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Le catastrofi del capitalismo e i dannati della terra

Cosa ci fanno uno dei fondatori dei Nuclei Armati Proletari (Nap) – al secolo Giorgio Panizzari, poi militante delle Brigate Rosse, tanto da figurare tra i tredici detenuti al cui rilascio le Br avrebbero subordinato la liberazione del Presidente della Dc, Aldo Moro, a sua volta detenuto nelle loro mani in una Prigione del Popolo – e un ex bandito, ladro e rapinatore di banche, componente della Banda della Comasina, ovvero La Banda Vallanzasca, Santino Stefanini (detto Tino) sulla copertina dello stesso libro – “Figli delle catastrofi: Ribelli e Rivoluzionari”, 2019 Milieu edizioni, prefazione dell’’avvocato Davide Steccanella – di cui risultano, per di più, cofirmatari?

Cosa avranno da dirsi uqello che nella sua “seconda vita” è stato un rivoluzionario comunista, supportato da un impianto teorico non banale, e un ribelle alle convenzioni sociali e ai codici della norma, la cui sola ideologia sembrava essere la trasgressione fine a sé stessa?

Probabilmente, sono queste le prime domande che potrebbero balenare nella mente di chi si accinga a leggere questo febbricitante palpitìo di vita vissuta, raccontata con l’’immediatezza di una scrittura che non ha bisogno di arzigogoli del pensiero, di preziosismi letterari, di cesellature stilistiche.

Una scrittura che dice la verità anche quando mente. Che condensa esperienze e che addensa anni, nello scivolare magmatico di frazioni, attimi, emozioni tese e parossismi nervosi. Giunti al culmine di un furto, di una rapina in banca, di un’effrazione, di una sparatoria, di uno scontro a fuoco con la polizia, di una rivolta carceraria…

Domande legittime, certo. Che non tengono conto, però, di due elementi fondamentali, che agilmente forniscono la spiegazione a quelle stesse domande. Uno di carattere storico-sociale. L’’altro, se vogliamo, squisitamente di classe.

Il carattere storico-sociale è presto detto. Giorgio e Tino sono entrambi figli del secondo dopoguerra. Dunque, vissero in quel clima e quel contesto storico, economico, politico e sociale che – dalla ricostruzione post bellica al cosiddetto boom economico – esitò poi, sul finire degli anni ‘’60 e soprattutto nella seconda metà dei ‘‘70, nella chiusura del ciclo di produzione fordista.

Il tutto accentuato dalla crisi petrolifera, cui seguì un inevitabile aumento dei prezzi (inflazione) e l’’implementazione delle prime politiche di austerità. Fattori che si tradussero, quasi inesorabilmente, in un impatto negativo sull’’occupazione, i salari e, altrettanto inevitabilmente, sulla produttività e il profitto. In Italia, quella fase va sotto la non rassicurante e cupa denominazione di stagflazione.

Il capitale transnazionale, a quel punto «sperimentò varie strade per rimettere in moto la macchina produttiva e trovò la soluzione in un complesso di scelte, come il decentramento produttivo, la progressiva deindustrializzazione, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e dei diritti dei lavoratori, che tendevano a ridurre e ingabbiare il conflitto sociale» ( da Brigate Rosse: dalle fabbriche alla campagna di Primavera. Clementi, Persichetti, Santalena).

Quel conflitto sociale che pure, tra il 1969 e il 1972, aveva prodotto un avanzamento delle conquiste del movimento operaio, seppur alquanto depotenziate sul piano della mediazione politico-sindacale e di natura riformatrice. Erano state, difatti, abolite le gabbie salariali e il padronato si era visto costretto ad accettare, suo malgrado, l’’introduzione dello Statuto dei Lavoratori, onde evitare un’’inasprirsi delle lotte e delle occupazioni di fabbrica.

