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Judas and the black Messiah

Judas and the black Messiah del regista Shaka King è senz’altro il miglior film ispirato dalla vicenda del Partito delle Pantere Nere ad essere fino ad ora mai stato prodotto.

Nonostante questo la pellicola, visibile in Italia dal 9 aprile su differenti piattaforme e uscita da alcuni mesi negli Stati Uniti – dove ha debuttato al Sundance Film Festival – pone più domande di quante ne risponda.

Ci costringe a distinguere ciò che emerge dal film, da ciò che è stata la realtà.

Proprio perché, per quanto siano lodevoli gli sforzi della regia, della scrittura e degli attori, la mercificazione di una esperienza rivoluzionaria in un prodotto di largo consumo, con canoni dettati dall’attuale cultura di mercato di massa, può certamente contribuire a dare una rappresentazione migliore di quella fin qui riservata, ma sarà comunque mutilata e per certi versi fuorviante.

Questo anche se risponde, negli Stati Uniti, ai bisogni di una sensibilità su alcuni temi decisamente mutata negli ultimi anni, grazie ad un prezioso lavoro di ricerca, alle mobilitazioni che si sono susseguite, dalla creazione di Black Lives Matter, ma già durante l’ultimo mandato di Obama, ed all’emergere di creazioni artistiche a più livelli (anche nella cultura di massa), per così dire più “impegnate” e meno di “intrattenimento”; fenomeni che abbiamo diverse volte cercato di indagare  nel nostro giornale.

Il film, che dura più di due ore, prende ispirazione dalla vita del giovane leader afro-americano Fred Hampton, freddato durante il sonno il 4 dicembre del 1969 – insieme a Mark Clark – nel suo appartamento, nel corso di una “operazione” ordita dalla FBI ed andata in porto grazie alla collaborazione di un infiltrato – William O’Neal – nella locale sezione delle Black Panthers Party, a Chicago.

Una dinamica non molto dissimile da quella con cui, in Italia, gli uomini del generale Dalla Chiesa uccisero quattro membri delle Brigate Rosse, nella base genovese di via Fracchia, il 28 marzo 1980.

La scelta di King, che ha scritto lo screenplay insieme a Will Berson, è quella di narrare la vicenda principalmente attraverso tre personaggi: Hampton (magistralmente interpretato da Daniel Kalluya), O’ Neal (dell’altrettanto bravo Lakeith Stanfield) e dall’agente dei federali Roy Mitchell – l’ottimo Jesse Plemons – che lo fa infiltrare nelle Panthers, offrendogli una “via d’uscita” ad una probabile condanna a diversi anni di galera dopo il suo arresto per un rocambolesco tentativo di furto d’auto fatto con un falso badge dell’FBI.

Si ha l’impressione per tutto il film che la vicenda biografica di Hampton sia eccessivamente filtrata, e spesso troppo diluita, dentro una trama piuttosto classica di una crime story: un protagonista che viene tradito da una persona con cui matura un rapporto molto stretto, ma che in realtà lavora per un apparato investigativo, senza che riusciamo a cogliere l’essenziale della vicenda di Hampton stesso: le scelte che lo portano alla militanza nelle Pantere Nere, il profilo della sezione di Chicago e la valenza che stava assumendo a livello nazionale la sua leadership.

Certo, nel film, emergono le sue capacità oratorie ed il suo carisma, e la sua fiducia nel Potere Popolare, ma ciò che dice, per quanto di una potenza rilevante, sono solo frammenti estrapolati dai discorsi che vanno letti nella loro organicità, come Power anywhere where there’s People e It’s a class struggle God’dam’it, reperibili in rete e che tradurremo al più presto.

Nonostante la sua giovane età, e la provenienza sociale, aveva una robustissima preparazione politica internazionalista e classista, una concezione dell’educazione politica che lo portava a credere che l’osservazione e la partecipazione fossero le chiavi della crescita della conoscenza delle masse di sfruttati di ogni colore, e non certo l’erudizione sfoggiata da alcuni intellettuali afro-americani.

Il ruolo di O’Neal e di Mitchel sono piuttosto ingombranti quindi rispetto alla biografia di Hampton, tra i turbamenti del primo sulla soglia della schizofrenia, e quelli del secondo che pensa di combattere gli “opposti estremismi” (da una parte il KKK e dall’altra le BPP), ma che in realtà è lui stesso una pedina dei Federali.

Mitchel in fondo è anche lui un bad cop come gli altri, disposto a tutto per salvaguardare lo stile di vita nord-americano, cioè i privilegi di cui può godere grazie al “suprematismo bianco” che governa gli States.

Nel film capiamo come si è articolata la “guerra sporca” (Cointelpro) dell’FBI contro il Partito delle Pantere Nere, ma le sue ragioni sembrano più legate alla volontà del singolo individuo che ne è a capo e alle sue paranoie  – Hedgar Hoover – che non alla natura sistemica di un apparato che ha pervicacemente impedito l’emergere di una leadership afro-americana sin dal primo sviluppo del movimento dei diritti civili, ricorrendo spesso, tra l’altro, all’annichilimento fisico degli avversari.

Ed Hampton, dopo Martin Luther King e Malcom X era l’ennesimo possibile “Messia Nero” da assassinare.

