interne di una tipica famiglia criminale dell’Aspromonte. Ci accompagna, senza concederci respiro né distensione alcuna, e con una precisione chirurgica, lungo la fitta rete di codici non scritti che saldano patti di sangue inviolabili, alleanze, matrimoni combinati, vendette e ritorsioni. Le facce scavate dal tempo e dalla violenza dei legami familiari, la costante paura di essere le prossime vittime di un’ennesima vendetta, l’indefinitezza di certe parentele che portano ad uccidersi tra consanguinei, la sete di potere, di denaro, di controllo territoriale, costituiscono il tessuto narrativo di un film potente, ben scritto e ben recitato, che ha il merito di proporci per la prima volta al cinema uno sguardo interno all’organizzazione criminale più antica e impenetrabile d’Italia, di natura quasi esoterica, ricca e potente al punto di diventare la mafia più pericolosa al mondo. Conoscere la ‘ndrangheta attraverso tale prospettiva, ovvero ritratta come una sorta di famiglia disfunzionale imbrattata di sangue e morte, ci restituisce la devastante portata culturale e criminogena di questa organizzazione. Ci aiuta a comprendere come e perché riescano a dilagare indisturbate da nord a sud, in Europa e nel mondo.

Forse è tempo per il nostro paese e per la nostra cultura di ritrovarsi e riflettere su se stessa anche attraverso il cinema, arte nella quale l’Italia era seconda solo all’industria hollywoodiana per film realizzati e per eccellenza creativa.

I segnali ci sono, sono incoraggianti, e questa volta sembrano autentici.

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1 Commento


  • stefano

    Da addetto ai lavori aggiungo solo che questi sono delle situazioni isolate. Le sceneggiature coraggiose rimangono nei cassetti. I giovani registi devono fare i conti con produttori che hanno solo questo nome ma sono dei passasoldi. Di piano industriale neanche a parlarne; l’ANICA non sa minimamente cosa vuole dire. Continuiamo a riempirci la bocca dei ricordi del passato e della cultura che dovremmo produrre ma che invece è morta. Le tue parole incoraggianti sono difficili da accettare da me e dai miei colleghi in un settore che non vuole guardare oltre al proprio orticello clientelare . Stefano

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