La controffensiva della borghesia imprenditoriale e dello Stato liberal-democatico suo vassallo, a partire dall’’autunno del 1969, come si diceva, non aveva però tardato a farsi sentire, tanto sul versante della riorganizzazione del lavoro quanto su quello della guerra controrivoluzionaria.

La Strage di Piazza Fontana fu il primo passo, compiuto dal potere costituito, con l’’obiettivo dichiarato di contrastare l’avanzamento di un movimento operaio e studentesco, cui sia andavano saldando inedite soggettività rivoluzionarie, e il cui comune proposito sarà, almeno per tutti gli anni ’70, il sovvertimento, in senso marxista, dello Stato e del Modo di Produzione Capitalistico.

Innanzitutto, una larga parte del ceto intellettuale e creativo, che rifuggiva dal conformismo borghese, per dar vita a forme di espressione originali e a linguaggi anticonvenzionali e inattesi, determinò il nucleo di quel fenomeno di rottura con gli schemi fossilizzati dell’’arte e della letteratura, che andò sotto il nome di contro cultura, affondando la lama del pensiero critico operaio fin dentro il ventre molle dell’’ideologia di mercato.

Ma soprattutto, pezzi di un emergente soggetto di classe, che andava delineandosi dentro e fuori il perimetro delle nascenti aree di cementificazione, industrializzazione e carcerazione urbana, veniva autoorganizzandosi in movimenti per la casa e organizzazioni di disoccupati, in coordinamenti per la liberazione del proletariato detenuto – nelle galere o in strutture di contenzione psichiatrica – e in movimenti di lotta per la liberazione della donna.

Ad essi, andò progressivamente saldandosi quel nuovo proletariato metropolitano marginale che fece dell’’extralegalità la sua fonte di reddito ma contemporaneamente, allora, il suo terreno di scontro con le istituzioni.

E sta esattamente qui, dunque, quel valore di classe di cui si parlava più sopra e che spiega, all’’interno del contesto storico sommariamente esposto, il legame tra il “nappista” Panizzari e il “bandito” Stefanini. Perché tanto Giorgio quanto Tino sono figli di quel proletariato extralegale che fa la sua comparsa, come soggetto anche politico, ancorché laterale nell’’ambito della Lotta di Classe, proprio alla fine del decennio ’60 e agli esordi dei ’70.

Nelle fabbriche, dunque, la ristrutturazione capitalistica procedeva a colpi di licenziamenti e con il padronato intento ad avviare i prodromi di quella robotizzazione del lavoro che, lungi dal liberare l’’operaio dalla fatica, lo avrebbe asservito alle macchine o, da esse reso superfluo, posto in stato di “esubero”.

Fuori dalle fabbriche, il nuovo dogma neoliberista, la cui fragorosa ouverture fu la cancellazione dei Trattati di Bretton Woods, con l’’affermazione del monetarismo elaborato da Milton Friedman e dalla Scuola di Chicago (sperimentato nella carne  e nel sangue del popolo cileno, con il golpe di Pinochet).

Qui venne accompagnato e sostenuto dall’’innesco della cosiddetta Strategia della Tensione, messa in atto dal “democratico” Stato italiano per mano dei suoi/altrui Servizi Segreti, che potevano utilizzare una relativamente vasta manovalanza neofascista.

Bombe, stragi, repressione e criminalizzazione del dissenso, cui fece seguito l’’introduzione di leggi e carceri speciali, andarono a costituire un dispositivo politico-militare tale che in Italia, per quegli anni, anche a seguito della risposta armata che diede parte del movimento rivoluzionario comunista, si può parlare di guerra civile a bassa intensità.

Le città diventavano il campo aperto dove la guerriglia urbana portava i suoi colpi contro lo Stato. E l’’operaio-massa, dentro e fuori le fabbriche, si faceva nuovo soggetto antagonista e rivoluzionario contro il Capitale. Mai come in quella fase, il conflitto di classe ebbe dinamiche tanto violente, tali da lasciar presagire come possibile un reale sovvertimento delle istituzioni borghesi!