Come ha scritto Mumia Abu Jamal nella sua auto-biografia, nel capitolo che ha dedicato al Cointelpro: «Hoover non solo usò efficacemente la potente burocrazia che aveva costruito e che controllava, ma si servì anche della stampa bianca per demonizzare il BPP agli occhi dell’America. Quel furbo bigotto ingannatore fece uso di una delle più potenti armi a disposizione di un politico: la paura».

Quello che manca, al di là di qualche frame iniziale e qualche pezzo dei discorsi di Hampton, come abbiamo detto, è il contesto in cui l’attività delle BPP prende forma e si sviluppa.

Le Pantere realizzarono la sintesi politica più avanzata partendo sia dalla radicalizzazione – in seguito ai riots degli Anni Sessanta – della comunità afro-americana emigrata nei ghetti metropolitani, in una situazione di segregazione razziale non dissimile a quella del sud, sia dalle lotte di liberazione nazionale nel Tricontinente, in particolare nel continente Africano.

La loro coerente attività contro la Guerra in Vietnam ed il contesto, in cui gli afro-americani erano la vera e propria carne da cannone spedita dagli Usa a combattere in Asia, praticamente non appare nel film, nonostante fosse una delle ragioni che ne facevano il Nemico pubblico Numero Uno per l’establishment.

Potremmo dire, ironicamente, forse meglio non trattarne affatto che farlo come  Spike Lee in uno dei peggiori film che abbia mai girato, The five bloods.

E la stessa attività delle Pantere Nere è in parte intuibile ed in parte occultata. Non vi è traccia dei 10 punti del Programma – ben presenti, per esempio, nella bellissima trasposizione filmica del romanzo di Angi Thomas, The Hate You Give, realizzata da George Tillman Jr.  –, come non vi è praticamente alcun accenno al giornale delle BPP che veniva stampato e distribuito agli angoli delle strade, uno dei perni dell’attività delle Pantere, che ebbe una notevole capacità di attrazione nella comunità afro-americana per la sua capacità di alfabetizzazione politica.

E la cosa che più sorprende, nonostante appaia all’inizio George Jackson, è che non si fa accenno all’organizzazione dei prigionieri da parte delle Pantere, nonostante la detenzione di Hampton.

Intuiamo l’importanza del programma delle colazioni gratuite per i bambini della comunità afro-americana (free breakfast program) e dell’apertura degli ambulatori medici popolari (ma solo molto marginalmente della lotta contro “la guerra chimica”, cioè lo spaccio di droga). Così come l’importanza dell’educazione politica dei suoi membri e del ruolo assolutamente paritetico svolto dalle compagne nell’organizzazione, anche dal punto di vista militare.

In questo senso, il film, è un notevole passo in avanti rispetto agli stereotipi con cui sono state rappresentate le Pantere. Ma per esempio la pratica del patroling, cioè il monitoraggio armato, in strada, delle violenze poliziesche nei confronti della comunità afro-americana, è abbastanza distorto.

Così come sono completamente distorte le vicende della morte di Jack Winters, che fu assassinato in una imboscata, e non mentre consumava una sorta di vendetta personale contro “i maiali” che avevano ucciso un suo compagno mentre era ricoverato.

Viene dato giustamente spazio alla costruzione di una coalizione come la Rainbow Coalition, per mettere insieme differenti gruppi di origini diversa, come gli Young Patriots e gli Young Lords, ed il tentativo di mettere fine alla lotta di gang di strada cooptandole in un progetto politico complessivo.

Ma questo era frutto di un precisa teoria politica, “l’inter-comunitarismo”, che ebbe uno dei suoi maggiori frutti nella Convenzione del 1970 a Filadelfia e della lotta al “Nazionalismo Nero” in voga tra i gruppi afro-americani.

Come abbiamo detto all’inizio, il film è comunque una delle migliori pellicole uscite sull’argomento. Piuttosto realista e a tratti crudo, anche perché pensiamo possa essere un vettore di ulteriore conoscenza; forse la produzione più convincente dopo Queen and Slim di Melina Matsoukas, che aveva come attore protagonista proprio Kalluya, o la bellissima pellicola Harriet di Kasi Lemmons, ispirata alla leader abolizionista Harriet Tubman.

Nel film di King come in quello della Matsoukas le parti più liriche sono le storie d’amore tra i protagonisti: i primi che lottano insieme dentro il Partito delle Pantere Nere, ed i secondi che negli Stati Uniti di oggi cercano di fuggire a Cuba, dopo avere ucciso casualmente un poliziotto per difendersi durante un controllo, ripercorrendo una nuova “Ferrovia Sotterranea” per schiavi fuggiaschi.

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1 Commento


  • antonio

    da vedere assolutissimamente.
    Direi: a proposito di questo film (l’ennesimo sulla vicenda delle Pantere Nere, un’esperienza storica politica e sociale che continua a disturbare i sonni dei “bianchi razzisti” (per loro da tempo rappresenta un vero e proprio: nightmare = “incubo”); che ci sarà ben poco da dire o aggiungere.
    A questo ci pensa già il BLM – Black Lives Matter – il quale credo debba trasformarsi (mantenendo le sue oggettive soggettività) in HLM Human Lives Matter.
    Adelante!
    Always ahead brothers!

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