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La metafora del “Popolo delle Scimmie”

Il libro “La scimmia che cercava banane, mele, e altra frutta – Per il progresso autodeterminato dei popoli nelle transizioni post-capitaliste” affronta la questione multipolare, che è il vero cuore della riflessione sulla fase di transizione mondiale e richiede, in generale, il rifiuto di ogni prospettiva eurocentrica o, comunque, fondata sulla centralità delle società occidentali, sempre presente nell’elaborazione di Marx.

Se è vero che la critica e l’analisi del modo di produzione capitalista si è concentrata essenzialmente sullo studio della società occidentale, inglese in particolare, il fondatore del socialismo scientifico non ha però mancato di evidenziare lo stretto legame tra le dinamiche rivoluzionarie delle società occidentali e quelle dei paesi dominati.

La previsione di Marx appare straordinariamente lungimirante: in particolare, ha collegato causa ed effetto alle conseguenze delle politiche coloniali occidentali, la conseguente rottura dell’isolamento cinese nel mercato internazionale, l’espansione del mercato internazionale, la crisi economica, e il potenziale rivoluzionario.

Si può certamente ritenere che ora, visto il livello di compromesso tra sviluppo scientifico e tecnologico e sviluppo militare e di profitto, si pone chiaramente il problema della responsabilità degli “esecutori” consapevoli di tale degenerazione, che si chiamano imperialismi che strozzano il pluripolarismo dell’autodeterminazione dei popoli.

Non per creare dei cortocircuiti teorici o cronologici, ma perché ci sono delle confluenze oggettive sul discorso della cultura popolare e sulla rivoluzione come atto profondo d’amore verso il popolo, verso chi ti dà fiducia verso i compagni.

Coniugando le idee di Martí, Mariatequi e di Gramsci possiamo pensare al Meridione come il “Sud degli oppressi”, la Tricontinental, che lotta contro il Nord imperialista, sia esso degli Stati Uniti, sia esso italiano o europeo.

La questione del Sud è una questione sovranazionale che si coniuga al concetto di sovranità nazionale e di sovranità di classe, come ben dimostra la filosofia del Vivir Bien dei popoli originari andini.

Anche in Occidente, bisogna abbandonare una impostazione dell’Occidental-centrismo della visione marxista dei nord e approdare anche alla lettura e applicazione del dire e fare di Mariatequi come attualizzazione di Marx e già presente in Martì.

Le differenze tra il pensiero di Martí e quello di Marx sono soprattutto nello spazio geografico e nella tradizione culturale nelle quali i due sono vissuti. Marx è l’espressione del movimento di classe europeo e dove il capitalismo era arrivato al suo massimo sviluppo e alle contraddizioni di classe. Martí invece rappresenta la tradizione emancipata dalla schiavitù dell’oppressione coloniale.

Si va così sottolineando la dimensione di unità di campesindios e operai, dei produttori e dei soggetti del lavoro e del lavoro negato, nel percorso delle attuali possibili vie verso transizioni post-capitaliste e antimperialiste.

L’asse portante dei circa 40 articoli sarà quello di proporre temi di ricerca e casi studio locali, settoriali e di sistema paese come, per esempio, la trattazione critica, e dell’oggi, della validità nell’attualizzazione dei temi forti gramsciani e delle teorie anticolonialiste del delinking, nella declinazione della questione delle alleanze per l’egemonia e la sua composizione e prospettiva politico-sociale per il superamento della fase attuale della globalizzazione neoliberista, ponendosi nella transizione dall’unipolarismo al multicentrismo nelle relazioni internazionali, partendo da casi studio di realtà dei sud del mondo.

Martí aveva teorizzato la Nuestra America, così come contro l’Imperialismo e il Colonialismo, così come Mariatequi si era posto il problema del riscatto di classe dei popoli originari, non in una mera prospettiva “geografica, ma nella dimensione più generale che Gramsci riferisce al nostro Sud”.
Martí anelava a creare “una società libera, giusta, di uguaglianza sociale. Una società cubana nella quale vi sia l’autodeterminazione e l’indipendenza politica a partire dalla sovranità sulle risorse nazionali, il che significa anche avere una propria economia nazionale”.

Le rivoluzioni di indipendenza in quella che lui chiamerà la Nuestra America – che noi, per meglio definirla, spesso chiamiamo la Nostra America indo-africana, nella quale anche sussumiamo tutti i movimenti sociali del Vivir Bien – non attivano una vera trasformazione dell’era coloniale fino in fondo. La sua aspirazione era di portare Nuestra Ameria all’indipendenza, alla realizzazione di una repubblica diversa da quella che lui aveva conosciuto.

Questa è in effetti l’idea già di Tupak Katari, di Bolivar, di Mariatequi, di Guevara e Fidel e dell’ALBA rivoluzionaria e – nel nostro piccolo – anche la nostra sulla politica al servizio dei lavoratori in un orizzonte strategico del superamento del capitalismo e dell’immediatezza della transizione rivoluzionaria, con la consapevolezza che sono i rapporti di forza nel conflitto internazionale capitale-lavoro che oggi pongono la dinamica della contraddizione del socialismo desiderabile e che si deve costruire versus il socialismo possibile qui ed ora visto gli attuali rapporti di forza internazionali.

Divenire storico ed egemonia culturale dei Sud nel mondo contemporaneo: si tratta cioè di declinare una attualizzazione di contesti localizzativi anche di categorie di un pensiero-azione per una filosofia della prassi, provenienti dagli studi e pratiche di grandi rivoluzionari di riferimento come Marti, Bolivar, Gramsci, Mariatequi, Guevara, Fidel, Chavez, sia attraverso i contributi di studiosi europei e dell’America Indo-africana e che spaziano anche su altre aree dei sud del mondo di oggi, in particolare dell’Africa e del vicino Oriente.

La raccolta di articoli di questo libro, che esce per le edizioni Armadillo in un libro in italiano e spagnolo, vuole essere un’arma della battaglia delle idee contro l’indebolimento delle menti utile a manipolare l’agire umano per incanalare anche la forza mentale in un’unica direzione, quella del profitto.

E allora bisogna attivare, agire in nome della cultura popolare come base dei rapporti umani, promuovendo anche la creazione di scuole per stimolare l’agire umano, ormai troppo appiattito, per rilanciare la fantasia e l’iniziativa creativa del lavoratore e dello studente.

Sviluppare capacità e soggetti della comunicazione sociale in alternativa alla comunicazione deviante, rappresentare quindi saperi critici contro un linguaggio aziendale e tecnicistico, con il fine di preparare studenti, e società tutta, a diventare rotelle di un ingranaggio che non potranno mai controllare; vogliamo azionare l’alternativa di sistema, non pensarci come clienti ma soggetti attivi della trasformazione sociale.

Ecco la ripresa del tema dell’intellettuale collettivo/organico, dunque, come elemento dirigente di quella che deve essere la società dei saperi critici, non un popolo delle scimmie, ma una nuova modalità per l’unità di classe, degli scarti, dei subalterni, come soggetti non soltanto nella sfera della produzione ma come il nuovo soggetto unitario e sociale al servizio dei bisogni collettivi, non asserviti alle logiche del profitto.

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1 Commento


  • Giancarlo staffo

    Tutto giustissimo senza dimenticare il contributo prezioso di combattenti e pensatori come T. Sankara e F. Fanon

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