E’ in questo incandescente crogiolo conflittuale, che vede l’emergere della lotta armata e contemporaneamente l’’extralegalità diffusa, dove si affermano come “normali” pratiche conflittuali violente e con modalità di azione diversificata (dai semplici furti alle rapine in banca, ai sequestri di persona nel ribellismo “comune; dagli attentati alle sedi di partito, fino alla lotta armata vera e propria in quello politico) che le esistenze di Giorgio Panizzari e Santino Stefanini trovano la loro non certo convenzionale dimensione.

Il benessere momentaneo che inondò l’Italia del secondo dopoguerra aveva favorito anche parte dei ceti popolari, favorendo una stratificazione più articolata in base a mestiere, territorio, istruzione. Ne rimasero tagliati fuori, come sempre, gli strati sociali più umili, quelli posti alle periferie più desolanti delle metropoli contemporanee. Emarginati, disoccupati, lumpen che nell’’extralegalità trovavano una strada di sostentamento, per poter soddisfare bisogni e desideri.

Molti non volevano sottostare ai precetti imposti dal consesso civile, rifiutando persino il miraggio di un lavoro operaio, in quella fabbrica che sembrava rappresentare la promessa di un futuro avanzamento sulla scala sociale ed economica, ma alla cui alienante ripetitività preferivano la delinquenziale anarchia della strada.

Giovani in molti casi “ribelli”, recalcitranti al rispetto della legge, non più “scolarizzabili” per aver saltato troppe classi o per il loro stesso rifiuto, ostili ad ogni forma di potere e di controllo, si riunivano in piccole “comunità” il cui “mestiere” era inevitabilmente il crimine.

Nascevano le piccole bande di quartiere, che presero il nome di batterie. Scippi, furti, scassi, rapine costituiscono il lavoro e il pane quotidiano, in una escalation “formativa” quasi sempre senza possibilità di uscita.

Giorgio Panizzari e Tino Stefanini sono fin da giovanissimi parte di questo universo periferico, di questo nascente proletariato marginale.

Sono due “teppisti” che saranno ben presto arruolati in quelle batterie. Due soggetti socialmente irrecuperabili, come li definiranno le istituzioni giuridiche e penitenziarie.

Entrambi educati all’’etica della strada e alle sue leggi, entrano ed escono dai carceri sin da giovane età. Panizzari viene anche spedito in quelli che, all’’epoca, si chiamavano Manicomi Criminali.

Gran parte della loro vita l’’hanno trascorsa girando le galere italiane. Istituti di pena “normali” e carceri speciali. In uno di questi, Panizzari si politicizzerà, prendendo parte alla fondazione di una delle più importanti formazioni armate per il comunismo.

Quei Nuclei Armati Proletari, che avranno il merito di coagulare attorno a sé parte del proletariato extralegale e carcerario del centro-sud Italia, insieme a compagni delle organizzazioni extraparlamentari dell’epoca (soprattutto di Lotta Continua, inizialmente).

Il libro è dunque il racconto di queste due esistenze, vissute con rabbia e fame, divorate dal fuoco della ribellione ad un sistema che le ha volute emarginate sin dalla nascita. Ribellione anche armata contro un modello sociale e produttivo che li poneva ai bordi di una ricchezza, che avrebbero solo potuto guardare da lontano, e che, sin da subito, li aveva marchiati a fuoco come paria. Produttori di crimini e consumatori di carcere.

D’’altra parte, come scriveva il proletariato detenuto in Liberare tutti i dannati della terra –(Edizioni Lotta Continua, 1972): «chi sono i delinquenti? Sono i proletari e sottoproletari che per sfuggire alla loro condizione di disoccupazione e sottoccupazione, costretti a cercare un lavoro nelle grandi città, sottoposti alle spinte del benessere ne vengono scacciati indietro, esclusi, e non hanno altra strada che infrangere le leggi dei padroni».

E, dopotutto, Lenin, nel 1906, nell’’opuscolo La guerra partigiana, così scriveva: «Il fenomeno che ci interessa è la lotta armata. Conducono questa lotta singoli individui e singoli gruppi. Una parte di loro appartiene a organizzazioni rivoluzionarie, un’altra parte (e in alcune località della Russia la maggior parte) non appartiene a nessuna di esse».

E più avanti: «L’inasprimento della crisi politica, che ha condotto alla lotta armata, e in particolare l’aggravarsi della miseria, della carestia e della disoccupazione nei villaggi e nelle città hanno avuto una grande parte fra le cause che hanno suscitato la lotta descritta. Questa forma di lotta è stata accolta come forma prevalente, e persino esclusiva, di lotta sociale dagli elementi più poveri della popolazione, dal sottoproletariato».

E’ facile intuire, pertanto, come un sistema fondato sull’’iniquità e sul principio di disuguaglianza tra le classi, qual è il Capitalismo, produca dal suo stesso ventre la criminalità, quale estensione dei rapporti di produzione nei termini dell’’extralegalità.

Extralegalità da intendersi, ulteriormente, nelle sue forme di manovalanza e di piccolo cabotaggio – non certo in quelle ben più allineate al modello elitario vigente nella società, come le organizzazioni mafiose, sempre molto “interne” alle dinamiche dei aprtiti e delle amministrazioni – anche quale espressione di ribellione e resistenza alla violenza dei ceti dominanti e delle leggi di mercato che, sulla pelle delle masse popolari, fanno storicamente profitto.

L’’extralegalità, nella particolarissima declinazione che assunse nel corso degli anni ‘70, con i suoi codici e la sua etica, è allora il filo rosso che lega le vite di Tino e Giorgio. Vite accumunate dalle umili origini, dalla puzza della strada e dell’’odore della notte, e dalla pervicace insubordinazione alle regole del Potere. Quello stesso Potere che ha fabbricato, da sempre, istituti di pena e ospedali psichiatrici, per rinchiudere gli “scarti” della produzione sociale o chi ad esso si oppone.

Scevri da qualunque ipocrisia, come in un incessante dialogo tra amici, Panizzari e Stefanini si narrano e ci narrano le loro esistenze eccessive. Giorgio più razionale e metodico. Tino più spregiudicato e imprevedibile.

Siamo con loro mentre rubano una macchina, scassinano una cassaforte, fanno irruzione in una banca, rapinano una gioielleria, espropriano un supermercato, scappano dalla polizia o ingaggiano un conflitto a fuoco con le “Forze dell’’Ordine”.

Siamo con loro in carcere o in manicomio, e sentiamo tutta la violenza repressiva dell’’istituzione totale. Li seguiamo durante i tentativi di fuga falliti e le evasioni riuscite.

E alla fine di questo racconto emozionante e doloroso, ci resta in bocca il sapore amaro dell’’ineluttabilità. Le stimmate di una colpa che sono il marchio di un’’azienda-mondo che fabbrica cliché di umanità artefatta; la sola intenzione di sottrarsi ai quali porta con sé la conseguenza di una vita borderline, se tutto va bene.

Altrimenti, è il carcere. Unica alternativa per chi non intenda accettare il conformismo dettato dal pensiero dominante, e addirittura lo combatta.

La società costruita sui principi di classe di coloro che detengono il potere economico, prima ancora che politico, è alla ricerca costante di corpi da sfruttare e di capri espiatori da sacrificare, per giustificare la sua stessa esistenza. Il proletariato, specie quello marginale, è la sua riserva di caccia.

Giorgio e Tino, ne costituiscono solo un esempio. L’’esempio della catastrofe del capitalismo che si abbatte sui dannati della terra. Ancora rinchiusi dopo 50 anni!

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